CAPITOLO II - CAPRARICA DAL X AL XV SECOLO

CAPITOLO II

CAPRARICA DAL X AL XV SECOLO

1. L'insediamento di Caprarica si popola e definisce il suo toponimo.

2. I Normanni.

3. Caprarica si consolida nella contea di Lecce.

4. Il casato dei BONSECOLO.

5. Gli Svevi.

6. Gli Angioini.

7. Caprarica sotto GUALTIERO VI di BRIENNE.

8. Caprarica fa parte della contea di Lecce posta nel Principato di Taranto.

9. La contea di Lecce passa ai D'ENGHIEN.

10. Il casato della famiglia CONDO'.

11. Importanza del barone di Caprarica Pasquale GUARINI alla fine del XIV secolo.

12. Il casato della famiglia GUARINI.

13.  La contea di Lecce al tempo della regina Maria d'Enghien (18) e il barone Pasquale GUARINI.

14. I ricchi mercanti dei grandi Comuni d'Italia giungono nella contea di Lecce.

CAPITOLO II

CAPRARICA DAL X AL XV SECOLO

1. L'insediamento di Caprarica si popola e definisce il suo toponimo.

Come si è visto, nel periodo che precede l'XI sec., il Salento è stato soggetto a grandi e continue devastazioni che non solo hanno messo in ginocchio l'economia locale ma hanno determinato anche un collasso demografico.

I grandi patrimoni (massae che daranno vita, successivamente, nel Salento, alle masserie agricole e a quelle fortificate) sono amministrati e tenuti a stento in piedi da enti ed istituzioni ecclesiastiche locali che sono le uniche organizzazioni che cercano, in qualche modo, di reagire al collasso totale; su questa base gli alti prelati prendono coscienza di sè, non solo dal punto di vista religioso ma anche economico-politico, divenendo vescovi-conti.

E' solo intorno al mille che, nei nostri siti, comincia a rinascere la "speranza" di una rinnovata economia rurale ma deve fare i conti con il degrado e la comparsa di zone paludose; il processo di ripresa della produzione agricola si va realizzando in terreni posti a ridosso di insediamenti urbani già esistenti o in corso di forte radicamento. Vi è l'aggressione da parte dell'incolto, della vegetazione spontanea e delle aree selvose e boschive; si cerca di alimentare le attività inerenti il pascolo ovino e caprino, l'allevamento rurale ecc. .

E' proprio nel medioevo che tutta la fascia costiera, che va da Brindisi a Santa Maria di Leuca (in quel periodo, con incluso anche Taranto, è unica provincia di Lecce), risulta essere zona boschiva. Foreste incontaminate ricoprono le coste dei due mari come l'interno della provincia. Oggi quei 300 chilometri quadrati di foresta e bosco, denominati "Foresta iuxta foeudum" (5), non esistono più. In Caprarica, vi è ancora una contrada, denominata "li Bosci", molto probabilmente contrazione di "Bosc(h)i", che sta a testimoniare, nel toponimo, il ricordo della presenza di questa grande foresta; tuttora restano delle tracce solo in determinati punti come, per esempio, il Bosco di Borgagne, il bosco sito nei pressi della masseria "Filare", posta tra Acaya e Lecce, e, tra le "Cesine" e Torre Specchia.

Lo spopolamento delle campagne ha rideterminato una concentrazione delle poche unità demografiche nell'area degli antichi insediamenti urbani, dove si cerca di riattivare quella che è la richiesta di un rinnovato sviluppo economico.

In questo quadro, insediamenti di piccole dimensioni - come è appunto Caprarica - trovano un punto di contatto per un ripopolamento rurale e sono indizio della possibilità di riprendere quell'attività agricola e pastorale che si completerà in epoca Normanna.

Questi piccoli insediamenti rurali sono condizionati dalle caratteristiche del territorio. A volte, delle piccole comunità trovano una giustificazione di permanenza grazie solo alla presenza di un pozzo, una o più paludi, boschi, Serre dove meglio, gli abitanti, si possono difendere, ecc. .

Nel caso in esame, il forte sviluppo dell'emporium di Caprarica trova giustificazione ed è agevolato dalla presenza di più centri urbani (anche se decaduti, come i già citati: Caballinum, Ussano, Soletum, Galugnano ecc., che risalgono all'età del bronzo) che fanno da corolla.

Queste aggregazioni alimentano la trasformazione dei prodotti e perciò sono costruiti frantoi scavati nella roccia, mulini ed altre strutture.

Degli elementi meno generici nascono dalla toponomastica che stabiliscono relazioni molto forti tra la realtà del territorio e la realtà produttiva.

La realtà di Caprarica, sorta e sviluppatasi intorno alla contrada "li Bosci", è, intorno al mille, basata tutta sull'agricoltura intensiva e l'allevamento del bestiame; è una realtà che deve fare i conti con le pestilenze e le numerose aggressioni che vengono dall'esterno ma, nonostante ciò, intorno all'XI-XII sec. d.C., il sito prende una sua fisionomia ben definita, sia dal punto di vista toponomastico che urbano, tanto è vero che il toponimo di Caprarica compare, per la prima volta, tra i documenti degli archivi di Napoli nel 1055 quando prende possesso della contea il normanno GOFFREDO d'ALTAVILLA.

Come tutta la contea, anche Caprarica ha goduto di 90 anni (XI-XII sec.) circa di prosperità e benessere, durante i quali ha ampliato, in modo considerevole, il suo livello demografico ed il suo casale; e ciò fino a quando non ha dovuto subire le devastazioni della soldataglia di Guglielmo, detto "Il Malo", il quale è inviato dal padre, il re Ruggiero, a combattere ed assediare in Lecce il suo consanguineo Roberto, ma per questo motivo viene privato della contea.

Non a caso, quindi, nella seconda metà del XIII sec., molti abitanti di Ussano abbandonano il loro casale (1274) perchè perseguitati dalle prepotenze del loro barone Simone DE BELLOVIDERE e si rifugiano a Caprarica, ormai considerato e configuratosi come un casale ben organizzato, contribuendo, così, all'espansione demografica di esso.

Il toponimo: Dato per scontato che il casale di Caprarica non è d'origine romana in quanto non ha il suffisso finale in "Ano" vediamo, allora, quale può essere la sua origine.

Il suffisso finale "Ica", del toponimo di Caprarica, denota una rarità nell'intricato novero dei casali del Salento; se nè contano appena quattro.

E' sintomatico il fatto, altresì, che ai casali posti presso Lecce, Caprarica ed Acquarica, seguano, presso il tacco del Salento, due consimili casali aventi la stessa onomastica: Acquarica del Capo e una masseria detta di "San Nicola" situata sulla Serra di Caprarica di Tricase.

L'esistenza di due coppie di casali posti, contemporaneamente, a nord e a sud del Salento denota come vi sia una continuità storico-culturale, economica e religiosa.

Dal punto di vista storico è stata fatta - nell'anno 1999 - da parte dell'èquipe del prof. D'ANDRIA, per conto dell'Università degli Studi di Lecce, una grandissima scoperta archeologica in Acquarica di Lecce rappresentata dal rinvenimento di una città risalente all'età del Bronzo; s'intravedono molto ben conservate parti dell'alzato delle mura perimetrali di base, fondamenta murarie di strutture abitative e vi è la presenza, all'interno delle mura della città, di una grande specchia. Numerose tombe, poste in zone limitrofe, risalenti a quel periodo, sono state già rilevate nel 1954-55 (C. DRAGO) e nel 1995 il prof. V. SCATTARELLA, dell'istituto di zoologia, dell'Università degli studi di Bari, ha effettuato delle relazioni e pubblicazioni su riviste come Taras.

Se, a seguito di questa scoperta, si deve dare rilevanza anche al suo toponimo (forse molto raro proprio perchè risalente alla preistoria del Salento) si deve affermare che tutti i casali che terminano con la parola finale "ICA" risalgono a questo periodo.

Ancora, dal punto di vista agricolo-economico è sintomatico il fatto come il casale agricolo-pastorale di Caprarica abbia avuto un'economia affine con la masseria di "San Nicola", posta sulla serra di Caprarica di Tricase.

Infine, dal punto di vista religioso, sia il casale di Caprarica che la omonima frazione di Tricase hanno come santo patrono "San Nicola".

Tutto questo rappresenta una continuità molto significativa.

2. I Normanni.

Nel 1043, i Normanni proclamano, a Melfi, Guglielmo Braccio di Ferro conte di Puglia. Questo è, per la Puglia, un periodo sanguinosissimo e travagliato di guerre; molti sono gli aspiranti al trono di questo territorio, ma, le due questioni, la politica e la religiosa, indirettamente aiutano i Normanni.

Nel 1046 succede al "Braccio di Ferro", il fratello Drogone il quale, come dice il Pontieri, è: "Dux et magister Italiae comesque Normannorum totius Apuliae et Calabriae - Duce e cavaliere d'Italia, conte normanno di tutta la Puglia e la Calabria (in quel periodo l'Italia corrispondeva all'Italia meridionale, mentre, la Calabria corrispondeva al nostro Salento con Brindisi e Taranto) ".

Drogone succede Umfredo; ma è quando prende il potere Roberto, detto il "Guiscardo", che i Normanni assumono decisamente un'identità ben definita.

Essi devono sostenere, ancora una volta, tremende battaglie contro i bizantini ma la presa di Otranto del 1071 sancisce definitivamente l'uscita di scena, dal palcoscenico italiano, dei greco-bizantini.

A tal proposito, il P. Marti scrive: "I Normanni, appena consolidato il loro dominio sulla regione salentina, tolsero ad Otranto - già centro della vita greca - il primato militare e civile, e fondarono in Lecce una Contea, che salì in breve a grande splendore, e che visse poi di una vita secolare e quasi indipendente".

Senza dubbio, uno dei più grandi re normanni è stato Ruggero II, il quale riesce ad unificare sotto un'unica Monarchia tutto il meridione d'Italia e la Sicilia che è in mano ai Saraceni. Egli conquista Malta, Corfù, Pantelleria e buona parte della Grecia, s'impossessa delle immense ricchezze che vi sono in Tebe e Corinto, giunge fino al Bosforo.

Ruggero II ammira e porta nella sua corte la laboriosità delle genti greco-orientali e come dice il VITERBO: "...tra le migliaia di prigionieri orientali, egli fece prescegliere i lavoratori dell'arte della seta e del drappo, al fine di perfezionare ancora più e diffondere, attraverso essi, l'industria serica nel suo Regno...".

La nuova organizzazione portata dai Normanni (1019-1200) modifica completamente la ormai fatiscente amministrazione del decadente Impero di Bisanzio (almeno in Terra d'Otranto), tanto che Lecce, animata soprattutto dall'impulso dato da re Tancredi, assurge al ruolo di protagonista, divenendo addirittura capitale della contea a scapito di Otranto che fino a questo momento l'ha fatta da padrona. Nasce, così, la contea di Lecce.

Tra i maggiori personaggi dei conti Normanni apparsi sullo scenario della contea di Lecce si ricordano: Acciardo o AccardoGoffredo I che sposa Gumnora, Goffredo II, Accardo che sposa Matilia o Mabilia, Goffredo III e Roberto.

Nella seconda metà del XII sec. si staglia la grande figura del normanno Tancredi d'Altavilla, conte di Lecce (figlio - a quanto afferma il Ferrari - di Sibilla e di Ruggiero duca di Puglia, nato nel 1140).

Tancredi fa divenire la contea di Lecce ricca e opulenta dal punto di vista economico, e, luogo d'incontro mondano, dove abitualmente s'incontra tutta "la cavalleria pugliese".

I Normanni danno un enorme impulso di rilancio economico, sociale e religioso; numerosi sono i monumenti costruiti nel Salento: basti ricordare la costruzione degli imponenti monasteri di Cerrate presso Squinzano, di Casole presso Otranto e di San Niceta a Melendugno (1167).

3. Caprarica si consolida nella contea di Lecce.

Nel XII sec. il "territorium Licii" corrisponde ad una vasta ed amena pianura, cosparsa di ville (vici), casali (casalia), castelli (castra), i quali insieme alla città di Lecce, la "urbs" per eccellenza divisa in quattro plessi (pittaggi, porte), costituiscono la "civitas Licii". Il Tanzi scrive: "...nella provincia i Normanni per la prima volta introdussero il sistema feudale...".

Lecce diviene il polo di riferimento politico della contea e dà il nome al conte che in essa prende possesso con la sua Corte; vi risiede il vescovo (il quale ha un potere non solo religioso ma anche politico su alcuni suoi territori, divenendo così vescovo-conte), il magistrato, ecc. .

Sotto i Normanni i confini del territorio leccese coincidono pressappoco con quelli che sono stati fin dalla colonizzazione romana e l'ordinamento municipale bizantino; la contea ha inizio dalla spiaggia dell'adriatico nei pressi della distrutta Valesio, tra il feudo di Santa Maria di Cerrate e quello delle Benedettine di Brindisi, e s'incunea negli attuali Torchiarolo, Squinzano e Campi; poi si delinea verso i territori di Novoli, Carmiano e Magliano; poi chiude con Monteroni, San Pietro, San Cesario, San Donato, Galugnano, Caprarica di Lecce, Castrifrancone, Vernole e Melendugno, formando una grande linea arcuata verso il mare; successivamente si prolunga a Roca, Anfiano, Stigliano, Cerceto, Serrano fino a Carpignano. Ma oltre ai Comuni confinanti, tra i più indicativi vi sono pure Trepuzzi, Surbo, Arnesano, Lequile, Cavallino, Lizzanello, Merine, Dragoni, Castroguarino, Pisignano, Acquarica, Strudà, Vanze, Acaja e Borgagne, e parte di Soleto; vi sono poi i casali di Padulecchia, Pasulo, San Salvatore, Cerceto, San Lorenzo, San Cosma, Ussano, Absiliano, Tramacere, Nubilo, Firmiliano, Afra, Bagnara, Terenzano, Sant'Elia, Calliano, Cisterni, San Giorgio di Surbo, Sant'Angelo di Termiteto, Aurio, San Nicla dello Pettorano, Porciliano, Casanella, Specchia, Erchie, Tafagnano, Segine ed altri piccoli centri abitati sorti e disfattti in epoche diverse. Dunque la contea di Lecce confina a nord con Brindisi, ad ovest con Oria e Nardò, a sud con Soleto ed Otranto.

Come si è detto, dunque, i "casalia" cominciano a configurarsi intorno al X - XI sec.; nella nostra provincia sorgono le contee o baronìe principali e le baronìe minori o suffeudi; infatti, viene coniata la massima: "civitates vel castra sunt feuda eo ipso quod castra et civitates sunt".

Gli abitanti dei villaggi godono gli stessi diritti e doveri degli abitanti delle città. Ma devono pagare le imposte al fisco o al feudatario, destinandole alla città, ricevendo in cambio da questa l'amministrazione e la giurisdizione.

Anche se le "Universitates" o Comuni, come coscienza sociale, sono nati nel sud d'Italia prima del nord, questi sono stati soffocati, come dice il Volpe, proprio dalla forza dei feudatari e dalla mancanza di una borghesia forte che invece al nord si fa sentire.

A Goffredo ubbidiscono le contee di Lecce ed Ostuni. Nella contea di Lecce, Goffredo trova un ricco demanio, fonte inesauribile di rendite, ed una grossa schiera di soldati soggetti direttamente a lui, per mezzo di una gerarchia organizzata molto bene.

I Normanni padroni assoluti della contea di Lecce procedono a vere e proprie fondazioni. E' evidente, perciò, che il patrimonio - per così dire - "personale" del conte di Lecce deve intendersi come un diritto di conquista dei beni tolti ai Greci-Bizantini soccombenti.

I nipoti gemelli di Goffredo, Boemondo e Ruggiero, intorno al 1090, si dividono il Regno; la parte che comprende Gallipoli, Otranto, Oria e varie altre terre fino a Siponto va a Boemondo

Pare che la prima fondazione è stata fatta, dai Normanni, in favore della chiesa di S. Maria dei Veterani in Lecce, voluta - a quanto afferma l'Infantino - da una Teodora, sorella del "comes" Goffredo, nel 1118, in ricordo "della pace fatta in casa del conte fra i suoi fratelli, parenti ed altri potenti".

Quando diviene conte di Lecce Tancredi d'Altavilla, futuro re dei Normanni, la contea acquista un periodo di benessere economico; il feudo di Caprarica Ã¨ concesso nel 1190 alla contea di Lecce e Tancredi lo suddivide, poi, in due quote: di cui una è infeudata a Guglielmo BONSECOLO, l'altra rimane in possesso dei Conti di Lecce sino al 1369.

I Normanni danno, ancora, ampia libertà di culto sia al rito latino sia a quello greco. Il rito greco, come si sa, soprattutto con i monaci basiliani (6), incentiva molto il culto a San Nicola o Niccolò (basta ricordare le numerose abbazie e grancie dedicate a questo Santo); per questo si ritiene che è proprio in questo periodo che nasce con forza la devozione in Caprarica per San Nicola e l'amore per questo santo è così grande che a furor di popolo lo eleggono come loro protettore.

Nella primavera del 1201, il casale di Caprarica, facente parte della contea di Lecce, passa sotto il dominio di Gualtiero III di Brienne, marito di Albiria, figlia di re Tancredi. La stella di questo coraggioso cavaliere francese è di breve durata, giacchè pochi anni dopo, nel giugno del 1205, cade in una imboscata presso Sarno mentre, alla testa di un gran numero di cavalieri leccesi e del contado, muove le truppe di Costanza, comandate dal generale RIPOLA; oltraggiato dal vincitore, anzichè sottomettersi, preferisce strapparsi le bende che fasciano le molte ferite e muore dissanguato.

Con atto generoso, Costanza (forse per sdebitarsi verso la memoria di re Tancredi che, fattala prigioniera, l'aveva rimandata libera al marito Enrico VI) assegna la contea di Lecce al figliolo di costui, Gualtiero IV, nato nello stesso anno della morte del padre.

Ma il contino, alla morte della madre contessa Albiria, avvenuta in Lecce nel 1212, è richiamato dallo zio Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme, sicchè la contea torna in mano Sveva seguendo le sorti del travagliato impero di Federico II.

4. Il casato dei BONSECOLO.

Ma tornando alle origini feudali di questo casale, si deve dire che il casato dei BONSECOLO, rappresenta la prima famiglia feudataria che si conosca a reggere le sorti di Caprarica.

E' un casato, questo, d'antica e nobile schiatta d'origine neretina che, prima di giungere a Caprarica, ha goduto nobiltà anche in Lecce, dove, probabilmente, si è trasferita, nel secolo XIII e dove si è estinta nel secolo XIV.

Com'è stato già detto e a quanto afferma Amilcare FOSCARINI ("Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d'Otranto estinte e viventi", Vol. I, p. 24), a questa famiglia Tancredi d'Altavilla, futuro re dei Normanni e conte di Lecce, concede il feudo di Caprarica nel 1190 e lo suddivide, poi, in due quote: di cui una è infeudata a Guglielmo BONSECOLO, l'altra rimane in possesso dei Conti di Lecce sino al 1369.

Quando l'influenza economica, politica e sociale di questo casato è così grande, uno dei suoi rampolli, nella persona di Teodoro BONSECOLO, diviene vescovo di Lecce, secondo il POSO, dal 1057 al 1101, mentre il normanno GOFFREDO risulta conte di Lecce.

Lo storico e nobile leccese Francescantonio DE GIORGI (nel suo lavoro "Famiglie nobili leccesi" scritte nel 1625, pp. 54-55) afferma che "Si tiene per certo, che li Bonsecoli (o Bonsecula) siano una stessa cosa, ed una sola fameglia, che li secoli e li trasecoli, e di loro a poche notizie ci semo abbattuti, per essere molto tempo che son mancati; furono sibbene molto chiari ed antichi in Lecce, come quelli dè quali si trova fatta menzione prima che fussero i Re nel nostro Regno, e si vede Teodoro Bonseculo l'anno 1056 essere vescovo di Lecce. Per quello che si ha delli libri del Regio Archivio l'anno 1239 Enrico Bonseculo viene annoverato tra i Baroni di Terra d'Otranto, a quali dall'Imperadore Federico 2° dopo la vittoria avuta in Lombardia si commette la cura di alcuni istadici datili da quei Papali; e l'anno 1279 Ruberto Bonseculo viene dal Re Carlo I ornato del cingolo militare, ed in detta scrittura il Re lo chiama suo familiare, e benemerito. Per quello ancora che io avviso da altre memorie nell'anno 1328 fu tra i Baroni, che ricusano di andare alla custodia di Calabria per esserno feudatario del Conte di Lecce Francesco Bonseculo, e fu tra gli altri Baronaggi che loro ebbero quello di San Cesario, passato con somma felicità l'anno 1302 per la persona di FrancescaBonsecula nella Casa Guarina.

Postilla

Nell'archivio della città di Lecce, nel libro rosso intitolato, a carte 31 si legge - 1369 Augustinus De Guarini tenet majorem partem San Cesari, medietatem casalis Castrì, et casalis Caprarice intitulato in Cedula Reginali, Terra quondam Guglielmi BONSECULI sub Comite Litij - Don Agostino GUARINI possiede la maggior parte di San Cesario, metà del casale di Castrì e del casale di Caprarica, tratte dalle concessioni regie, una volta feudi di Guglielmo BONSECOLO sotto la contea di Lecce.

Aggiunta di don Ermenegildo PERSONE'

Guglielmo BONSECOLO fu uno dè 20 ideati Cavalieri, dè quanti tante volte abbiam fatto menzione, e si dice che dal Re ebbe in dono Racale e Fellino. Ma quanto io vo considerando che Francescantonio De Giorgi, che scrisse intorno al 1625, di niun di coloro fa motto, son costruito a credere non solamente ch'egli notizia alcuna non dovette averne, ma nè anche colora delle istesse famiglie, come i Guarini sono, i Marescalli, i Montefuscoli ed altri, perciocchè quando costoro alcun barlume avuto avessero di questi valorosi guerrieri loro ascendenti, non iscriveva mica il Giorgi di là dall'altro emisfero, che menoma cognizione non ne avesse avuta senza che si farebbe ciascuno a suo potere sforzato perchè quello scrittore in questo suo libro menzion ne facesse. Onde sempreppiù si conosce di quante favole sien pieni il libro del Ferraro, e quel dell'Infantino, dove solamente questi Cavalieri vengono".

Il MONTEFUSCO (Op. cit., p. 20, 113-114) afferma che nel 1190 il normanno re Tancredi d'Altavilla concede al cavaliere Guglielmo BONSECOLO le terre di Castrio e Pollio (piccoli feudi disabitati posti nelle pertinenze di Copertino) Alliste, Racale e Felline che si aggiungono, così, alle tre testè dette dal DE GIORGI; come si vede numerosi sono i feudi in possesso di questa famiglia.

Guglielmo ha due figli, Caterina ed Enrico, suo successore. Ad Enrico succede sui feudi il figlio Guglielmo, padre di Francesca e di Roberto, suo successore. Roberto viene decorato, nel 1275, del Cingolo Militare da Carlo d'Angiò.

Alla sua morte improle, succede su tutti i feudi la sorella Francesca che sposa in prime nozze, nel 1268, Pasquale GUARINI, in seconde Nicola DE FRISIS, in terze nozze, nel 1303, Federico DE ROSEIS; ma Francesca, comunque, risulta essere l'ultima baronessa di Caprarica e di tutti i numerosi feudi appartenenti a questa famiglia.

Sulla base delle asserzioni del FOSCARINI e del DE GIORGI, possiede questa famiglia, dunque, il casale di San Cesario, metà di Castrì e Caprarica; tutti e tre, nel 1302, passano ai GUARINI per il matrimonio che Francesca BONSECOLO fa con Pasquale GUARINI.

ARMA DEL CASATO: Un Toro furioso accompagnato, nel capo, da un crescente.

5. Gli Svevi.

Quando comincia l'indebolimento politico ed economico dei Normanni, Ottone IV di Brunswich, figlio di Enrico il Leone, scende nelle nostre contrade con l'intento di accaparrarsi questi ricchi feudi aiutato - in un primo momento - anche da Papa Innocenzo III; ad un certo punto, però, il Papa, alla candidatura del trono imperiale del mezzogiorno d'Italia, preferisce Federico II di Svevia.

Ottone IV, vistosi tradire, invade le province di Puglia, Calabria e Terra d'Otranto. Albiria fugge in Francia col figlio Gualtieri di Brienne; per questo, Federico, già eletto imperatore, nomina Manfredi conte di Lecce e principe di Taranto.

Caduti i Normanni e saliti al potere gli Svevi, soprattutto con Federico II, si crea una lacerazione profonda tra impero e papato. Re Federico, infatti, non tiene mai conto della volontà del pontefice, tanto che il Papa, da Anagni, il 29 settembre 1227, lo scomunica. Questo atto non ferma l'intraprendente sovrano il quale, senza nessuna autorizzazione pontificia, organizza la sua crociata nel 1228 imbarcandosi da Otranto.

Sotto Federico II avviene il passaggio, dalle nostre contrade, di Francesco, il "Santo dei poverelli". Molto probabilmente la venuta del "Santo" nelle nostre contrade, di ritorno dalla "terra del Santo Sepolcro dove si combattevano le Crociate", deve registrarsi intorno al 1219.

Egli sbarca ad Otranto [dove già persiste il primo convento (1215) di Terra d'Otranto dedicato, a quanto afferma il P. COCO, ai padri francescani: "...vi era una dimora di Minoriti..."] percorrendo la vecchia Via Traiana.

I leccesi della contea mostrano, in questo periodo, di preferire la Chiesa al dominio Svevo, sicchè sul mastio di Lecce, torna a sventolare la bandiera papale ma solo per qualche mese poichè Federico II assedia, con un grosso esercito, la Contea e doma la rivolta.

E' evidente, dunque, che i baroni BONSECOLO, baroni di Caprarica, si sono radicati, nel Salento, al seguito di re Federico II se il DE GIORGI (Op. cit. p. 54) afferma che: "...Per quello che si ha delli libri del Regio Archivio l'anno 1239 Enrico Bonseculo viene annoverato tra i Baroni di Terra d'Otranto, a quali dall'Imperadore Federico 2° dopo la vittoria avuta in Lombardia si commette la cura di alcuni istadici datili da quei Papali...".

Federico II, nella sua incessante lotta contro il Papato, attacca i Brienne (sebbene sua moglie Iolanda è figlia del re di Gerusalemme Giovanni Brienne) e li sconfigge sul fiume Siri nel 1229. La Contea di Lecce ripassa in mano Sveva e Caprarica segue la stessa sorte.

Morto Federico II (1250), il quale ha prostrato l'economia del mezzogiorno d'Italia, la Chiesa s'impossessa della Contea e la tiene sotto il suo dominio fino a quando non viene ripresa, per un breve interregno, da Manfredi, dopo una lotta accanita conclusasi con l'espugnazione della roccaforte di Oria. Manfredi, a questo punto, deve attendere solo l'arrivo del vero erede al trono, Corrado di Svevia.

Manfredi continua l'opera nefasta del padre e molte città pugliesi si ribellano. Si riaccende la guerra intestina tra papato e impero, tra alterne vicende. In questo periodo gli odi, le gelosie e le guerre sono all'ordine del giorno, anche il futuro e sventurato re Corrado è fatto uccidere.

Manfredi, con l'intento di bleffare, fa sapere al Papa che è disponibile ad abbandonare il Regno, per porlo nelle mani del papato ma quando il Papa lo obbliga, insieme ai conti ed ai baroni, a prestargli giuramento di fedeltà Manfredi si ribella.

La guerra risulta essere molto dura; in Terra d'Otranto è nominato, Capitano, Manfredo LANCIA, parente di Manfredi.

Otranto, Brindisi, Oria, Lecce ed altre città prendono posizione contro il re Manfredi; Taranto, Gallipoli, Nardò ed altre città si schierano col Papa. In questo contesto l'ANTONACI (in Hydruntum, pp. 142-43) scrive: "Manfredi con audacia e violenza unite ad una grande astuzia conquista Brindisi, Mesagne, Otranto e moltissimi altri centri del Salento".

Sia i Papi (Innocenzo IV ed Alessandro IV) che l'Imperatore (Manfredi), autonomamente, fanno molte concessioni a varie città e contee. Il marasma è totale perchè le stesse concessioni vengono fatte dall'uno e dall'altro e, contemporaneamente, vengono tolte e date quasi allo stesso tempo; naturalmente i conflitti si propagano tra i baroni, i nobili, gli stessi istituti religiosi... il marasma è totale.

Anche la contea di Lecce risente di questo clima così esasperato, lo stesso convento di San Giovanni Evangelista ne viene coinvolto.

Il feudo e la Terra di Caprarica, però, in questo marasma politico-sociale così esasperato registrano un incremento demografico, un periodo di stagnazione di potere in quanto il casato baronale, della famiglia BONSECOLO, la fa da padrone, essendo stata vicina sia allo Svevo, prima, che al I e al II angioino, poi, ma non nel modo esasperato del tirannico feudatario di Ussano.

A sancire al forza dei baroni BONSECOLO, sul possesso di Caprarica, alla pagina 258 del volume 13° dei registri della cancelleria angioina, ricostruiti da Riccardo FILANGIERI con la collaborazione degli archivisti napoletani, si legge: "...Casalia Caprarice et Sancti Cesari que tenet Francisca filia quondam Guillelmi De Bonseculo...". Qualche anno dopo, sempre sulla testè citata opera, si legge: "...Goffrido De Bosco Guillelmi concedit casale Caprarice de iustitiariatu terre Ydrunti...".

L'ultima baronessa di Caprarica di Lecce, appartenente al casato dei BONSECOLO, è Francesca la quale, come abbiamo già detto, ha avuto tre matrimoni ma noi seguiremo quello che ha contratto con Pasquale GUARINI in quanto è quello che più ci interessa per il proseguo delle fortune e della storia di Caprarica di Lecce.

Il DE SIMONE nel suo lavoro ("Studi storici in Terra d'Otranto" p. 64), come già detto nel capitolo I, afferma che Ussano, dopo diverse lotte intestine, nel 1274 è stato spopolato a causa dei soprusi che il barone, Simone de BELLOVIDERE ha esercitato sui suoi abitanti.

Per capire come mai i baroni di Ussano, in epoca svevo-angioina, si comportano in questo modo si deve dire, in generale, che i diritti baronali, in questo periodo, crescono a dismisura proprio per la debolezza del potere regio e per l'ignoranza e schiavitù in cui sono tenuti i vassalli.

I baroni sono così onnipotenti fino al punto di usurpare, dove non possono ottenere la concessione, fin sulla vita (jus vitae) e la morte (Jus necis) dei loro vassalli.

I pochi abbienti sloggiano dal casale feudale, i poveri vi rimangono per necessità; ma come afferma il famoso proverbio il soperchio rompe il coperchio, per cui i cittadini di molti casali a frotte deserebant incolatum, et alio ad abitandum discedebant (disertavano i casali e si rifugiavano in altro casale), contenti di ridursi ad abitare sparsi per le campagne.

In questa fase storica, con una realtà così triste, il significato profondo del toponimo di Ussano [coniato e derivato dal verbo latino, già detto (al paragr. 4, cap. I), uro] si manifesta in tutta la sua tragicità e, soprattutto, sono i suoi cittadini martoriati e maltrattati.

Gli abitanti dei casali vicini a Caprarica, per questa ragione, li abbandonano; si sa che gli abitanti di Zollino, Sternatia, Ussano, Galugnano, Cursi, Martignano, Martano, Calimera, Melendugno, San Salvatore (vicino Borgagne) e altri casali (L. De Simone, Op. cit., p. 64) si allontanano da essi, stanchi dei soprusi e dalle angherie dei loro baroni.

In questo stato di cose, nonostante il numero altissimo o totale di defezioni demografiche da questi casali, il centro di Caprarica, però, non viene nominato segno evidente che il barone Guglielmo BONSECOLO, sulla sua quota, e, il conte di Lecce sulla sua, non fanno pesare granchè il loro potere sugli abitanti, anzi, è da ritenere che, non solo gli abitanti di Ussano, ma molti dei casali vicini qui si rifugiano facendo aumentare il livello demografico di Caprarica.

6. Gli Angioini.

Con la caduta degli Svevi in una terra, come il Salento, ricca di istituzioni religiose e l'avvento al potere degli Angioini si determinano, per la contea, una serie di lunghe e sanguinose guerre contro gli aragonesi.

Carlo I d'Angiò scende nel mezzogiorno d'Italia e lo occupa, aiutato da papa Urbano IV, dopo aver sconfitto a Benevento il 26/2/1266 l'esercito comandato da Manfredi; in questo frangente la contea di Lecce passa nelle mani di Caterina d'ANGIO', cui segue una rivolta dei baroni leccesi guidati da Corrado CAPECE i quali cercano, in tutti i modi, di far sloggiare gli indesiderati francesi ma questi, in breve, riescono a sedare la rivolta e per punizione il re angioino abbandona Lecce e la contea al saccheggio (1269).

Nel 1284 gli angioini conquistano il Salento, ma gli aragonesi, guidati dall'ammiraglio Ruggiero di Lauria, sconfiggono i primi in una battaglia navale nel golfo di Napoli e fanno prigioniero lo stesso principe ereditario Carlo II (1248-1309) detto "Lo Zoppo".

Il Papa Bonifacio VIII, per sedare la guerra tra Angioini ed Aragonesi, dà ai primi il Regno di Sicilia, e ai secondi, Sardegna e Corsica.

L'anno successivo muore, a Foggia, Carlo I (1285) cosicchè il regno è retto, temporaneamente, dalla vedova Beatrice e dai baroni a lei fedeli.

Quando, oramai, gli angioini hanno conquistato il meridione d'Italia nella contea di Lecce è nominato, da re Carlo I, per meriti acquisiti, Ugo di Brienne (8). Ma chi è costui?

Nella Cronaca Neretina si legge che la provincia otrantina viene affidata, da Beatrice vedova di Carlo I d'Angiò, al cavaliere Guidone Lamagna o di Rocca - già luogotenente ed uomo di fiducia del primo angioino.

Guidone di Rocca è nominato luogotenente per la fedeltà dimostrata a Carlo I d'Angiò, intorno al 1280. Per capire meglio chi è, Ugo di Brienne (1260-1291), si deve parlare di Guidone, poichè Ugo sposa Isabella de La Roche, sorella di Guidone.

Avviene, infatti, che durante la guerra tra angioini ed aragonesi, questi ultimi giungono sotto le mura di Lecce (1285) e la radono quasi al suolo. Cosicchè Ugo di Brienne, fedele al re di Napoli, passato il pericolo aragonese (come ci dice il Ferrari), la riedifica, costringendo i baroni della contea - con permesso che il re di Napoli gli accorda - a risiedere per un certo periodo dell'anno a Lecce stessa.

Ugo o Ugone di Brienne, alla morte della propria moglie Isabella de La Roche (1279), sposa Elena Angelo Dukas (9), nel frattempo divenuta vedova di Guidone de La Roche.

Ugo di Brienne, dopo - per così dire - questo travaso familiare, prende in suo possesso tutti quelli che sono gli affetti di Guido di Rocca, ma proprio a ragione di ciò, riesce a portare nella sua casata il detto titolo di "duca d'Atene", titolo che passerà, successivamente, ai suoi discendenti (10).

Il Brienne, oltre a ricostruire la città di Lecce, fa delle donazioni all'abate di San Niccolò e Cataldo; tutti questi suoi meriti lo fanno diventare grande agli occhi del re di Napoli, tanto che, il 13/1/1290, Carlo II gli riconferma il possesso dei casali e dei tenimenti che già sono stati suoi con documento del 1271; ciò si evince dall'"Istrumento del 2/10/1466 per notar Tommaso Ammirato di Lecce. Edito nell'Arch. Salentino n° 1, Lecce 1894".

A ragione di questo "Istrumento", Ugo di Brienne è proprietario dei casali di Lequile, Paternello, Tafagnano, Campi, Santa Maria de Nove, Bagnara, Carmiano, Monteroni, Arnesano, Corigliano, Tramacere, Absigliano, Ceriescio, Cerasole, Padulecchi, Tamanzano, Terenzano, Carpignano, Noha, Cavallino, Padulano, Pisanello, Pisignano e Vernole.

A ratifica del possesso della contea, il sindaco di Lecce fa transuntare un istrumento di re Carlo II del 05 aprile 1291, Indiz. IV, (A.S.L., Libro Rosso della città di Lecce, pp. 49-77) contenente una lettera del giustiziere di Terra d'Otranto in esecuzione di altre, precedenti, del secondo angioino risalenti al 20 gennaio 1290, Indiz. XIII, emessa a Parigi, con cui Ugo di BRIENNE, conte di Lecce, in contesa coi baroni, è riconosciuto in possesso di tutti i casali della contea.

Essendo questa la situazione storica intorno al 1291, e, alla luce di questo documento, si evince che il casale di Caprarica, per espressa volontà del BRIENNE, non fa parte della contea di Lecce, in quanto risulta staccato e dato in diretto possesso di Francesca BONSECOLO, erede di Guglielmo.

Questo casale, come si può capire, rimane in possesso dei baroni BONSECOLO in quanto essi riconfermano la loro fedeltà al II angioino.

Il fatto che i BONSECOLO riescano a mantenere il loro feudo della Terra di Caprarica, non è un fatto scontato a causa delle lotte intestine che, in questo periodo, scoppiano continuamente tra i restanti sostenitori degli Svevi e gli Angioini e, successivamente, tra gli Aragonesi e gli Angioini.

A dimostrazione di ciò, si richiama il conflitto sanguinoso che si è già scatenato tra gli angioini di Carlo I e Corradino di Svevia. Sulle contee di Nardò e Presicce governa il barone Simone GENTILE, il quale, nel 1269, all'indomani della disfatta e successiva decapitazione di Corradino di Svevia, è incluso - dagli angioini - in una vera e propria lista di proscrizione stilata contro i baroni fedeli allo Svevo; per questo motivo, il barone Simone GENTILE, accusato di tradimento, viene dal primo angioino privato dei suoi feudi e nel 1270 è decapitato sulla pubblica piazza di Nardò, la quale, insieme a Presicce, è concessa, nello stesso 1270, al barone francese Ezzelino De Tuzziaco.

Il re Carlo I, dunque, mentre da un lato sopprime i baroni a lui nemici, dall'altro lato, restaura e incentiva le Terre in cui vi sono baroni a lui fedeli.  Così, mentre il casale di Caprarica appare un feudo alquanto tranquillo, il colle di Ussano si trova in un periodo molto turbolento in quanto il tiranno barone, che ha visto il suo feudo spopolarsi, supplica Carlo I d'Angiò affinchè venga ripopolato ed è subito riabitato per intervento del re.

In verità il barone di Ussano, Simone DE BELLOVIDERE, una volta ottenuta la provisione Regia dà la caccia ai suoi vassalli, rei di averlo abbandonato, e riesce a ricondurre ad Ussano una buona parte di popolani con la violenza e con mano armata. Una volta che sono ritornati, com'è usanza dell'epoca, il barone si fa assicurare dai suoi vassalli, con giuramento, che non avrebbero mai più tentata la fuga. Tutti gli abitanti del casale, anche "non fuggiaschi", sono obbligati a prestare questo giuramento al feudatario ed ai suoi successori.

7. Caprarica sotto GUALTIERO VI di BRIENNE.

Come si vede, dunque, il quadro politico che si va delineando in questo periodo è tutt'altro che tranquillo. La guerra tra angioini ed aragonesi continua a disseminare morte e sventura e la ripercussione nel nostro Salento è continua.

Roberto d'Angiò (1275-1343), figlio di Carlo II (morto nel 1309), è colui il quale inizia la serie degli Angiò di Napoli, mentre, gli altri fratelli vanno a reggere le sorti delle terre d'Ungheria, Taranto e Durazzo.

Re Roberto chiama alla sua corte uomini illuminati e abili e, col consiglio di questi, governa il suo territorio con gran saggezza. Durante il suo regno, insieme a papa Giovanni XII, aiuta Gualtieri V di Brienne a difendere i suoi territori in terra greca.

La nascita di Roberto D'ANGIO' sancisce anche la compilazione di un documento, fatto redigere dal re Carlo II, e, perciò, detto della Cancelleria Angioina risalente al 1275 il quale elenca i "barones et feudatarii Terrae Ydronti", e, nell'elenco dei nomi dei numerosi baroni (Marescalco, Montefusco, Maremonti ecc.) risalta, nel catalogo dei baroni anche quello dei GUARINI.

Cosicchè, sotto gli angioini, la contea di Lecce, iniziata già con i normanni, continua la sua vita autonoma, governata dai BRIENNE; insieme a questa, nel catalogo, viene menzionata anche la contea di Soleto (dove Caprarica risulta essere il confine territoriale tra le due contee) assegnata e governata a Niccolò DEL BALZO. Queste due contee vengono aggregate, poi, al Principato di Taranto, quando i titolari, Filippo e poi Roberto, non lasciano eredi diretti: ecco il motivo per cui Caprarica risulta essere un casale facente parte della contea di Lecce e del Principato di Taranto.

Nel 1309, il conte di BRIENNE ottiene dal sovrano l'approvazione di emanare suoi statuti, per cui emana nella contea di Lecce i Capitula, una specie di norme di regolamentazione del lavoro e del commercio all'interno dei circuito territoriale di questa contea e dei suoi casali aggregati, da cui Lecce attinge le imposte.

Gualtieri VI di BRIENNE oltre alle terre ereditate, facenti parte della contea di Lecce, aggiunge i casali di San Cesario, San Donato, Caprarica, Lizzanello, Castrì, Trepuzzi, Squinzano e Cisterni (posto nelle pertinenze di questi due ultimi casali).

8. Caprarica fa parte della contea di Lecce posta nel Principato di Taranto.

Vediamo come mai Caprarica entra a far parte del Principato di Taranto.

Verso la metà del XIV sec., il Principato di Taranto entra nelle lotte angioine mettendo, addirittura, in ombra la contea di Lecce. La regina Giovanna I è l'artefice delle ostilità che durano a lungo.

Anche se il Principato esiste già almeno dal XII sec. è, però, con Filippo d'ANGIO', quartogenito di re Carlo II, ad assurgere al ruolo di protagonista facendo assumere a Taranto un'enorme influenza geo-politica.

A motivo dei suoi matrimoni, il Principe di Taranto si garantisce molti ed importanti possedimenti anche in Grecia, che gli provengono dalla moglie, una certa Tamara, figlia del governatore d'Etolia. In seconde nozze sposa Caterina, figlia dell'imperatore bizantino, cosicchè Filippo prende anche questo titolo onorifico; ecco come si spiega che in alcuni documenti della cancelleria tarentina Caterina risulta "Imperatrix Costantinopolitana et Principissa Tarenti".

Alla morte di Filippo, nel 1332, succede il figlio primogenito Roberto che governa il Principato fino al 1364.

Intorno al 1340, intanto, cominciano una serie di lotte intestine che rischiano di minare non solo il Principato ma persino il regno se si pensa che Roberto mira, addirittura, alla mano della regina Giovanna, sua cugina, ma ella gli preferisce il fratello Luigi d'ANGIO'. Solo l'accorta politica del cancelliere napoletano, Niccolò ACCIAIUOLI, evita la scissione del regno.

Le lotte continuano anche con il fratello, succedutogli sul Principato, Filippo II che lo regge fino al 1373.

In un documento del XV sec. (v.: G. PAPULI, "Documenti editi ed inediti sui rapporti tra le Università di Puglia e Ferdinando I", p. 379) risulta tutta la potenza politica di questo Principato: "Lo principo da Taranto è signore da per se in lo Reame de più de quattrocento castelle (ed in questo vi è anche Caprarica). E comenzia el suo dominio dalla porta del mercha de Napoli, lunzj octo milya a uno locho se chiama la terra de Marignano, e dura per XV sornade per fina in capo de Leucha; e chi lo chiama lo Sacho de terra de Otranto, e dura per melya quattrocento e più".

La decadenza del Principato avviene, intorno al 1450, sotto il re Alfonso I d'Aragona, il quawle coinvolge le Universitates come intermediarie tra il sovrano ed il suo popolo e vuole, da parte del popolo e dei baroni, anche il riconoscimento della devozione di sudditi fedeli e l'approvazione della regalità; inoltre, vuole che avvenga la definitiva scomparsa politica del Principato di Taranto, cessando, così, di essere uno "Stato nello Stato".

Perciò, quando il re comincia le sue visite in Puglia e passa da Taranto, Anna COLONNA, moglie di Giovanni ORSINI-DEL BALZO, apre le porte della città bimare affinchè tutti rendano omaggio al monarca.

I baroni di Terra d'Otranto sono costretti a rendere il loro omaggio, di sudditi devoti, nel castello di Lecce.

Cessa così, verso la metà del XV secolo, la potenza politica del Principato di Taranto.

Tornando alla storia e alle fortune del nostro casale, si deve dire che nel 1302 la Terra di Caprarica, regnando Roberto d'ANGIO', è ancora divisa in due quote:

- la prima quota è ancora in possesso di Francesca BONSECOLO ma ella la porta in dote al barone Pasquale GUARINI, il quale è già protontino (16) di Brindisi e possiede anche i casali di Racale e Felline (A. Foscarini, Op. cit., p. 24).

Dal loro matrimonio nascono sei figli: IsoldaMargheritaGuglielmo che eredita il feudo essendo il primogenito, Giovanni, che diviene barone di Palesano, Macchia e Casamassima, Ugone che sposa Margherita DE LANDA, BerardoFrancesco che diviene vescovo di Ostuni.

Alla morte di Pasquale GUARINI, il feudo di Caprarica resta di proprietà dei GUARINI, in persona di Guglielmo, ma Francesca BONSECOLO, vedova di Pasquale, convola in seconde nozze con il barone Ferrerio DE ROSERIIS [A.S.N., Reg. 1308, E, 312].

Nel 1308, fra i documenti riportati dal DE SIMONE ("Lecce e i suoi monumenti", p. 165) si legge: "...La Chiesa della S.S. Trinità di Lecce esige decima sui casali di Pettorano-Casanello, Galugnano, San Cesario, CapraricaUssano (E-311)...".

- la seconda quota è gestita direttamente dai conti di Lecce.

* * * * *

Succede intanto che, morto Gualtieri V nella battaglia del Cefiso del 1311, la contea di Lecce passa al figlio Gualtieri VI; mentre, alla morte di re Roberto, avvenuta nel 1343, sale sul trono del Regno napoletano Giovanna I d'Angiò (1327-1382) sposata con Andrea d'Angiò del ramo d'Ungheria.

Questa regina, a causa dei suoi numerosi matrimoni - quattro (Andrea d'Angiò, Luigi di Taranto, Giacomo IV d'Aragona, re di Majorca, e Ottone di Brunswich) -, procura molte guerre sanguinose per il suo regno e, soprattutto, per la Terra d'Otranto.

In questo periodo, come detto, la contea di Lecce è sotto il potere di Gualtiero VI di BRIENNE, ultimo di questo ramo. Egli conduce una vita molto avventurosa e ricca di prestigio essendo anche duca d'Atene e divenendo, addirittura, signore di Firenze. Si può ricondurre, a questo periodo, il primo, per così dire, gemellaggio tra Lecce e Firenze se, in Lecce, il BRIENNE fa costruire una chiesa con annesso convento intitolato a Santa Croce, omonima di quella di Firenze.

Nonostante tutti questi titoli, però, i suoi contemporanei mostrano di non attribuirgli tanto valore e regalità, tanto che un informatore del re Giacomo II d'ARAGONA, scrivendo dell'ultimo BRIENNE, parla di un "...quidam qui se dicit dux Athenarum - un tale che si dice duca d'Atene...". D'altra parte, come si è detto al principio del discorso sui Brienne, questo è un titolo che essi hanno quasi usurpato.

Ciononostante alcuni documenti del tempo ci assicurano che egli è stato, in Lecce, signore di una vasta contea. Questo possesso è tenuto per diritto d'eredità paterna e non per favore del re Roberto di Napoli, come vorrebbe far credere il PAOLI.

La contea si estende per circa 48 miglia in lunghezza e 15 in larghezza comprendendo 26 villaggi, di 24 dei quali il GENUINO ci dà il nome. Essi sono: Acquarico, Burgagne, Turchiarolo, Terenzano, Trepuzzi, Squinzano, Campi, Santa Maria di Nove, Carmiano, Arnesano, Monteroni, San Cesario, Lequile, Caprarica, Castrì, Cavallino, Fasolo (detto anche Pasulo presso Borgagne), San Donato, Lizzanello, Pisignano, Vanse, Strudà, Seggina (Acaya) e Roca". I due casali mancanti sono Borgagne (Burbaneo) e Melendugno (Malandrino).

In questo periodo (inizio del XIV sec.), ai coniugi BONSECOLO-GUARINI, proprietari della prima quota della Terra di Caprarica, succede il figlio Guglielmo GUARINI il quale ottiene il riconoscimento dei piccoli feudi di Castro e Pollio (posti nelle vicinanze di Copertino) con privilegio del 1302.

Guglielmo, inoltre, è padre di tre figli: Olimpia che nel 1346 risulta aver preso i voti e dimorante nel monastero delle clarisse di Nardò [E. MAZZARELLA, "Nardò Sacra"), Alberto che è vescovo di Lecce nel 1350 ed Agostino che gli succederà..

La trascrizione n° XIV di un quinterno (A.S.N., Libro Rosso di Lecce, n° LXII e pubblicato dal Guerrieri), del 1353, contenente nomi e cognomi dei feudatari della contea di Lecce e delle terre, dei casali e dei beni feudali che possiedono gli stessi baroni, redatto in Napoli il 5 dicembre 1353, riporta che metà del casale di Caprarica, metà Castrì e San Cesario sono di proprietà di Guglielmo GUARINO; egli, per questi suoi possedimenti, paga alla Regia Camera della Summaria 3 once (11).

La seconda quota di Caprarica che, dal tempo dei Normanni, è stata sempre in mano ai conti di Lecce, è di proprietà di Gualtieri VI di BRIENNE; egli ha, su questa Terra e su tutta la contea, come il padre, il controllo sopra le rendite (Apodixarius).

Gualtieri VI di BRIENNE è ricordato, ancora, perchè ha ricostruito Rocavecchia dopo la distruzione subita, per mano dei Saraceni, nel IX sec.

Il GALATEO nel suo lavoro, De situ Japigiae, a proposito di Roca, scrive che: "...Questo tornando dall'oriente, e percorrendo la strada da Otranto a Lecce, vide una città distrutta, di ampiezza di poco inferiore a quella che era stata l'antica Otranto. Come era caratteristico delle città greche, si vedeva abbastanza in alto il posto della rocca; da quella rocca fondò soltanto una piccola città che chiamò Rocca..... Gualtieri comandò che fosse abitata dal questore di Lecce. Quello cacciati via i coloni dalle città e dalle borgate, la trasformò in una città fortificata e vi costruì delle belle strade...".

La ricostruzione di Roccavecchia, sarà importantissima, verso la fine del XV sec. (come si vedrà), per lo sviluppo storico, culturale, economico e sociale di Caprarica.

Mentre in Roca ferve l'opera di ricostruzione, sulla prima quota di Caprarica a Guglielmo succede il figlio Agostino il quale è padre di quattro figli: AntonioPasqualeJacopello, che è barone di Torre Santa Susanna, Nicola che è barone di Ceriescio; sul feudo di Caprarica ad Agostino succederà il figlio Antonio.

9. La contea di Lecce passa ai D'ENGHIEN.

Mentre Gualtiero VI di BRIENNE è di stanza in Grecia, al comando di una guarnigione militare, muore (1356); i suoi devoti luogotenenti e baroni leccesi, Ludovico MARAMONTE e Niccolò PRATO, inviano alla regina Giovanna lo scettro ducale del BRIENNE.

Gualtiero non ha lasciato eredi maschi, perciò la sorella Isabella (a quanto afferma il De Simone), che era già maritata fin dal 1320 con Giovanni III D'ENGHIEN, barone di Conversano, porta in dote a costui la contea di Lecce, dando così origine ad una nuova serie di conti.

Sulla contea si appuntano le mire dei feudatari favorevoli al pontefice Urbano VI ed al suo alleato Carlo III d'Angiò Durazzo; per questo, il figlio di Giovanni, Pietro D'ENGHIEN, nel 1376, torna dalla Francia e prende possesso della contea, accompagnato dal conte di Conversano, lo zio Luigi d'ENGHIEN e dal duca di Andria Francesco del BALZO, entrambi avversi ai d'ANGIO' DURAZZO e favorevoli alla regina di Napoli Giovanna I d'Angiò, collegata all'antipapa Clemente VII ed alla corte di Francia. Le sorti della contea dipendono ora da un più vasto giro politico.

In questo periodo, e precisamente nel 1369, il casale di Caprarica (considerando che, nel frattempo, Giovanni III D'ENGHIEN, sta riorganizzando la contea), ancora diviso in due quote, viene assegnato a due baroni:

la prima quota viene confermata al barone Agostino GUARINI, che già la possiede, per successione paterna;

la seconda quota, che, come già detto, fin dal tempo dei Normanni, è stata sempre gestita direttamente dai conti di Lecce, viene assegnata al barone Agostino CONDO'dal quale passa, poi, ai figli, Giovanni, prima, e Bernardo, poi.

Nella seconda metà del XIV secolo, sul feudo di Caprarica ad Agostino succede il figlio Antonio GUARINI, al quale dalla Regia Corte e dal conte di Lecce Giovanni D'ENGHIEN viene riconosciuto il possesso dei feudi - ereditati dalla famiglia - di San Cesario, Acquarica, Caprarica e Castro, una prima volta nel 1369 ed una seconda volta nel 1396 (L. A. MONTEFUSCO, Op. cit., pp. 114, 136).

Da Antonio nascono i figli Pasquale, che gli succederà, e Guglielmo.

Nel 1372, Giovanni D'ENGHIEN, dopo aver riorganizzato la contea di Lecce, a quanto afferma il DE SIMONE (Op. cit., p. 219), ordina ai suoi procuratori fiduciari, Leccisio PARDI e Tommaso CAMPANILE, di esigere, anche con mezzi coattivi, le somme dovute dai baroni, feudatari di Lecce, e dai numerosi casali della contea per la ristrutturazione dei fossati della città capoluogo, e per poter pagare gli operai che stimerà necessari il protomastro di Lecce.

Dai pagamenti il procuratore deve riscuotere apodixas debitas, che deve unirsi al rendiconto; deve, altresì, accordare uno stipendio che, esso LECCISIO, deve prelevare dalle tasse, le quali sono dovute dai casali di: Castrum Coriolani (Corigliano) uncias quatuordecin, casale Arnesani uncias quinque et mediam; casale Acquaricae uncias duas tarenos viginti sex et grana quinque; casale Apiliani uncias duas tarenos tres grana quindecim, casale Carmiani uncias quatuor tarenos septem grana decem. Casale Structe uncias duas tarenos XXVI grana V. Casale Craparice uncias undecim(11 oncie) tarenos septem [7 tarì (14) ] et grana decem (10 grana). Casale Campie uncias quindecim tarenos sex; casale Piscopii uncias duas tarenos octo grana quinque; seguono i casali di Tramacere, Nohe, Lizaneli, Mallianj, Sancti Donati, Turchiaruli, Montoroni, Lequile, Caballini. Complessivamente, i casali che devono pagare le tasse corrispondono a 18.

Il D'ENGHIEN avverte che la quota dovuta, dai predetti casali, dai baroni e dai feudatari designati, è divisa in tre parti: la prima deve essere pagata, improrogabilmente, entro il 15 luglio; la seconda parte deve essere pagata entro la fine del mese di agosto dello stesso anno (1372); l'ultima parte deve essere pagata, tassativamente, entro la fine del mese di ottobre, che corrisponde alla 11^ indizione.

Stando così le cose, i baroni Antonio GUARINI e Agostino CONDO' devono mettere tutto il loro impegno e quello dei fiduciari a riscuotere le tasse affinchè le due quote, in cui è divisa la Terra di Caprarica, possano assolvere degnamente all'incombenza, per il sostentamento delle opere da svolgersi nella capitale della contea.

Sul Cedularia Terrae Ydronti, fatto redigere dal febbraio 1377 fino al maggio 1378, si possono rilevare diversi aspetti della vita di questo territorio: a) il nome dei baroni proprietari dei vari feudi; b) la tassazione che si versa alla Cassa del Regno napoletano.

Questo Cedularia è importante perchè su di esso viene redatto un elenco dei Casali allora esistenti, che risultano essere in numero di 93 Università e fra, queste, compare anche Caprarica (non compaiono, per esempio, grossi attuali Comuni come Taurisano, Galatina, Melendugno, Sternatia, ecc., sicuramente per errore); si fa anche l'elenco di molte Università che sono scomparse.

10. Il casato della famiglia CONDO'.

Come detto, dunque, il casato baronale dei CONDO' prende possesso della seconda quota della Terra di Caprarica nel 1369. Questa quota era stata, fin dal tempo dei Normanni, una terra, per così dire, franca, perciò si trova a fare i conti, per la prima volta, con una gestione diretta baronale.

Si deve dire, per inquadrare il casato, che questa dei CONDO', a quanto afferma il FOSCARINI (Op. cit., pp. 51-52), è una nobile famiglia che viene, nelle nostre contrade, da Parigi e fa parte della schiatta dei conti di Ville Conteblas.

Agostino Ã¨ il primo, di questo casato, a venire in Terra d'Otranto al seguito di Gualtiero VI di BRIENNE e, fermatosi in Lecce, viene aggregato con i suoi discendenti a questo patriziato.

Ha posseduto, questa famiglia, metà del casale di Castrì e metà di quello di Caprarica di Lecce ed Acquarica di Lecce (1369) e la maggior parte di quello di San Cesario.

Oltre al capostipite Agostino, hanno retto il feudo di Caprarica i figli Giovanni e Bernardo.

Bernardo, oltre ad essere signore di Caprarica, possiede anche i casali di San Donato e Trepuzzi col feudo di Terenzano; così risulta sul Libro Rosso della Città di Lecce (A.S.L., Doc. n° XIV pp. 169-178): "...dominus Bernardus de Condo miles qui tenet et possidet de feudo antiquo casalia di San Donato, Terenzano et Trepuzze... - il barone Bernardo De CONDO', cavaliere, il quale possiede e detiene, da molto tempo, i casali di San Donato, Terenzano e Trepuzzi...". Non si può, però, comprendere la ragione, per cui il casale di Trepuzzi col feudo di Terenzano passa in alieno dominio, fin quando non ritorna in Casa CONDO', per averlo Alessandro CORCIOLO venduto, nel 1602, a Gio. Batta CONDO' per ducati 41.260.

Sopra Trepuzzi, poi, Marino CONDO', con diploma 18/07/1653, ha il titolo di marchese.

La famiglia CONDO' si estingue nel XVIII sec. con una figlia del predetto Marino, marchese di Trepuzzi, moglie di un ACQUAVIVA.

Questo casato si è imparentato non solo con gli ACQUAVIVA, ma coi RICCIO, DELLI FALCONI, MATTHEI, RADULOVICH, CASTRIOTA, GUARINI, SANGIORGIO, DE MURO, PETRAROLO, BOZZICORSO, SARACENO e DE GENNARO.

Andriolo, dottore di leggi (1466), Giovanni (1570) e Gaspare (1568) divengono Sindaci di Lecce.

L'ARMA DEL CASATO: Una testa di pavone ed una rosa.

11. Importanza del barone di Caprarica Pasquale GUARINI alla fine del XIV secolo.

Il 1376 è, anche, l'anno in cui la Regina di Napoli, Giovanna I, aggrega la contea di Nardò al Principato di Taranto (che ha ereditato dal suo secondo marito Luigi d'Angiò, figlio di Filippo), che dona ad Ottone di Brunswich, suo quarto marito; il Principato di Taranto la regina Giovanna toglie a Giacomo del Balzo (figlio di Francesco e Margherita d'Angiò [figlia di Filippo]), dichiarandolo ribelle.

Sulla contea di Lecce, intanto, ha messo gli occhi il granduca D'Andria Francesco DEL BALZO, vecchio amico di Giovanni D'ENGHIEN, il quale, aiutato dall'inglese Giovanni Hawkwood o Montague, vuole annettere ai suoi domini la contea di Lecce ed il Principato di Taranto; a tal fine, dichiara guerra a Pirro D'ENGHIEN, pensando di farne un sol boccone, ma i bretoni e le forze del granduca non riescono a venire a capo del conflitto, anzi, presso Tafagnano (posto tra Merine e San Cataldo), subiscono una sonora sconfitta da parte del barone leccese MARAMONTE, fedele a Maria.

Il granduca cerca, in tutti i modi, di insidiare la giovane Maria ma ella si dimostra ferma, cosicchè il DEL BALZO invia il vescovo di Andria a far da tramite ma, anche in questo caso, senza successo.

Maria D'ENGHIEN, per trattare la questione di un eventuale matrimonio, si affida nelle mani dei suoi tutori, uomini degni della massima fiducia, che sono il barone di Segine, Giovanni DELL'ACAYA (cugino di Maria, in quanto il nonno Luigi I aveva sposato Caterina, figlia di Ludovico D'ENGHIEN, fratello di Giovanni III, padre della detta Maria) ed il barone di CapraricaPasquale GUARINI.

Pasquale, come già detto, è figlio del barone della Terra di Caprarica, Antonio, il quale è padre, oltre che di Pasquale, suo successore, anche di Guglielmo.

Pasquale sposa Aurelia DE CASTELLI, figlia del signore di Castagneta ed Acquarica, dalla quale nascono tre figli: Antonello, che gli succederà, LuigiGioBattista, capostipite dei baroni di Loseto, Erchie, Cerasole; Agostino che, sposando nel 1420 Andronica di Giorgio PALEOLOGO, diviene conte di Valona e barone di molti altri feudi.

A quest'ultimo, Agostino, viene concesso, nel 1419, dalla contessa di Lecce Maria D'ENGHIEN, il piccolo feudo di Tufano, posto nelle pertinenze di Tricase (v. MONTEFUSCO, Op. cit., p. 542); egli acquista, altresì, da Giovannatonio ORSINI DEL BALZO, conte di Lecce, dopo la morte della propria madre, la regina Maria D'ENGHIEN, anche il feudo di Surano, in data 24/03/1447, con atto rogato per notar Nicola IUTICATA di Taranto, per 116 once e 20 tarì, ed inaugura, in questo modo, un suo ramo feudale nel basso Salento (v. MONTEFUSCO, Op. cit., p. 506).

Pasquale GUARINI sarà, come si vedrà, molto importante, non solo come valido e saggio barone di Caprarica ma, soprattutto, come valido alleato e consigliere assennato della futura contessa di Lecce e regina di Napoli, Maria d'ENGHIEN.

12. Il casato della famiglia GUARINI.

Il casato dei GUARINI è un'antica e nobile famiglia, originaria, secondo alcuni, della Normandia e detta un tempo anche Guaragno; di essa si ha memoria, in Terra d'Otranto, sin dal secolo XII.

Lo Spreti, nel suo lavoro (Enciclopedia storico-nobiliare ecc., vol. III, p.605), afferma che il casato dei GUARINI è una famiglia di antiche origini, feudataria sin dai primi tempi della monarchia.

Si fa conoscere, soprattutto, per le imprese militari in Terra Santa sotto i principi Tancredi e Boemondo coi militi RUGGIERO, GABRIELE e ROBERTO.

Secondo il FOSCARINI (Op. cit., pp. 110-112), il suo primo possedimento, in Puglia, è Brindisi, donde, nel secolo XIV, passa in Lecce, alla cui nobiltà è aggregata; ma vive anche in altri luoghi, per i molti feudi che possiede.

Francescantonio DE GIORGI (in "Famiglie nobili leccesi", pp. 25-27), sulla base di una precedente nota di Scipione AMMIRATO, nel 1625 afferma che questa famiglia "Trovasi d'essa da tempi del re Guglielmo il Buono, bella ed onorata memoria, come si legge in una iscrizione dell'anno 1173 da Pietro GALATINO. Ella non è men riguardevole per buone lettere, avendo a tempi dè nostri avi avuto Vincenzo ABBATE di Censola grato filosofo e matematico, che per occasioni così di pace, come di guerra, e per quello trovo nelle scritture del Regio Archivio molti di questa casa in guisa tale servizio i loro Re, che da quelli meritarono molti onori e favori, ed ebbero in dono alcuni feudi di molte ricche rendite; come Pascali GUARINI, il quale fu molto caro al Re Carlo I°, ed il Re Carlo II°, e chiamato Protontino di Brindisi. Fu Capitano d'uno Galeone, e di due Galere, e fu da essi Re in molte faccende d'onore, di confidenza, e di guerra impiegato; Giovanni e Bernardo GUARINI servendo il Re Carlo II° furono l'anno 1292 in Calauria in un fatto d'armi fatti prigionieri e Giovanni l'anno 1300 ebbe ottanta once annue sopra li beni feudali del Conte di Lecce Ugo di Brenna, l'istesso Giovanni Bernardo l'anno 1308 ebbero per ciascun anno, vita loro durante 24 oncie. Giannotto talora chiamato Giovanni acquistò molto della grazia del Re Roberto, e perciò fu da lui creato suo Ciamberlano, e Familiare, ed ottenne in dono in più volte 80 oncie l'entrada l'anno, e nel 1328 il feudo detto di Giovanni di Casamassima. Per scrittura dell'anno 1399 vedesi a Colella (Nicola) per dato dal Re Ladislao la terra della Torre di Santa Susanna, e per scrittura dell'anno 1419 a Pasquale GUARINI Cavaliere dalla Regina Giovanna 2^ esser concesso per li suoi serviggi che li suoi casali di San Cesario, di Caprarica, e di Castrì siano aggraziati delle collette e pagamenti fiscali ed in detta scrittura vien chiamato vir nobilis ed olim familiari Principessa Donna Regina Maria. Ma a tempi dè Re austriaci vedesi la singolar fede e valore di Rosso. Costui in una zuffa non lungi da Racale attaccata fra 400 Turchi ed alcun numero di cavalli uniti vedendo a Ferrante GOFFREDO, marchese di Trevico, e vicerè d'ambo le Provincie di Terra d'Otranto e di Bari essersi ferito il cavallo sotto e venirgli meno, egli smontando dal suo, il rimise a cavallo. La possessione de feudi in questa Casa non si estende oltre l'anno 1302, ma però sempre continuata, e non interrotta giammai in fino ai dì nostri, ed oltre esservi stato la Torre di Santa Susanna, Castrì, Massanello, Castrignano, San Cassiano, Ortella, Lequile con feudi Fuione, Gualasciano, San Giovanni, l'ambe Caprariche, Colopazzo, Novoli, Moltone, La Sanella, ed altre castella e feudi. Possedono di presente San Cesario il Buggiardo, la città di Alessano, Castrignano del Capo, Salignano, l'una e l'altra Acquarica, Surano, una parte di San Dana, di Vernole e di Pato, e li feudi di Specchia, di Cerivizzo, di Ceriescio, e di Nicoletta è stata adornata di molti Cavalieri, e congiunta di molti carichi militari di molta auttorità, ed anche d'uffici nobili, ed altre preminenze. Due volte vi è stato il Vescovato di Lecce, l'una in persona di Pietro, l'anno 1183, e l'altro d'Alberto l'anno 1350, e di certo ave avuto il Vescovato di Tricarico, e d'Aquino, nè li son mancate ricchezze, onori, dignità, e nobiltà di parentadi, ed in particolare con la famiglia CARRAFA, e d'AQUINO, onde viene riputata nobile, e potente al pari di qualunque altra famiglia di Lecce.

Postilla

Ebbe ancora a tempo dè nostri avi Ludovico barone di Acquarica Litii, il quale compose molte dotte poesie sì latine come volgari. Dell'anno 1335 leggesi Ugoessere barone e ciamberlano e familiare de Re Nostro e vedesi ancora Colella.

Aggiunta di Don Ermenegildo PERSONE'

E' qui d'avvertire che Scipione AMMIRATO nella famiglia di San Giorgio dice solamente che i GUARINI fossero in Lecce venuti da Brindisi senza far motto se di quella Città fossero originari, e ivi altronde venuti. E siccome l'opinione che da Francia venuti fossero in quella Città non è da alcuno antico scrittore riferita, su autentiche scritture vi fossero che lo attestino, io lo stimo del tutto.".

Un ramo passa in Sicilia, con Tiburzio, nel 1519, e si stabilisce a Sutera, godendovi nobiltà; un altro ramo passa in Napoli con Saverio di Ottaviano nel sec. XVIII.

E', inoltre, decorata del cavalierato di Malta, fregiata del titolo comitale sul cognome in persona di Nicolò e Federico GUARINI; e con RR. Lettere patenti di S.M. UMBERTO I del 01/03/1896, è riconosciuto spettare a Francesco Antonio GUARINI nato in Lecce il 07/02/1828, il titolo di marchese di Martignano, trasmissibile ai suoi eredi e successori secondo il diritto napoletano; titolo che apparteneva alla famiglia PALMIERI.

Ha posseduto, questa Casa, i feudi di: Cicinizio (XIV), Nicoletta (1463), Mollone (che Giovan Paolo di Gabriele GUARINI compra da Tommaso MONTEFUSCOLI per once 100 con istrumento 23/04/1485 per notar Gabriele DE CAPO di Tricase), Ortelle (presso Castro); Quattromacine (presso Palmarigi) e La Maura, anticamente detta la parte di Baste, tra i feudi di Vaste, Poggiardo e Specchia di Minervino (tutti e tre da Falco delli FALCONI da Nardò venduti a Giulio Cesare di Ottaviano GUARINI, per ducati 8300 di carlini(12), con istrumento 18/06/1592 per notar Lucrezio PERRONE di Lecce); Gnico, Casanello, Cerasole, Palombaro, Pisanello, Vermigliano o Sant'Elia, Ceriescio (che Orazio GUARINI del fu Giovan Battista compra, con istrumento 12/08/1606 per notar Cesare PANDOLFO di Lecce); Tamanzano o Tramontone (che il detto Orazio compra da Nicolò BACCONE, per ducati(13) 4700 di carlini, con istrumento 18/03/1617 e ratifica 24/07/ stesso anno per notar Francesco Antonio PALMA di Lecce); Specchia Mezzana, Specchia di Acaya, Specchiarosa e Galesano (quota parte, in territorio di Mesagne, che poi, nel 1516, Girolamo GUARINI vende a Teodoro MUSCIACCHI); nonchè, i casali di Sarano, Acquarica del Capo, San Cesario (per il matrimonio nel 1302, di Francesca fu Guglielmo BONSECOLO con Pasquale GUARINO), Caprarica di Lecce e metà di quello di Castro, poi Castrì-Guarino, (posseduti, nel 1353, da Guglielmo GUARINO, ed il primo tolto a Vincenzo GUARINO ribelle, e da Carlo V donato nel 1533 a Barnaba ADORNO, e poi confermato dalla Regina Giovanna II a Pasquale GUARINO con diploma 06/06/1419); Torre santa Susanna (concesso nel 1398 a Cobella GUARINO), Specchia e Nociglia (secolo XIV), Novole, di cui, nel 1423, è padrone Antonello GUARINO), Acquarica di Lecce, Lequile e San Cassiano tutti e tre concessi da Maria d'ENGHIEN ad Agostino GUARINO nel 1463); Marzianello (quota parte nel 1463), Diso, Spongano, Casamassima, Maglie e Vaste (dei quali fa acquisto, nel 1527, Fabrizio GUARINO di Antonio); Poggiardo (che, riteniamo, Laura di Galieno DELLA MONICA porta in dote, intorno al 1545, al primo marito Emilio di Marco Antonio GUARINI e, dopo, al secondo marito Ottaviano GUARINI; alcuni sostengono, invece, che il feudo viene concesso, nel 1463, da Maria d'ENGHIEN ad Agostino GUARINI, e su di esso Giovan Battista del dott. Carlo ha il titolo di Duca con diploma di Carlo II d'Austria firmato in Madrid il 03/02/1698); Patù, Castrignano e Alessano (tutti e tre venduti, nel 1610, da Ettore BRAYDA a Fabrizio GUARINI, e sul quale ultimo è concesso a Laura GUARINI di Emilio il titolo ducale con privilegio di Filippo IV del 1635); Ruggiano (che Ferrante GUARINI da Napoli compra, per ducati 4500 di moneta d'argento, da Angelo DE BLASI fu Vito, con istrumento 02/03/1663 per notar Giovan Francesco GUSTAPANE di Lecce); Salignano, Tuglie, Gagliano, Vernole (metà), Taurisano, Monteroni, Minervino, Collepasso e la città di Oria.

La famiglia GUARINI si è imparentata, fra le altre, con le seguenti Case: Delli Falconi, Giorgio, Verardi, Margiotta, Paleologo, Guidano, Scaglione, Di Capua, De Noha, Prato, Della Monica, Lubelli, Paladini, Prioli, Maresgallo, D'Ayello, Saraceno, Ventura, Maremonti, Rondachi, Trani, Ayerbo, D'Aragona, Gallone, Belli, Ghezzi, Castriota, Granafei, De Lesma, De Marco, Rendina, Vernazza, Frisari, Palmieri, Bozzicolonna, Carafa, Angrisani, Personè, Palumbi, Zevallos, Serafini, Massa, San Giorgio, Tomasino, Di Persona, Alemanno, Tafuro, Coniger, Condò, Cicala, Palagano, Rollo, Montefuscoli, Francone, Cattaneo, De Mari, Castelli, Di Luco, Fogetta, Bonsecolo, Castromediano, Della Ratta, Ruggiero, Mettola, Perrone, Di Costanzo, Sambiasi, Dello Duce e Tresca.

E' stato dei GUARINI quel notevole edificio, poi, Lubelli, alla Corte Lubelli n° 1; e quel grandioso palazzo appartenente un tempo ai conti di Lecce, e poi da Maria d'ENGHIEN venduto ai GUARINI nel 1435, sito nella strada del Mignano longo, o, come si chiamava, intorno al 1927, via del palazzo dei conti di Lecce, e frazionato in quattro distinte case, cioè quella dei VADACCA, poi PENZINI ed oggi PREITE al n° 2, quella dei PANAREO, poi D'ARPE, al n° 4, quella dei LECCISO, poi BRUNI, al n° 6, e quella dei GRANAFEI, poi PELLEGRINO, al n° 10. Inoltre la famiglia GUARINI ha avuto diverse cappelle gentilizie in Lecce, nella Cattedrale e nella chiesa di San Francesco d'Assisi.

Pietro Ã¨ vescovo di Lecce nel 1180.

Pasquale, da Brindisi, è protontino(15) di detta città nel 1272.

Guglielmo Ã¨ maestro giurato e camerlengo(16) in Brindisi nel 1305.

Roberto Ã¨ vescovo di Lecce nel 1350.

Agostino Ã¨ consigliere di Maria d'ENGHIEN.

Vincenzo Ã¨ abate mitrato di Centola, cameriere di Sisto V, papa; vicario apostolico a Guastalla, reputato filosofo, teologo, poeta e revisore della Biblioteca vaticana.

Giovan Pietro Ã¨ da re Alfonso fatto cavaliere nel 1452, per esservi valorosamente comportato nella giostra tenuta in presenza dell'Imperatore Federico III, dell'imperatrice, di Ladislao re d'Ungheria e di altri.

Donato, dottore in legge, è professore di giurisprudenza nell'Università di Padova, ed a lui succede, nel 1532, Donato MANCARELLA.

Giovanni Maria, barone di Acquarica e Vernole, è governatore di Gallipoli e di Otranto.

Ludovico, figlio del precedente, è eccellente cosmografo e poeta latino, ha scritto un libro sulla "Storia di Lecce".

Giovanni Francesco, anche dottore in legge, è razionale della Regia Camera, e, nel 1555, decurione(17) della città di Napoli. Ha il suo sepolcro, da lui fatto costruire nel 1563, in Santa Maria delle Grazie Maggiore a Capo Napoli.

Giovanni Battista, o, come altri dicono, Giovanni Luigi, pure dottore in legge, è insigne predicatore, Rettore della chiesa parrocchiale di San Benedetto a Regola, ed eletto vescovo di Aquino il 3 marzo 1579, muore in novembre dello stesso anno.

Giovanni Maria, Giovanni Antonio, Ferrante e Pomponio sono valorosi Capitani vissuti tra la prima metà del secolo XVI e la prima del seguente.

Vincenzo (1524-1525), Giovanni Maria (1529-1530), Ludovico (1545-1546), Paduano (1573-1574), Selvaggio (1575-1576), Giovan Pietro (1618-19; 1624-25; 1632-33 e 1636-37), Orazio (1626-27), Carlo (1649-50), Giovanni Battista (1659-60; 1667-68), Orazio (1697-98), Domenico M.a (1747-48) e Giovanni Battista (1854- 1 giugno 1858), sono Sindaci di Lecce.

Giuseppe Maria Ã¨ del Governo dei Sei, per il ceto nobile, nel 1784.

Questa famiglia è ricevuta nell'ordine di Malta dal 1596 e, nel 1823, nel Costantiniano. La famiglia è iscritta nel Libro d'Oro della Nobiltà Italiana e nell'Elenco Ufficiale dei Nobili d'Italia.

L'ARMA DEL CASATO: D'azzurro alla banda d'oro con lambelle di cinque pendenti di rosso attraversante.

13.  La contea di Lecce al tempo della regina Maria d'Enghien (18) e il barone Pasquale GUARINI.

Nel lasso di tempo che vede protagonista sul feudo di CapraricaPasquale GUARINI, la contea di Lecce ha un periodo storico molto travagliato.

Come si è detto, il re di Napoli Roberto d'Angiò muore nel 1343, a lui succede Giovanna I (1327-1382), sotto il cui regno scoppiano molti dissidi.

Anche il papato ha una vita molto turbolenta; è il periodo in cui avviene la famosa "cattività Avignonese". Papa Clemente VII cerca di conquistare Roma con le armi ma Urbano VI, a Marino, nei pressi dei colli Albani, vince Clemente VII, il quale è costretto a fuggire ad Avignone.

Urbano VI scomunica la regina Giovanna I di Napoli, a causa dei suoi continui matrimoni (quattro), per cui la dichiara decaduta dal regno; al suo posto, papa Urbano, invita Carlo di Durazzo, il quale dall'Ungheria si precipita, a prendere possesso del regno, per cui scoppiano nuove guerre e nuovi tumulti.

Le casate regali e quelle baronali si combattono tra loro; numerose sono le morti violente. L'Angioino Luigi II combatte contro Ladislao Durazzo, figlio di Carlo. Alla fine, il Durazzo la spunta sull'angioino e il papa Bonifacio IX (Tomacelli di Casaranello) è felice, nel 1390, di nominare Ladislao Durazzo re di Napoli anche perchè, detto re, non ha mai sostenuto gli antipapi.

In questo contesto, Maria D'ENGHIEN ha una proposta di matrimonio da Francesco duca D'ANDRIA il quale, però, anche se è un prode guerriero, è molto avanti negli anni tanto da potergli essere quasi padre.

Il duca è molto esperto della vita ed abituato a non subire rifiuti; è venuto a Lecce per conquistare, anche con l'inganno, la giovane Maria, tanto amata dai leccesi; e la città ha messo alla porta, anche se è costato molto sangue, il duca D'ANDRIA ed i suoi 6000 mercenari.

Gran merito per aver avuto molto acume diplomatico e salvato la "nostra Maria", dalle grinfie del duca D'ANDRIA, è del degnissimo cavaliere Pasquale GUARINI, barone di Caprarica, di parte di San Cesario e di Castrì, il quale è familiaris della contessa [A.S.N, 1415, 85 a t.].

Maria d'ENGHIEN non è certo destinata a rimanere nubile, e lo stesso cavaliere Pasquale GUARINI intraprende delle trattative private per darla in moglie a re Luigi D'ANGIO'.

In un primo tempo, come dice il BRIGGS (Op. cit., p. 147), sembra che il cavaliere GUARINI ha trovato un degno partito ma, tuttavia, Maria, donna molto saggia, attende ancora, andando controcorrente rispetto alle principesse e alla forma mentis del suo tempo.

Lecce, durante questa attesa di Maria, comincia a rumoreggiare perchè vuole il suo conte, cosicchè decide di scegliere, tra tanti, Raimondello DEL BALZO-ORSINI. Raimondello ORSINI DEL BALZO, figlio di Roberto, conte di Nola, ha l'obbligo di aggiungere il cognome Del Balzo perchè i feudi sono stati ereditati, dal nonno Niccolò da suo zio Ugo Del Balzo, il quale è morto senza avere figli.

Raimondello, poco prima del 1382, si è impossessato della contea di Soleto con la forza delle armi; viene poi inviato contro Pietro d'ENGHIEN e contro lo zio Luigi d'ENGHIEN, conte di Conversano, e sconfigge entrambi; di ritorno da una guerra in oriente, aiuta la regina Giovanna I nelle sue lotte intestine, per cui dalla stessa riceve i feudi di Terra d'Otranto.

Raimondello Del Balzo-Orsini, per questi suoi meriti, sposa, nel 1385, la contessa di Lecce Maria d'Enghien.

Dal loro matrimonio nascono quattro figli: Giovan Antonio che sposa Anna Colonna, dalla quale non ha figli e muore di morte violenta il 15/11/1463; Caterina che sposa, nel 1419, Tristano Chiaromonte; Gabriele che è principe di Venosa e sposa Giovannella di Sergianni Caracciolo, da cui ha diversi figli e muore nel 1453; Maria che sposa Anton Giulio ACQUAVIVA, duca d'Atri (che è colui il quale difende Roca, Otranto ed il Salento nella sanguinosa guerra del 1480 contro i Turchi di Acmet Pascià, qui mandati dal sultano Maometto II); come è, poi, risaputo l'ACQUAVIVA viene decapitato nei pressi di Sternatia.

L'ORSINI-DEL BALZO viene nominato, così, governatore-feudatario di Terra d'Otranto, con diploma 22/8/1391 di re Ladislao; egli beneficia dell'immunità di molte tasse dei suoi casali ed elargisce molti privilegi agli abitanti delle sue contee.

Raimondello, nel 1402, istituisce il "concistorium principis" in Terra d'Otranto, magistratura che ha giurisdizione su tutti i suoi casali. Il "concistorium" rappresenta il Tribunale supremo di appello di tutte le minori giurisdizioni, e concede anche le Udienze locali ai feudi ritenuti più importanti. In questo stato di cose, avviene che casali, castelli e terre, sulla spinta data dai rispettivi baroni, organizzano l'Università (Comune) con propri uffici e propri consigli, distaccandosi dalla città (urbs per antonomasia) di Lecce, capitale della contea.

Per questo motivo, avvengono numerose infeudazioni e sub-infeudazioni; tra i baroni, si può dire che avviene una vera e propria corsa per accaparrarsi i vari ricchi feudi.

Sorgono, anche, nuove concessioni e giurisdizioni civili e criminali in quasi tutti i casali e nuove Università, le quali hanno la protezione dei loro baroni.

La contea di Lecce, in questo periodo, per quanto riguarda le varie classi sociali, è così suddivisa: i "Nobili viventi o boni homini" (baroni), i quali oltre alla ricchezza ed al lusso portano con loro l'arroganza ed i vizi; la borghesia, formata dagli "Homines viventes de proprio" (dottori in legge, in Medicinafarmacistispeziali e notai) e la terza classe dei "...qui vendunt pubblice in apothecis merces, commestibilia et qui exercent artes fabriles et meccanicas..." (negozianti ed artieri), formatasi in seguito ai contrasti ed agli attriti determinatisi nella borghesia.

In questo periodo si vanno formando nella contea anche le corporazioni e le fratellanze (o congregazioni religiose) che sono tutte di estrazione laicale.

I baroni del casato dei GUARINI, nel periodo in cui la regina Maria stabilisce i suoi banni, fanno parte della prima categoria, cioè, di quella categoria detta dei baroni o dei "Vassi", vassalli-gentiluomini; essi giudicano, dalle loro case, in Lecce, i piati (contenziosi) dei loro valvassini.

Nelle scritture dell'anno 1419 risulta che a Pasquale GUARINI, Cavaliere, dalla Regina Giovanna 2^, è concesso, per li suoi serviggi, che i suoi casali di San Cesario, Caprarica e Castrì siano aggraziati dalle collette e pagamenti fiscali ed in detta scrittura vien chiamato vir nobilis ed olim familiari Principessa Donna Regina Maria.

Nel 1435, la regina Maria vende la sua grande casa in Lecce, detta "Il palazzo dei Conti di Lecce", alla potente famiglia del suo familiare Pasquale GUARINI che, in seguito, la divide in tre parti col proposito di venderla.

Un decreto reale sanziona l'apertura di una strada attraverso questa proprietà detta "la strada nuova". Il palazzo, perciò, occupa il sito dove sorgono ora tre case.

I GUARINI comprano questa grande casa, perchè hanno l'obbligo (che gli è stato già imposto fin dai tempi del re angioino Carlo II) di spostarsi dalla sede del proprio casale, Caprarica, in alcuni periodi dell'anno in Lecce; ma, in effetti, più che un obbligo, per i GUARINI è un "privilegio" tenere banco di giustizia, in Lecce, per tutte le cause che possono insorgere tra i loro vassalli.

Che il barone sia l'arbiter della situazione in tutte le Università e, dunque, anche in Caprarica, si evince dal fatto che egli delibera e nomina, quando gli pare, le persone che gli aggradano a ricoprire le pubbliche cariche cittadine; per cui si può sintetizzare dicendo che la volontà del barone è legge.

Un manoscritto che parla "dell'Apprezzo della terra di Acaya" (che si trova presso l'A.S.L. in "Scritture delle Università"), sintetizza la forma-mentis baronale che vige in tutte le Università. Si legge testualmente: "...Il governo di detta terra è tenuto da un Sindico e da due uditori, quali si eligono dall'Università nel mese di agosto, cioè si nominano due persone per Sindaci, e quattro per Auditori, quale nomina s'invia al Barone, il quale di detta nomina ne elige uno per Sindico, et due per Auditori, chi però li pare, et piace, escludendo l'altri, et detto governo dura un anno...".

Quindi, dal XIV sec. in poi, le figure giuridiche ed i servizi che i cittadini, designati, svolgono sono all'incirca questi: il Sindaco di Caprarica e gli Eletti vengono incaricati dell'esecuzione materiale delle leggi, riscuotono le tasse per conto dell'Università e per conto della Regia Corte; vengono nominati, inoltre, i funzionari del censimento che rappresentano l'Università stessa nei vari contenziosi.

Il Cancelliere compila gli atti e custodisce i brogliacci (che non sono quelli dello stato civile istituiti con le leggi napoleoniche del 1809).

Vi è, poi, il Capitano o Governatore, sempre nominato dal feudatario, il quale svolge le funzioni di Ufficiale di polizia e di Magistrato; questo, alzando ed impugnando la verga, simbolo del comando e del potere (ricevuto), amministra la giustizia. Il Capitano viene aiutato da due soldati a cavallo e a piedi.

Il Capitano, ancora, assolve al compito di pubblicare i cosiddetti Bandi Pretori.

Vi è, poi, il Catasto detto Fuocatico il quale enumera i nuclei familiari di ogni Università del Regno di Napoli, e, come dice il TRINCHERA, di ogni famiglia vengono annotate le "...possidenze, aggravi e disgravi di fuochi per individui defunti o passati ad abitare altrove...".

Alla morte di Raimondello, avvenuta il 10/1/1406, succede - sulle sue terre - la moglie Maria d'Enghien, donna molto energica e di grande carisma.

Re Ladislao d'Angiò-Durazzo cerca, in tutti i modi, di togliere a Maria le ricche terre della contea di Lecce e del Principato di Taranto, e, nella guerra che segue negli anni 1405 - 1406, avvengono molti scontri. Famoso è il duello tra Ludovico Maremonti, barone leccese, che parteggia per la contessa, con Sergianni Caracciolo, seguace di Ladislao.

Il barone Lorenzo Drimi (o Indrimi) cerca in tutti i modi di portare dei soccorsi a Maria; perciò, conduce da Oria a Taranto, 500 cavalli circa.

Nell'assedio del mese di aprile 1407, re Ladislao cerca di sfondare la resistenza della contessa, asserragliata nelle mura di Taranto; il re l'assedia sia per mare che per terra, usa anche le bombarde ma non riesce mai a concludere a suo favore, cosicchè, per risolvere la questione, sposa Maria d'Enghien nel 1407 ("...tractatum fuit matrimonium inter ipsum regem et dominam Principissam, et fuerunt elevatae banderiae Regis, et intravit sub pallio Rex in hospitium Marini De Falconibus; et in Castro fuit matrimonium confirmatuum per verba de presenti... - fu concordato un trattato matrimoniale tra re Ladislao e la Principessa Maria, gli abitanti accolsero il re con giubilo e bandiere sventolanti, (il re) entrò in Taranto in pompa Magna ed andò nella casa del barone Marino Delli Falconi; e nel castello fu firmato il contratto matrimoniale tra il giubilo dei baroni presenti...") .

La nuova regina viene accolta in Napoli con grande calore e questo evento resta scolpito nella memoria dei suoi abitanti, tanto che, lo storico De Blasiis ci fa sapere che la regina entra nella capitale del regno "...col pallio sopra la testa con tutta Napoli da cavallo et de pede et tutti li Seggi et le piazze...".

Maria d'Enghien è una donna di alta statura morale e politica ed anche se è costretta a stare a Napoli non si dimentica mai della contea di Lecce. Ella dimostra il suo valore, soprattutto alla morte di re Ladislao, avvenuta nel 1414.

Maria d'Enghien fa rifiorire, in questo periodo, la contea di Lecce, dandole un rinnovato sviluppo economico, come ai tempi di re Tancredi; è dotata di un carisma così alto che i leccesi la chiamano familiarmente "la nostra Maria".

La regina, per regolamentare la vita della città di Lecce, come Università, e di tutta la contea, nei suoi aspetti sia etnici, che economici che di sicurezza interna ed esterna, emana gli "Statuta et capitula florentissimae civitatis Licii".

Quel codice è sicuramente l'unico documento reale, scritto nei primi anni del XV secolo, da cui si evince un linguaggio che sembra molto vicino al nostro attuale dialetto.

Attraverso questi Banni e Capituli, si vuole, tra le numerosissime cose ... che non si bestemmi, che non si portino armi senza licenza, non si incendino le ristoppie prima della metà di Agosto "...item che nulla persona ausa mectere focho da fore la cita de leze sopra lo tenimento de la dicta cita, et de suoi casali, et del suo contado avanti la festa di Sancta Maria di mezo augusto, et chi nde fara lo contrario cadera alla pena de unce quactro applicanda alla corte del capitanio...".

Fissa delle taglie in denaro per ammazzare i lupi e crea - per così dire - un grande bacino di utenza in tutta la contea di Lecce, nei casali di " ...trepuze, sancto pietro vernotico, turchiarulo, campie, sancta maria di nove, carmiano et malliano, acquarica, pisignano, arnesano, munturoni, lequile, sancto cesario, sancto donato, galugniano, vernule, hance (Vanze), malandugno, Creparica, castri, caballino, lizanello, merine, struta, segine (nunc Achaya), e martigniano...", per raccogliere il danaro da pagarsi agli uccisori dei lupi. Questa tassa - con inclusi altri dazi - diviene fissa, tanto che i detti casali sono obbligati a pagarla in perpetuo.

La diffusione dei lupi e dei cani è così grande in Lecce e nella contea che M. S. BRIGGS, nella sua "Storia di Lecce", afferma che "...numerosi sono i bambini nati fuori del matrimonio e che vengono abbandonati sulla pubblica via o vicino alle chiese, spesso questi sfortunati infanti sono cibo per cani...".

Chi contravviene ai bandi della Regina Maria viene punito con pena pecuniaria o ad arbitrio del Capitano: "...oy alla pena della frusta cum li fructi in canna (appesi al collo) chi non havera da pagareli...".

Nel 1419, Maria d'Enghien allarga i confini dei suoi possedimenti acquistando il Principato di Taranto da Giacomo di BORBONE, marito della Regina Giovanna, per la somma di 20.000 ducati. In verità, questo Principato era già stato suo, ai tempi dell'ORSINI, ma ne era stata, poi, privata all'epoca del suo imprigionamento. Per questo motivo, Caprarica, come gli altri casali, fanno parte della contea di Lecce e del Principato di Taranto.

Nel mese di marzo del 1429, come si legge in un diario gallipolino di Lucio CARDAMI, avviene, però, una pestilenza che spoglia non poco, dei suoi abitanti, tutti i casali del Salento. Nel testo si legge: "Anno 1429, settima indizione, foe quisto anno multo doloruso ad la provincia de Terra d'Otranto per lo male della peste che feci morire e la cetate de Otranto, Castro, Lecce, Gallipoli, Neurio, Alexano et in altri lochi, che fo no terrore, et se Dio non ce leberava presto omne uno saria morto per la gravezza de lo male, che in una o tre ore facia morire. Cumenzao dicto male ne lo mese de marzo, et durao per fino a settembre, caminando de no loco ed altro, et muriano puro li animali".

Anche Caprarica vede la sua popolazione diminuire paurosamente, ma sarà per un breve periodo, perchè, come si vedrà, verso la fine dello stesso secolo XV ci sarà, per questo casale, un grande aumento demografico.

Maria d'Enghien deve attutire anche le ire e le gelosie che man mano si vanno coagulando; una di queste gelosie è tramata dall'intraprendente Giovanna II (futura regina di Napoli), la quale cerca in tutti i modi di indebolire il potere ed il carisma di Maria e, per far questo, invia nel 1434 il capitano di ventura Giacomo CALDORA (il quale, come soldato di ventura, parteggia un pò per l'angioino, un pò per l'aragonese) ad occupare i suoi possedimenti, il quale dopo aver occupato molte terre di Terra d'Otranto alla fine si ritira.

Ecco cosa scrive il GALATEO, nel suo "De situ Japigiae, pag. 74" a proposito di questo conflitto: "...Ioanna ingentem exercitum duce Iacobo Caldora contra Ioannem Antonium et Mariam eius matrem misit, Salentinos campos omnes igne ferroque vastavit... - Giovanna I inviò un ingente esercito, comandato dal capitano Giacomo Caldora, contro Giovannantonio (Del Balzo-Orsini) e la madre di lui Maria (d'Enghien) e devastò col ferro e col fuoco tutta la terra salentina..."; tra le città che gli resistono, si ricordano Gallipoli, Castro, Oria, Rocca, Taranto ed altre.

Maria d'Enghien muore l'11 maggio 1446 alla veneranda età di 80 anni e viene sepolta, in una grande marmorea tomba, nella vecchia chiesa di Santa Croce.

A Maria e Raimondello, sulla contea di Lecce, succede il figlio Giovan Antonio, il quale istituisce in Lecce una zecca per battere moneta.

Giovanni Antonio ORSINI DEL BALZO è un uomo potente, nipote di papa Martino, per via della moglie Anna COLONNA, e zio del nuovo re Ferrante d'Aragona; governa anche sul Principato di Taranto. Nella congiura dei Baroni, l'ORSINI si schiera a favore di Giovanni d'ANGIO' e contro don Ferrante il quale viene sconfitto nella battaglia di Sarno (1460).

14. I ricchi mercanti dei grandi Comuni d'Italia giungono nella contea di Lecce.

Nella prima metà del XV sec, sul feudo di Caprarica, diviso in due quote, dominano incontrastati, sulla prima, Bernardo CONDO' e, sulla seconda, Pasquale GUARINI.

Quando Pasquale, devoto cavaliere della regina Maria, oramai vecchio e spossato dalle lunghe guerre che ha dovuto sostenere, prima, contro il Duca D'ANDRIA e, poi, con re Ladislao, muore, gli succede il figlio Antonello che fa suoi tutti i titoli del padre e si vede elargire, dal conte di Lecce e dalla Regia Corte, alla morte di Bernardo CONDO', la seconda quota di Caprarica, riunendo così le due quote della predetta Terra.

Antonello sposa Costanza Caterina DE LUCO, da cui nascono: Gabriele, che gli succederà sul feudo di Caprarica, Matteo, Margherita, Battista, Giovanni Maria, Francesco e Luigi capostipite dei baroni di Acquarica, Vernole, Vanze e Specchia Mezzana il quale sposando Aurelia DELL'ACAYA, figlia di Alfonso, diviene anche grande amico del cognato Giovan Giacomo DELL'ACAYA che sarà, dall'imperatore Carlo V, nominato ingegnere reale.

Il quadro storico della contea di Lecce, verso la metà del XV secolo, registra un gravitare di vita operosa; essa non è relegata in una operosità chiusa, nell'ambito del proprio distretto-contea, ma allarga lo sguardo anche ad un forte interscambio commerciale.

Maria d'ENGHIEN, prima, e la dinastia regnante aragonese, poi, hanno "aperto" a tutti i mercanti, a quelli di Firenze, di Genova, di Venezia e di altre città. Questi rapporti commerciali sono cominciati, in verità, già al tempo dei Brienne e proseguiti nel tempo. A causa dell'intrecciarsi di più presenze commerciali e culturali, provenienti da diverse città italiane, nel 1484, re Ferrante, per porre un rimedio, approva e concede alla città di Lecce di battere propri statuti.

Molte famiglie venete, fiorentine, genovesi, ecc. si sono qui stabilite o perchè richiamate da colonie preesistenti o perchè attratte dagli ingenti traffici commerciali.

La colonia Veneta, che era molto florida, occupa un grosso rione di case che si estendono dalla via Orefice fino al castello ed hanno la chiesa di San Marco come luogo dove essi svolgono il culto.

La colonia dei fiorentini Ã¨ sita nei pressi della piazza di San Giovanni Vetere. Anche i Triestini hanno una piccola colonia e da Carlo V nel 1516 sono loro concesse diverse capitolazioni.

Vi sono state intorno alla metà del XV secolo anche colonie di Schiavoni, dei Ragusei, venuti al seguito degli Albanesi, i quali formano un sodalizio avente interessi religiosi e commerciali ed hanno il proprio culto nella chiesa di San Niccolò dei Greci (Buon Consiglio) ed il proprio rione attiguo a quello degli Ebrei, i quali già dai vecchi statuti della Regina Maria hanno l'obbligo: "...che gli Iudei portino lo signo...". Gli ebrei posseggono una loro chiesa (Sinagoga) per il loro rito.

I Veneziani creano a Lecce e nella contea una loro colonia ed una loro Chiesa presso la piazza del Mercato (attuale Sant'Oronzo), dove esercitano le loro industrie ed i loro commerci. I mercanti veneziani frequentano la contea di Lecce prima dei fiorentini, ma sembra che avessero grandi presenze, soprattutto, durante i secoli XV e XVI.  Fin dal 1543, la colonia veneziana è così prospera che innalza, sulla sua chiesa leccese, il leone di San Marco. I Veneziani costruiscono anche i loro palazzi signorili; tra tutti, si ricorda "Il Sedile" (1592), sito attualmente in Piazza Sant'Oronzo.

In questo turbinio di traffici e commerci, anche la periferia della contea risente di effetti benefici; risale, probabilmente, a questo periodo la costruzione, in Caprarica, di una chiesetta dedicata a San Marco, come una sorta di ex voto da parte di alcuni mercanti veneziani qui convenuti.

Non è un caso, dunque, se, a cavallo tra il XV-XVI secolo, viene istituita, in occasione della festività di San Marco, il 25 aprile, una grande fiera a scopo commerciale per la compra-vendita di capi di bestiame e di prodotti e attrezzi agricoli. Questa fiera era ed è così rinomata che tutti i paesi limitrofi a Caprarica qui convengono per accaparrarsi i prodotti o gli animali più pregiati a basso costo.

Vi è, ancora oggi, un vecchio detto, risalente al XVII sec., il quale fissa proprio nel giorno della festività di San Marco una data di particolare rilevanza dal punto di vista climatico-stagionale in relazione ai lavori dei campi: "Sciamu a Santu Marcu e poi inimu/ lu cranu ete ncannulatu e l'ergiu ete chinu - Andiamo a San Marco (in Caprarica) e poi torniamo/il grano è ingrossato e l'orzo è pieno".

Il senso è che, nei tempi andati, in occasione della detta fiera di San Marco, a Caprarica, alla fine di aprile, i contadini della zona - soliti andare a piedi o con il carretto agricolo (trainu) per fare le compere di animali, prodotti o attrezzi agricoli -si rendevano già conto - frutto della loro esperienza - se l'imminente annata del grano e dell'orzo era buona oppure no; per cui la festa di San Marco era tenuta come punto di riferimento della stima di determinate colture.

In questo periodo storico, sulla Terra di Caprarica, continuano a governare i baroni GUARINI.

Alla morte di Antonello succede Gabriele, il quale sposa in prime nozze Filippa di Stefano FOGGETTI, barone di Taviano, ed, in seconde nozze, Adelfina SANGIORGIO; da esse ha complessivamente nove figli: Antonello, che gli succederà sul feudo di Caprarica; Lucrezia, che sposa nel 1493 Ferrante VENTURI, barone di Palmariggi; Adelfina, che sposa Stefano BARONE; Aurelia, che sposa Giò Francesco DE PERSONA, barone di Matino; Gio Francesco, che sposa nel 1485 Lucrezia di Giannuzzo CASTROMEDIANO; Gio Battista (1486-1536); Pentesilea, che sposa Sigismondo CASTROMEDIANO, barone di Cavallino; Gio Paolo, capostipite dei baroni di Mollone e Ceriescio; Bernardino, nato nel 1460, che è capostipite dei baroni di Anfiano; Gio.Paolo nato nel 1463, che sposa nel 1485 Caterinella di Antonello CONIGER; Beatrice, che sposa Gabriele TOMASINO.

Antonello sposa Raimonda PRATO, da cui ha tre figli: Vincenzo, che gli succederà sul feudo di Caprarica, Evangelista nato nel 1473, che sposa Delizia MARAMONTE; Gio Antonio nato nel 1478, che è barone di Casivetere.

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