CAPITOLO VI - LE TRADIZIONI POPOLARI ED IL FOLKLORE

CAPITOLO  VI

LE TRADIZIONI POPOLARI ED IL FOLKLORE

1. Caratteri generali.

2. Le Credenze Popolari.

3. Tradizioni scomparse.

4. La Mostra del corredo.

5. Il Corteo nuziale.

6. Gli Abiti votivi.

7. La Quaremma.

8. Il giorno dei morti: "Me faci li muerti".

CAPITOLO  V I

LE TRADIZIONI POPOLARI ED IL FOLKLORE

di Maria Fedela VANTAGGIATO

1. Caratteri generali.

Caprarica di Lecce vuol dire paese del Sud, sinonimo di Mezzogiorno d'Italia, la vita dei suoi abitanti alla fine dell'ottocento e nei primi cinquant'anni del novecento è quella degli abitanti di tanti altri paesi meridionali. La maggior parte dei suoi abitanti sono contadini, pochi gli artigiani, pochissimi gli studenti e professionisti, un curato, alcuni proprietari terrieri e un barone o un marchese o un duca che dominano il paese.

Anni di sottomissione, di miseria e di fame e, soprattutto di guerre, ben due guerre mondiali interessano questo lasso di tempo. E' vero che i paesi del Sud sono lontani dai campi di battaglia, ma anche qui si sentono le gravi conseguenze della guerra. I paesi si spopolano, restano solo vecchi, donne e bambini, i campi restano incolti per mancanza di manodopera efficiente e, la vita nei paesi ad economia prettamente agricola e pastorale si va come spegnendo. In molti paesi non c'è la scuola e se c'è, è frequentata da pochissimi, perchè le famiglie quasi tutte numerose hanno bisogno di mandare i figli più grandi (sei o sette anni) a lavorare oppure devono badare ai fratelli più piccoli.

L'ignoranza e l'analfabetismo sono l'altra piaga di questi anni infelici. Arretratezza intellettuale e morale caratterizzano, perciò, le popolazioni del Sud e non poche sono le credenze ed i pregiudizi a cui la gente è legata. Si fa spesso ricorso alla magìa, si teme il "malocchio" o "lu ‘nfascinu", ritenuti causa di tante malattie e disavventure, si ha il terrore del diavolo e di esseri strani e malvagi, creati dalla fantasia popolare come "lu laurieddhru" e "l'uru".

Per la cura delle malattie si va dai cosiddetti "curatori", i quali con intrugli magici, con erbe speciali o impacchi tentano di sanare mali ritenuti inguaribili, come "lu male te Santu Tunatu", "lu fuecu te Sant'Antoniu"o sistemano arti rotti o slogati

I comportamenti e il patrimonio di cognizioni delle classi "d'èlite", dei ceti sociali "dominanti" non sono certo uguali ai comportamenti ed al patrimonio di cognizioni del cosiddetto "popolo" e cioè delle classi sociali "dominate", alla diversità sociale, politica, economica, ecc. si accompagna una diversità culturale (di conoscenze e credenze, di usi e costumi, di osservanze e di gusti).

A giusta ragione, Ernesto De Martino chiama la Puglia e in particolare il Salento, "La terra del rimorso", cioè la terra del cattivo passato, dove la gente è stata succube e in alcuni casi lo è ancora, d'antiche credenze e tradizioni.

Pluriclasse - 1921 - Maestri: Donna Bianca e Don Nicola Greco

2. Le Credenze Popolari.

Nascita e Morte

Particolarmente significative sono le credenze relative alla nascita e alla morte, due momenti della vita, pieni di eventi inspiegabili e misteriosi, dove si può far spaziare immaginazione e fantasia.

Molte congetture si fanno sul sesso del nascituro, secondo la forma della pancia della gestante, se appuntita prevede la nascita di una bambina, se è più arrotondata quella di un bambino. Un proverbio locale conferma questa credenza:

"Panza pizzuta, pripara la scupa,

panza cazzata, pripara la spata."

La donna incinta che trova un ago, "sicuramente", partorirà una femmina, quella che cade avrà un maschio.

Nel periodo di gestazione, la donna deve avere un'alimentazione più abbondante perchè si pensava che dovesse mangiare per due.

Secondo la convinzione popolare, ogni desiderio della gestante deve essere esaudito per paura delle "ule", delle macchie di colorito rosso vinoso che possono verificarsi sul corpo del nascituro, le più note sono le "ule" di caffè e di fragola. Oggi, il dermatologo le chiama angiomi cutanei. Un altro proverbio popolare conferma questa credenza:

"Fimmina mmaritata, nu puei stare scuscitata".

[Traduzione: Con una donna sposata non si può stare tranquilli, potrebbe essere incinta, perciò deve assaggiare tutto per evitare che compaiano "le ule"].

Il neonato deve essere avvolto nei panni e poi "nfassatu", cioè il corpo deve essere coperto da fasce lunghe tre metri, per poter crescere con le gambe diritte. I bambini vengono fasciati sino ai sette o otto mesi d'età.

Naturalmente non devono mancare medagline e amuletti da attaccare alle camicine o alle fasce contro gli incantesimi.

Per favorire la produzione del latte, la puerpera deve seguire una dieta particolare a base di carne d'agnello, di vitello, patate, verdure e soprattutto carciofi e finocchi.

Nel caso si dovesse ricorrere alla nutrice, il latte di una puerpera bruna è considerato migliore di quello di una bionda.

Numerose sono, anche, le credenze che riguardano la morte. Il canto della civetta è considerato presagio di morte, il guaire lamentoso del cane è l'annuncio di morte per il padrone o per qualche familiare.

Nella bara, prima di deporvi il defunto, si mettono diversi capi di abbigliamento e tutto ciò che può essere utile durante il lungo viaggio nell'aldilà: cappotto, cappello, bastone, scarpe.  Secondo l'uso dei popoli antichi, si credeva che tali oggetti sarebbero stati necessari nell'altra vita.

Non si possono seppellire oggetti d'oro o pietre preziose, segno d'attaccamento ai beni terreni e, dunque, impediscono l'entrata in Paradiso.

Il corpo del defunto si colloca al centro della stanza, con i piedi protesi verso l'uscita, per permettere all'anima d'uscire dal corpo, la porta è lasciata socchiusa per tutto il periodo della veglia e, a mezzanotte, si spalanca perchè è considerato il momento del trapasso.

Si crede che, dopo la sepoltura, le anime possano ritornare. Capita spesso che persone più bisognose si recano dai familiari del defunto per comunicare che hanno parlato in sogno con l'anima di un loro parente e che ha dato loro dei messaggi da riferire. Ricevono in compenso olio, formaggio, zucchero o abiti del defunto, perchè i familiari credono che il loro defunto ha bisogno di qualcosa e, perciò, ha voluto mandare a dire che lo stanno dimenticando.

Quando un congiunto piange e ripete spesso il nome della persona cara scomparsa, si crede che l'anima del defunto non riposi in pace e che vaghi in continuazione senza meta.

Il cimitero è fuori paese e come ovunque, si seppellisce per terra, la gente che, d'estate si reca nei paesi vicini, è costretta a passare davanti al cimitero e a volte, vede delle fiammelle sulle tombe e crede siano gli spiriti. I malcapitati non riuscendo a darsi altra spiegazione, paralizzati dalla paura, quando arrivano in paese raccontano la loro avventura e  immediatamente si diffonde la voce che al cimitero ci sono gli spiriti. Le fiammelle, i cosiddetti fuochi fatui, hanno origine dalla spontanea accensione dei prodotti gassosi della decomposizione dei cadaveri.

Il progresso e lo sviluppo scientifico hanno cancellato tante di queste convinzioni ma molte costituiscono ancora la base della nostra civiltà popolare, in lenta estinzione.

Lu Luariedhu

Tra le credenze popolari più radicate in Caprarica, nei tempi andati, vi è quella de "lu lauriedhu" o "l'uru". E' una specie di spirito maligno, dispettoso e burlone che arreca danni continui alla casa dove si crede abiti. Si nasconde sugli armadi, dietro i mobili, nei canestri, sotto i sacchi del grano o dei legumi. Molti dicono di averlo visto, ma ognuno gli attribuisce forme strane e diverse, l'unica cosa comune è che sia piccolo come uno gnomo. Spesso colloquia con i padroni di casa, sicuro frutto d'immaginazione e di paura. Si narra che un giorno una donna disperata per le continue calamità che si abbattevano sulla sua casa, tutte attribuite "all'uru", decide di traslocare, una vicina le chiede il perchè e lei:

Cummare, sta cangiu casa pe l'uru

ma da un canestro dove la donna trasporta la biancheria nella nuova casa "l'uru" risponde:

Eccume, quai stau, sta bbegnu cu tie

quasi a conferma che non ci si può liberare delle proprie paure e soprattutto delle proprie credenze.

Si dice che "lu Lauriedhu" mangia il cibo degli animali domestici, facendoli dimagrire e a volte anche morire, se il padrone non riescie a scacciarlo prima. Ma un'anziana signora ha riferito: "A casa mia è successo qualcosa di simile, dicevano che l'uru divorava il cibo del cavallo e dell'asino che tenevamo nella stalla, infatti, questi dimagrivano a vista d'occhio, ma mio padre si è accorto che la stalla era infestata dai topi ed erano loro che divoravano tutto".

Il divertimento preferito del "lu Lauriedhu" è quello di recarsi nelle stalle durante la notte e di fare le trecce alle code dei cavalli. All'alba, il padrone trova, effettivamente, le code dei cavalli intrecciate e si dispera. Una persona che non crede all'immaginario spiritello ha spiegato che i cavalli, nel chiuso delle stalle, si agitano e scuotono di continuo le code che tornando al loro posto man mano s'intrecciano.

Oggi nessuno parla più del "l'uru", ma nel gergo degli anziani è rimasta la frase "...dici ca è statu l'uru?", quando non si trova il responsabile di un fatto accaduto nel chiuso di una casa.

Lu ‘Nfascinu

"Lu ‘nfascinu" è considerata una forza malefica che colpisce, soprattutto, i bambini in tenera età, quando la madre vede il proprio figlio florido e bello, la sua prima preoccupazione è che lo possano "nfascinare". Allora mette, all'interno delle fasce del bimbo, degli amuleti, delle medagline o dei nastrini benedetti per scongiurare le malie delle streghe. Spesso, quando si portano a spasso i piccoli li coprono completamente affinchè non siano colpiti dal malocchio; a Caprarica si è soliti dire "Quidha porta propriu l'ecchi te nfascinu", per indicare la persona capace di provocare il malocchio. I sintomi del "lu nfascinu" si presentano, di solito, sotto forma di vomiti, pallore, capo reclino, indebolimento degli arti, sintomi molto ricorrenti nei malesseri della prima infanzia, quando i bambini non sono ancora in grado di dare una spiegazione dei loro mali.

Ma "lu nfascinu" colpisce anche gli adulti e gli animali che deperiscono senza alcun motivo evidente. In quel periodo ricorrere al medico è oneroso e le medicine non sono alla portata di tutti, perciò si fa ricorso alle esperte di magia, le cosiddette "masciare" le quali tolgono "lu nfascinu", senza alcun compenso. Sono generalmente donne coloro che tolgono lu nfascinu.

Il rito per toglierlo è molto lungo e la formula magica è segreta, trasmessa da madre in figlia, solo a tarda età e nel giorno del venerdì santo. Nella formula pronunciata dalla masciara sono frequenti nomi di santi, come San Rocco, San Cosimo, San Damiano, ritenuti Santi taumaturghi, il nome di Cristo e del Creatore. Superstizione e religione si uniscono così in un rito popolare.

La persona che è "nfascinata" viene portata da queste donne, ma spesso sono loro a recarsi nella casa di chi ha subito "lu nfascinu", se si tratta di animali il rito si svolge nelle stalle.

All'inizio del rito, la masciara fa il segno della croce, mette un piattino vuoto sulla testa della persona "nfascinata", rifa il segno della croce e comincia a recitare la formula segreta, versa dell'acqua nel piattino, immerge l'ago della pasta, "l'acaturu" in una bottiglia d'olio, fa cadere tre gocce nel piattino con l'acqua, se l'olio si spande non c'è lu nfascinu, se l'olio scompare subito è ‘nfascinu recente, se l'olio scompare piano piano lasciando quasi un alone, è un fatto vecchio.

Nuovamente la donna fa il segno della croce e sparge il contenuto del piattino ai quattro punti cardinali. Si ripete il rito per tre volte, durante la stessa giornata, l'ultima volta nel piattino si aggiunge del sale, lo si lascia sciogliere e poi si butta il contenuto nella pianta più rigogliosa del giardino, mentre la donna pronuncia queste parole: "Ieu te tau li mei dolori, tie me tai li toi ardori!". Il rito è concluso, ma si deve ripetere più volte a distanza di qualche giorno, prima che la persona colpita dal malocchio possa essere completamente liberata.

Per difendersi dal malocchio si appende vicino alla porta d'ingresso la falce o una piccola scopa, si dice che costringa le streghe a contarne i denti, operazione impossibile, così sono costrette ad andarsene senza arrecare alcun male agli abitanti della casa.

Ancora oggi si vedono appesi nell'ingresso di una casa un ferro di cavallo, un cornetto o le forbici aperte, tutti amuleti contro il malocchio e si considerano segni premonitori di sventura il gatto nero che attraversa la strada, lo specchio che si frantuma, un recipiente d'olio che si rompe o si versa per terra, tutti strascichi di un recente passato di credenze e pregiudizi, dove sacro e profano spesso si confondono.

3. Tradizioni scomparse.

Ogni paese ha i suoi usi, i suoi costumi e le sue tradizioni, alcune perdurano nonostante il passare del tempo, altre sono completamente scomparse, ne resta memoria solo nel vago ricordo di pochi anziani.

1. La serenata.

Chi porta più la "serenata" all'innamorata? A Caprarica si facevano anche le serenate a pagamento, mesciu Minicuccio Corina suonava il mandolino e mesciu Carmelo Maggiore suonava la chitarra. La serenata è composta da musiche melodiose, da canti d'amore, da discorsi introduttivi, spesso rimati come questo:

"Ieu su bbinutu, ca ‘nci su mmandatu,

te unu ca te ole mutu bbene,

cu le scinucche ‘nterra ma priatu,

cu bbegnu te le cantu le sue pene.

Ca se lu iti comu a dintatu,

tie tici comu l'aria lu mantene!

Poi salutu tuttu lu ‘mparintatu

puru la icinanza ca ae stu locu,

ca poi salutu tie milu ‘ngranatu,

speru ca te ‘nde portu e cangi locu."

[Traduzione: Sono venuto, perchè sono stato mandato da uno che ti vuole molto bene, in ginocchio mi ha pregato di venire a cantarti le sue pene; se lo vedessi come è diventato, diresti come fa a vivere. Poi saluto tutti i parenti e i vicini e, saluto soprattutto te, bella come una melagrana, spero di portarti via e di farti cambiare luogo.]

Non sempre il messaggero d'amore è ben accettato, può capitare anche di ricevere sulla testa qualche oggetto contundente o un secchio pieno d'acqua o d'altro.

2. La fusciuta.

Quando i genitori non sono d'accordo con le scelte d'amore fatte dai figli, oppure le famiglie sono così povere da non potersi permettere una dote o una casa, i giovani fuggono.

Fatti i preparativi per la fuga, comunicano la loro decisione ad un parente o ad un amico fidato, il quale dopo la loro partenza deve darne notizia ai genitori e testimoniare che la fuga è consenziente.

Dopo qualche giorno i fuggitivi tornano a casa, chiedono perdono e trovano sistemazione nella casa dei genitori del ragazzo e si deve celebrare in gran fretta il matrimonio perchè la ragazza è ormai disonorata.

La sposa non può indossare l'abito bianco e il velo, il matrimonio religioso deve essere celebrato di prima mattina, alla presenza dei soli testimoni, naturalmente non ci sono festeggiamenti.

La fuga d'amore esiste ancora oggi, ma non ci sono differenze nelle celebrazioni dei riti nuziali.

3.  La Promessa di matrimonio in casa.

Le persone nobili o altolocate non vanno in municipio per fare la promessa di matrimonio, il sindaco o l'impiegato comunale delegato si reca in casa della sposa per celebrare il rito.

Dagli atti d'ufficio risulta, come banale giustificazione, che la sposa ha accusato un malore all'ultimo momento che le ha impedito di recarsi in municipio.

4. La Mostra del corredo.

Una settimana prima del matrimonio si fa "la mostra te le rrobbe", la madre della sposa invita vicini, parenti ed amici per far vedere il corredo che ha cominciato a preparare per la figlia sin dalla sua nascita. In una stanza si mette in bella mostra tutto il corredo, quando non ci sono tavoli o mobili a sufficienza, si poggiano degli assi su due sedie e si creano dei piani d'appoggio.

 

"Sta ni tau pannina 10!" significa che il corredo consta di 10 coperte, di 10 lenzuola di sotto, 10 lenzuola di sopra, 10 tovaglie, 10 asciugamani ecc. I capi più belli si mettono più in mostra, si appendono alle pareti con dei fili sospesi oppure per far risaltare il lavoro di ricamo si mette sotto della carta velina colorata.   Per tutta la serata è un via vai di gente che curiosa, apprezza e spesso critica, poi il corredo viene trasferito nella casa dei futuri sposi.   Fare un corredo richiede anni e anni di lavoro e di sacrifici, il corredo è fatto tutto a mano, i telai sono sempre montati in casa e si tesse in continuazione, chi non possiede il telaio chiede alla vicina o a qualche parente di poter usare il suo. Si tessono capi di lino, di cotone o di lana, le lenzuola sono sempre bianche e tessute con un normale intreccio di fili, ma asciugamani, tovaglie e coperte possono essere anche colorati e "a pintu", una speciale lavorazione che produce un tessuto a piccoli quadrati o triangoli, particolarmente pregiato. Oltre alle opere d'arte che si possono fare con il telaio, le lavorazioni più apprezzate sono l'intaglio, il filet, il tombolo, il rinascimento e il ricamo in genere, frutto del certosino lavoro delle donne, anche giovanissime, che la sera al lume di candela ricamano il corredo sognando il giorno del matrimonio, come momento culminante della loro vita.

... ricami ...

5. Il Corteo nuziale.

Non si vede più sfilare per le vie del paese un corteo nuziale a piedi, tradizione protrattasi sino agli anni 60.

La sposa apre il corteo al braccio del padre, in sua assenza è accompagnata dal fratello maggiore o da una persona importante del paese, segue lo sposo con la futura suocera o cognata, dietro i compari d'anello e poi tutti gli invitati. Fanno ala al corteo nuziale tutti i bambini del paese, scalzi e mezzi nudi per cercare di afferrare i confetti che vengono lanciati da alcuni parenti degli sposi in segno di buon augurio. Se la famiglia è benestante si lanciano oltre ai confetti, delle monetine.

 

Di ritorno dalla chiesa il corteo si avvia, verso la casa degli sposi, lungo le strade che percorre si avvicinano donne con vassoi pieni di petali di fiori e di chicchi di grano, simboli di prosperità e di felicità e li lanciano agli sposi. Sulla porta d'ingresso della nuova abitazione, due fanciulle sbarrano il passo con un nastro che gli sposi tagliano come simbolico inizio di una nuova vita.

Corteo nuziale

6. Gli Abiti votivi.

Per ringraziare un Santo per una grazia ricevuta, per un pericolo scampato, per una guarigione miracolosa, è usanza di Caprarica vestire i bambini con l'abito del Santo, in particolare di Sant'Antonio.

L'abito votivo consiste in un saio marrone, un cordone bianco in vita e i sandali, alcune volte anche i capelli vengono tagliati alla monacale. Secondo l'entità della grazia ricevuta si stabilisce la durata del periodo durante il quale il bambino è costretto ad indossare tale abito. Sono trascorsi almeno 25 anni dall'ultima volta che tale usanza è stata rispettata in paese.

7. La Quaremma.

Il Martedì Grasso, ultimo giorno di Carnevale, si usa preparare una pupa di paglia e stracci: la Quaremma.

E' tutta vestita di nero, con la conocchia e il fuso appesi al fianco, in mano ha una melarancia nella quale si conficcano sette penne prese dalla coda di un gallo. La Quaremma, col capo coperto, è posta sulla terrazza o sugli archi delle corti, dal giorno delle Ceneri fino alla Pasqua.

La pupa sta ad indicare che comincia la Quaresima, tempo di digiuno e di penitenza secondo la religione cattolica, le sette penne sono il simbolo delle sette settimane di Quaresima e si butta via una penna ogni fine settimana. In questo periodo non si celebrano matrimoni, non si organizzano banchetti e feste e ci si astiene dalle carni e dagli altri alimenti ritenuti di lusso.

Fino alla fine degli anni 50 questa tradizione ha continuato ad essere tenuta in vita, in seguito è stato solo un gioco tra ragazzi.

8. Il giorno dei morti: "Me faci li muerti".

Il 2 novembre, dopo la consueta visita al cimitero, per i bambini di Caprarica inizia il divertimento.

Tutti in frotta, con in mano un panierino, i bambini si recano da una casa all'altra chiedendo: "Me faci li muerti!".

Ricevono in dono noci, fichi secchi, cotogne, qualche melagrana, dolci e qualche monetina. Le famiglie che sono state toccate da qualche lutto recente preparano, appositamente, dei dolci da dare ai bambini, in suffragio del loro defunto.

 

Per un certo periodo, il giorno dei morti, a mezzogiorno "Papa ‘Ronzu" riuniva nel cimitero tutti i poveri del paese e faceva portare loro da mangiare dalle famiglie più abbienti. Questa usanza è, ormai, quasi completamente dimenticata.

 

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