CAPITOLO IV - CAPRARICA SACRA
CAPITOLO IV
CAPRARICA SACRA
1. Il Movimento Cattolico nel XVI sec. nella contea di Lecce ed in Caprarica.
2. L'antica e la nuova Parrocchiale di Caprarica.
3. La Cappella del Crocifisso.
4. Il rito bizantino in Caprarica ed il culto a San Nicola.
5. Il rito latino in Caprarica ed il culto a Sant'Oronzo.
6. Il centenario del patrocinio a Sant'Oronzo (23/11/1884-23/11/1984).
7. Il Convento dei Carmelitani.
8. Organigramma dei Parroci di Caprarica di Lecce.
CAPITOLO IV
CAPRARICA SACRA
1. Il Movimento Cattolico nel XVI sec. nella contea di Lecce ed in Caprarica.
Nel XVI sec. quando, in modo incessante e frenetica, ferve l'opera di costruzione delle fortificazioni militari, si sviluppa con rinnovato vigore il mondo cattolico; quest'impulso, senz'ombra di dubbio, è da individuarsi al tempo del Concilio Tridentino.
Questa nuova ventata di spiritualità, nel Regno di Napoli e nella contea di Lecce, viene recepita, soprattutto, con l'energia con cui i sacerdoti predicano tra la nostra gente, sia perchè i vescovi di Lecce cercano di incentivare la predicazione popolare, chiamando predicatori di nuovi e più agguerriti ordini religiosi (Gesuiti, Teatini, Olivetani, Minori Osservanti ecc.); questi ordini stimolano nuove e antiche pratiche di pietà, si sforzano di visitare e di controllare i luoghi della loro giurisdizione e di sorvegliare o acquisire, alla loro giurisdizione, molti luoghi esenti.
Al Concilio Tridentino (1546) partecipa anche il futuro vescovo di Lecce, Braccio Martelli il quale, in quell'occasione, fa sentire la sua voce. Ma come dice l'amico Piero DORIA - nel suo contributo "Un vescovo ribelle al Concilio di Trento: Braccio Martelli" - è un vescovo scomodo perciò viene, quasi con la prepotenza del potere, messo in minoranza.
A confortare la tesi del DORIA vi è un profilo che fa G. ALBERICO, a proposito della figura del vescovo Martelli presente in quel contesto Tridentino, egli dice: "...Il tono dell'indirizzo è fermo e dignitoso, ma completamente privo, sia nella forma che nel contenuto, di accenti o concetti eversivi. Solo nell'atmosfera accesa della città conciliare esso potè apparire, almeno agli occhi dei prelati più intrasigenti e superficiali, come irriverente e provocatore...".
Per i cittadini della Diocesi di Lecce, invece, è stato un grande vescovo perchè ha introdotto la cultura a sue spese facendo pubblicamente leggere la filosofia da Marcantonio ZIMARA. E' stato molto attento nell'osservanza dei sacri riti; molto affetto ha avuto nei confronti del poveri della sua Diocesi.
IL FATALO' a questo proposito dice: "...haveva presso di sè numerosa una nota di povere famiglie, et à queste con impenetrabile secretezza somministrava cotidianamente l'aiuto (...) la dote più segnalata (...) fu la piacevolezza de costumi e la trattabilità de discorsi...".
La riforma del Concilio di Trento nel Regno di Napoli è stata - come ha scritto Antonio CESTARO - soprattutto una "storia di tentativi di vescovi zelanti, di resistenze mentali e culturali; storia di popolo, clero e baroni recalcitranti dinanzi ad un modello di chiesa gerarchica e centralizzata, di spinte particolaristiche proprie di chiese locali fortemente abbarbicate alle proprie tradizioni ed alla propria autonomia, di condizionamenti provenienti oltre che dal potere regio anche dai vari poteri locali".
Con queste spinte conservatrici devono fare i conti i vescovi leccesi ed otrantini - nella cui diocesi è posto il casale di Caprarica - post-tridentini come Braccio Martelli, Annibale Saraceno e soprattutto Scipione Spina.
Accogliere le numerose novità veicolate dal concilio di Trento, significa per il clero e, soprattutto, per quello capitolare - come ha già rilevato il CESTARO - rinunciare ad una condizione di privilegio maturata in passato.
La chiesa leccese ed otrantina, perciò, cerca con l'operosità dei suoi vescovi di interessare fortemente il tessuto sociale territoriale diocesano.
* * *
Dal Concilio Tridentino (1545/63) in poi, il parroco della chiesa matrice di Caprarica(così come in tutte le parrocchie della diocesi otrantina o leccese) ha l'obbligo di registrare non solo i battezzati (dei quali a fine anno deve calcolare e dividere i maschi dalle femmine), come è stato fino a quel momento, ma anche i matrimoni ed i morti.
In questo modo la chiesa cattolica con due secoli e mezzo di anticipo, sugli stati laici, promuove ed incoraggia, per le parrocchie, la tenuta dei registri che si possono già definire di "stato civile".
Il Regno di Napoli, perciò, ossequioso al dettato tridentino e pontificio si accoda, a tutti gli stati cattolici di quel tempo, promulgando la "Pragmatica de Parochis" del 5 gennaio 1561, la quale conferma ai Parroci l'obbligo di aggiornare continuamente i tre registri.
Su tale problematica il Regno Borbonico aggiorna continuamente le sue leggi ed il collegamento con Santa Romana Chiesa e Lorenzo CERVELLINO in un suo lavoro "Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per le sue rette amministrazioni" redatto nel 1776, in Napoli, spiega tra i tantissimi argomenti che tratta anche quello che lega lo Stato napoletano con la Chiesa in una Pratica ed istruzioni della numerazione dè Fuochi del Regno di Napoli del 1662, terminata nel 1669, con le annotazioni ed appendici di Lionardo RICCIO, ed altre di Giambernardino MANERIO ed, in particolare, al comma 5°, del XXV Capo, si parla, appunto, dei Libri dè Battesimi, Matrimoni e dè Morti che si debbono procurare dà Reverendi Parrochi.
Questi registri sono importanti perchè su di essi si possono trovare importanti notizie non solo sugli estremi anagrafi di una persona ma, anche, riguardanti i reticoli di comparaggio, fatti storici accaduti in quei determinati periodi ecc.; per cui l'archivio parrocchiale diviene una ricca miniera di notizie dove, anche attualmente, molti storici e appassionati di storia locale vanno a consultare e ricercare.
Gli archivi parrocchiali, in conformità a questa legge, in via generale cominciano intorno al 1561.
Il dettato Tridentino, della metà del XVI sec., si vede svilupparsi con maggior forza, in Caprarica nella prima metà del XVII sec. quando si registra la presenza di ben due conventi, quello dei Carmelitani e quello dei Francescani (da individuarsi presso la Cappella del Palazzo Brunetti), e sette chiese oltre alla chiesa matrice. Le cappelle sono dedicate a San Vito, Santa Maria, San Procopio, San Paolo, San Marco, Santa Veneranda, al Crocifisso; la chiesa matrice Ã¨ dedicata al protettore San Nicola, vescovo di Mira.
In numerose cappelle di Caprarica vi sono state delle fosse comuni, sia all'interno che all'esterno, dove sono stati, nei tempi andati, tumulati i morti.
2. L'antica e la nuova Parrocchiale di Caprarica.
Il DE GIORGI quando, intorno al 1887, girando per la Provincia di Lecce, va a visitare anche Caprarica, a proposito delle strutture religiose locali, annota (come ha scritto in "La Provincia di Lecce- Bozzetti di viaggio", p. 335) "...Poco qui resta dell'antica parrocchiale dedicata a San Nicola, nella quale il MORRA trovò nei primi del XVII sec. da notare per pregio artistico la cappella del Sacramento e quella di Sant'Onofrio. E quasi niente più rimane delle chiese di Santa Veneranda, di San Procopio, di San Marco e di San Paolo...".
La chiesa matrice, così come si presenta fino al 27 giugno 1958, epoca della sua demolizione totale, come è stato detto, "... per ragioni di staticità", è strutturata in una navata centrale, più ampia, con due navate laterali, divise da colonnati; vi è un artistico altare centrale in stile rococò, sormontato da un loggiato su cui sorge un organo a canne. Lungo gli altari laterali vi sono degli artistici e grandi dipinti raffiguranti San Giovanni, l'Immacolata, San Vincenzo da Paola, i compatroni Sant'Oronzo e San Nicola, la Madonna Addolorata e San Luigi.
La chiesa, dopo aver subito un forte danneggiamento, durante il ciclone del 23 novembre 1884, come già detto, è stata demolita nel 1958 per riferite ragioni di staticità e di sicurezza per i fedeli.
Dell'antica parrocchiale sono rimasti, come cimeli, il tabernacolo ed alcuni artistici pezzi, in pietra leccese, dell'altare maggiore, ora depositati presso la confraternita di San Nicola; proprio recentissimamente, un San Pietro scolpito in pietra locale, prima collocato sul frontale della vecchia chiesa, è stato posizionato all'interno dell'attuale chiesa parrocchiale.
Mons Vittorio BOCCADAMO, in verità, durante un'omelia tenuta in Caprarica, ha confermato che è esistito in loco un antichissimo tempio, addirittura precedente alla matrice demolita nel 1958, risalente al XII secolo, dedicata sempre al patrono San Nicola.
Cinque anni più tardi, nel 1963, Caprarica ha la nuova chiesa matrice benedetta con una messa solenne da S.E. Mons. Gaetano POLLIO, vescovo di Otranto.
L'inaugurazione della nuova chiesa, costruita con un'unica grande navata e annessa sagrestia, è testimoniata da un'epigrafe scoperta ai fedeli il 5 maggio 1963 e che così recita:
AMDG
ANNO DOMINI MCMLXIII DIE V MAY
HANC AB INTEGRO ORTAM ECCLESIAM
DICATAM PATR. ET TIT. E.P. CAPRARICAE LYCIENSIS
SANCTO NICOLAO
REI PUBBLICAE ET FIDELIUM SUMPTU
REGNANTE SUMMO PONTIFICE
JOANNE XXIII
PAROECIAM REGENTE
SACERDOTE ALOISIO VERRI
HYDRUNTINAE DIOECESEOS PASTOR
ARCHIEPISCOPUS CAIETANUS POLLIO
CONSECRAVIT
A.P.R.M.
[Nell'anno del Signore 1963, il giorno 5 del mese di Maggio, questa chiesa è stata costruita, totalmente, dalle fondamenta e dedicata al patrono e titolare di Caprarica di Lecce, San Nicola, attraverso i contributi dei fedeli e della pubblica amministrazione, sotto il pontificato di Giovanni XXIII (Papa). La (nuova) Parrocchia è retta dal sacerdote Luigi VERRI ed è stata consacrata dall'arcivescovo Gaetano POLLIO, pastore della diocesi di Otranto].
 
Di queste ed altre chiese sono stati da noi trovati i benefici che si possono vedere, nel catasto onciario del 1744, riportati al capito III, paragrafo 9, da cui si evince che, in quel periodo, hanno un buon movimento complessivo incidendo, non poco, sia dal punto di vista economico che religioso nel tessuto sociale di Caprarica.
 
Chiesa parrocchiale demolita                      Inaugurazione nuova chiesa
 
3. La Cappella del Crocifisso.
La chiesetta del Crocifisso è stata costruita dal locale marchese Fabiano GIUSTINIANI nella prima metà del XVIII secolo. E' stata concepita a croce latina, con volta a botte e possiede un campanile a vela.
Secondo opinioni tutte da verificare, all'interno, esiste una fossa comune dove sono stati seppelliti i morti sino alla fine dell'ottocento. Qui è stato seppellito nel 1888, in pompa magna, l'allora arciprete Nicola MARULLI.
La chiesetta dai marchesi GIUSTINIANI è passata ai TRESCA e, successivamente, alla famiglia GRECO.
Esiste una memoria storica su questa chiesetta, depositata presso l'archivio parrocchiale locale, secondo cui nel corso dei secoli ha subito diverse burrascose vicende; noi riportiamo un sunto della corposa ricerca storica che ha condotto il canonico, arciprete, Oronzo VERRI il quale ha cercato di dimostrare che la cappella del Crocifisso è di proprietà della chiesa locale.
Questo è un sunto di un documento inviato dalla Curia arcivescovile di Otranto al parroco, canonico Oronzo VERRI: "In riscontro alle sue - notizie e documenti intorno alla cappella del S.S. Crocifisso in Caprarica di Lecce - si trasmettono alla S.V. altre notizie e documenti desunti dalla Curia Arcivescovile di Otranto perchè li abbia ad esaminare e considerare per la definizione della nota vertenza. La Cappella del S.S. Crocifisso fu eretta nel 1701: "Cappellam hanc erexerat et dotaverat anno 1701 (familia GIUSTINIANI) [visitatio quarta Parochiae Capraricae facta anno 1845 ab ill.mo ac Rev.mo Domino Vincentio Andrea GRANDE]. Il 22 giugno 1725 il signor don Matteo dè marchesi GIUSTINIANI per atto del notar Vito Antonio GIANCANE di Lequile faceva testamento, aperto poi e pubblicato dallo stesso notaro il 3 luglio 1725. Nel testamento si ha la fondazione del legato: "Lego e fascio e fondo una semplice Cappellania laicale seu legato pio coll'obbligo di una Messa il giorno nell'altare di san Lorenzo GIUSTINIANI esistente dentro la Chiesa seu Cappella del S.S. Crocifisso, posta fuori l'abitato di Caprarica, e coll'obbligo ancora ecc. e voglio che il Cappellano seu legatario pro omni futuro tempore habbi ad essere il signor marchese don Fabbiano mio pronepote et erede, e venendo a far figli che sia il figlio cherico il maggiore d'età e così in perpetuo di esso sig. marchese e dei suoi figli e discendenti... ita ut che il Cappellano e legatario in perpetuo habbi ad essere il primo prete et in sua mancanza il primo laico della linea masculina e poi della linea femminile e discendenti dal primogenito..... e così in mancanza delle linee e discendenza di esso signor marchese don Fabbiano che debba essere della stessa maniera della discendenza di don Ambrogio poi del....don Benedetto ed infine del D. Donato Maria BRUNETTO, in mancanza di tutte del Reverendo Capitolo di Caprarica colla facoltà al Cappellano seu legatario in ogni futuro tempo che per la celebrazione delle S.S. Messe potesse deputare un Cappellano amovibile ad nutu... per fondo della Cappellania seu legato pio lascio e lego tre possessioni d'olive col loro suolo e territorio..... da me comprati sotto il II del mese di Gennaio 1718.....".
Da ciò si deduce che nella Cappella eretta dalla stessa famiglia GIUSTINIANI un membro di essa, D. Matteo, fonda una Cappellania laicale (iuris patronatus) con chiare determinazioni, come dal detto testamento.
Nel 1735 si ha un elenco di legati, tra i quali si elenca: "Io Don Fabiano GIUSTINIANI marchese di Caprarica.....aver fondato un legato laicale iure patronatus della mia famiglia di una Messa il giorno in perpetuo nella Cappella del S.S. Crocifisso... ipotecando per detto legato l'entrate d'una chesura nel feudo di Caprarica... Il mutato fu mutato con licenza della Curia Arcivescovile sopra una masseria di Francesco CAPECE da me comprata...(Caprarica 15 ottobre 1735)".
Nello stesso elenco si ha ancora: "Io Don Fabiano GIUSTINIANI marchese di Caprarica... tenere un legato di una Messa il giorno in perpetuo nella Cappella di San Lorenzo GIUSTINIANI per l'anima di Don Matteo.... come appare per istrumento per mano di notar Vito GIANCANE di Lequile (Caprarica 15 ottobre 1735)".
Questi sono gli unici legati fondati nella Cappella del Crocefisso e tutti e due sono fondazioni della famiglia GIUSTINIANI; ve ne sono molti altri; ma in altre cappelle di Caprarica.
Nel 1738 si ha una petizione dello stesso marchese Don Fabiano GIUSTINIANI per surrogare un fondo della Cappellania locale fondata dal prozio Don Matteo GIUSTINIANI nell'altare della Chiesa del Crocefisso fuori dell'abitato di Caprarica, con altro fondo dello stesso marchese Fabiano GIUSTINIANI, legatario della stessa fondazione. La Sacra Congregazione con un rescritto del 12 maggio 1738 concedeva la surrogazione. Tra l'altro si ha un esame del perito agrario sui beni della surrogazione: "Interrog.: An sciat bona quae possidet simplex cappellania laicalis in altare S. Laurenti Jiustiniani intus ecclesiam S.S. Crucifixi in terra Capraricae et per quem possidetur ista cappellania. Traduz..: La Cappellania o sia legato pio laicale nell'altare di San Lorenzo GIUSTINIANI dentro la chiesa del S.S. Crocefisso di Caprarica istituita dal fu Don Matteo GIUSTINIANI la possiede il sig. Don Fabiano GIUSTINIANI marchese di detta terra ed io so li beni della medesima...".
A prosecuzione e conferma di queste deduzione è stato da noi trovato, sul catasto onciario di Caprarica del 1744, che tra i pesi e misure del marchese Fabiano GIUSTINIANI vi sono anche le seguenti: Pesi, e deduzioni
Sopra delli suddetti beni vi tiene il peso d'annui ducati 36, e grana 50 per celebrazione di Messe una il giorno nell'altare di San Lorenzo GIUSTINIANI, sito nella Cappella del SS.mo Crocifisso fuori l'abitato e una Messa cantata nel giorno di San Filippo Neri per l'anima di Don Matteo GIUSTINIANI, come dal suo testamento, che sono..............................................  oncie 121,20
Di più altri ducati 36 per celebrazione di Messe, una al giorno per l'anima del fu Francesco Maria GIUSTINIANI, che sono ..........................................oncie 120
Altri ducati 10 e grana 40 per celebrazione di Messe due la settimana per l'anima del fu don Matteo GIUSTINIANI, che sono.................................oncie 34,20
Altri ducati 6 per mantenimento dè suppellettili dell'altare di detta Cappella, che sono....................................oncie 20
Il 4 gennaio 1812 al canonico D'ELIA vicario di Otranto giunge una petizione presentata con una lettera di raccomandazione del Vescovo di Troia. "Memoria pel pio legato fondato da Don Matteo GIUSTINIANI dè marchesi di Caprarica in terra d'Otranto. Don Matteo GIUSTINIANI chierico secondogenito nel 1725 per notaro Vitantonio GIANCANE di Lequile solennizzò il suo testamento, col quale, sottoponendo i suoi beni ad una primogenitura, fondò una Cappellania laicale, seu legato pio, chiamando legatario di detta cappellania il possessore della primogenitura. I fondi che sottomise a detto legato esistono in territorio di Caprarica, diocesi di Otranto e sono i seguenti......... Nel fondare il chierico GIUSTINIANI la descritta Cappellania lasciò al suo legatario pro tempore la libertà di surrogare a descritti fondi altri fondi; e si farà vedere al sig. vicario con documenti che buona parte dei fondi descritti nella fondazione sottoposti al legato pio non esistono ma a quelli ne sono surrogati altri. Il peso che addusse a detto pio legato fu di una Messa bassa quotidiana alla ragione d'un carlino l'una, ed una Messa cantata nel giorno di San Filippo NERI, da celebrarsi nell'altare in corno evangelo dell'altare maggiore della Chiesa del S.S. Crocefisso fuori Caprarica, gentilizia della famiglia GIUSTINIANI, che ora si possiede dal Cav. Don Vincenzo TRESCA, erede dell'ultimo marchese Don Francesco GIUSTINIANI in cui è estinta detta famiglia. Sono parecchi anni che Don Giovanni FAVERI CERASINI di Monopoli possedendo per decreto del già S.R.C. la primogenitura, possiede anche il pio legato. Il medesimo restando obbligato a far celebrare quotidianamente la Messa bassa in detto altare, si vede nel dovere di mettere sotto l'occhio del sig. vicario ragioni di fatto tali da poter domandare la riduzione di dette Messe basse ed anche la traslocazione di detto peso in altra chiesa ed altare della città di Monopoli.....Il signor Vicario conoscerà da sè se è plausibile la domanda del signor FAVERI CERASINI nel chiedere la riduzione aggiungendo alle ragioni addotte quella del numero ristretto dei Preti che esistono in Caprarica, ragione anche marchevole perchè non si trova un sacerdote che voglia prestarsi alla quotidiana celebrazione, trattandosi di essere in ogni mattina in una cappella circa un miglio fuori del paese. Nella fondazione dando il possesso del legato pio al possessore del maggiorato, vuole il fondatore che il Cappellano celebrante delle Messe sia il primo prete della linea stessa. Possedendosi oggi il legato pio da Don Giovanni FAVERI CERASINI, ed avendo egli un fratello canonico per nome Don Benedetto, costui viene chiamato alla celebrazione. Ma poichè il detto canonico appartiene alla Chiesa di Monopoli, da cui non può appartare assegnato dal fondatore; ed è questa la ragione per cui si bramerebbe la traslocazione del peso annesso dell'altare suddetto sito nella chiesa gentilizia di GIUSTINIANI in Caprarica, in una delle chiese di Monopoli. Nè è da far remora, ad accordare la traslocazione, il dubbio che l'altare assegnato possa restare deserto, poichè si è detto di sopra che quell'altare è di una chiesa gentilizia dè signori GIUSTINIANI, che tutta viene governata dal Cavaliere Don Vincenzo TRESCA di Lecce, cui si appartiene. Si compiacerà dunque il signor Vicario....".
Nel 1845 nella Visita di Mons GRANDE si ha: "Capella S.S. Crucifixi iam reparata est exponsis Domini Achillis TRESCA haeredis marchionis, seu familiae GIUSTINIANI, quae Capellam hanc erexerat ac dotaverat anno 1701: utrum vero Missarum onera hic celebranda fuerint statuta, non constat. Fit solemne festul die 3 maii (cum Capella in honorem S.S. Crucifixi sit erecta) cum magno incolarum nec non finitimorum oppidorum concursu ad lucrandas indulgentias a S.S.mo Domino nostro G. XVI concessas iis, qui poenitentes, confessi, ac sacra Eucaristia refecti hanc Capellam visitaverint. Festum celebratur expensis Don Achillis TRESCA. Altare est competenter ornatum... est et aliud altare sub titulo S. Michaelis Arcangelis, in quo imago debet reparari, et in eo ex innumeris bonis erat onus Missae quotidianae, quod anno 1835 reductum fuit ad annuas Missas 120 cum elemosina obulorum 20 Capitularibus praestanda quam elemosinam seu annuos Duc. 24 praestat Nicolaus VERRI possessor bonorum legati huius ex instrumento emptionis, stipulatum per notarium D. Ignatiani METRAJA circa annum 1838. Onus hoc impletur, ac nuper praedictus possessor providit de novo ornamento altaris. Sacrae vestes tamen, ac omnia ad Sacrun necessaria hic non habentur, atque ab Ecclesia dereruntur. Missae celebrandae pro legato S. Michaelis Arcangeli regulariter inter Capitulares dividantur, ac nemo deinceps a Nicolao VERRI privatim, inconsulto clero, elemosinam accipiat".
Per maggiore chiarezza di riepilogo si deve dire che la Cappella è stata eretta e dotata del marchese GIUSTINIANI nel 1701: è stata sempre ritenuta gentilizia di tale famiglia.
Nel 1725 nella stessa Cappella Don Matteo GIUSTINIANI fonda un legato Cappellania laicale (de iure patronatus) legando molti suoi beni per una messa quotidiana all'altare di San Lorenzo GIUSTINIANI poi forse divenuto di San Michele Arcangelo. Cappellano e legatario deve essere sempre della famiglia secondo le linee determinate nel testamento. Mancando tutte le linee la Cappellania (da non confondersi con la Cappella) sarebbe passata al Capitolo di Caprarica.
Poichè il possessore del pio legato, possessore della primogenitura , nel 1812 è a Monopoli, e poichè il fratello del legatario, pur essendo sacerdote (e quindi obbligato a celebrare la Messa quotidiana al Crocefisso), non può soddisfare al suo obbligo perchè Canonico nella Chiesa di Monopoli, si chiede la riduzione del legato e la traslazione in una chiesa di Monopoli; non dovrebbe far difficoltà, dice il postulante, il fatto che con la traslocazione del legato verrebbe a mancare la Messa nella Chiesa del Crocefisso, poichè questa è una chiesa gentilizia dei GIUSTINIANI posseduta ora dal Cavaliere Don Vincenzo TRESCA.
La Cappellania o legato pio nel 1845 risulta già passato al Capitolo di Caprarica, forse perchè verificata la circostanza determinata nel testamento per tale passaggio. La Cappella però appare ancora possesso privato della famiglia TRESCA erede della famiglia GIUSTINIANI: infatti verso il 1845 Don Achille TRESCA la fa restaurare a proprie spese e a proprie spese fa anche la festa solenne del Crocefisso il 3 di maggio.
Nelle notizie e documenti si identifica oratorio privato con proprietà privata; un oratorio, benchè non privato in senso giuridico, può essere di proprietà privata; la chiesa del Crocefisso è un esempio e resta, però, sempre sotto il controllo e la vigilanza ecclesiastica, per quanto riguarda il culto.
Non si vede il motivo per cui il marchese TRESCA dovrebbe ricorrere a stratagemmi per impossessarsi della Cappella, poichè questa, ritenuta gentilizia della famiglia GIUSTINIANI, la eredita con titolo pubblico o giuridico.
La Cappella del Crocefisso, pur essendo destinata al culto pubblico è gentilizia di proprietà privata.
Che la Cappella fosse di proprietà privata lo riconosce lo stesso parroco di Caprarica Don Oronzo VERRI nel 1942. Nelle lettere a S.E. Mons. Arcivescovo (20/06/1942 e 26/06/1942) riconosce proprietari della Cappella i TRESCA i quali avrebbero espressa l'intenzione di donare alla parrocchia. Se poi Achille TRESCA, che secondo il parroco sarebbe padrone solo di una quota parte, avesse venduto di sua iniziativa alla GRECO anche le parti degli altri eredi, il torto lo avrebbe fatto ai TRESCA non alla Parrocchia la quale ancora non aveva alcun diritto di proprietà sulla cappella: il difetto nella vendita, come la prescrizione, dovrebbe essere impugnata dai TRESCA.
L'intenzione di questi di donare alla parrocchia, come il compromesso, sono ormai argomenti senza alcun valore giuridico perchè annullati da altri fattori decisivi, quali la vendita e l'ulteriore prescrizione.
Questa chiesa viene chiusa il 13 novembre 1913 che come risulta da un manoscritto, redatto dal Rev.do Parroco don Oronzo VERRI "Era stato importato quale sostituto del parroco Alfarano CORRADO in Caprarica, un sacerdote di Alberobello, tal Arturo SARACINO, il quale era subìto dal suo vescovo, onde trovò rifugio qui nella carità del suddetto parroco, e nell'appoggio di alcuni parenti, poichè suo padre era di Caprarica, dove ancora vivevano fratelli, sorelle e relative famiglie. Ben presto meditò il piano di distruggere il vecchio parroco, e prender lui le ambite redini della parrocchia. Avea tirato dalla sua il sodalizio delle Figlie di Maria, e la Pia Unione dè Luigini, che una prima volta nella Pasqua del 1910, e poi definitivamente il 13 novembre del 1913 si costituirono in sommossa contro il Parroco, fatto bersaglio a sassaiole, insulti, calunnie, e con il sac. Oronzo VERRI, che dall'arcivescovo a cui designato a sostituto del parroco in Caprarica...".
Ma in Caprarica, oltre a questa particolare chiesa di culto e di patronato, appaiono altri culti a diversi Santi già citati (al paragrafo I), i quali non sono frutto del caso ma rispondono tutti a dei precisi schemi storici e di fede degli abitanti locali.
Quello che rileva subito, ad un osservatore attento, è che questi Santi danno tutti una chiave di lettura precisa, cioè, alcuni sono di chiaro rito latino, altri di rito greco-bizantino; perciò si può affermare, senza tema di essere smentiti che, in Caprarica almeno fino al XVI secolo, vi era il doppio rito e, molto probabilmente, quello ortodosso è stato abbandonato, definitivamente, con i dettami Tridentini.
4. Il rito bizantino in Caprarica ed il culto a San Nicola.
Le statue di San Nicola, primo patrono di Caprarica di Lecce, di San Marco, e Santa Barbara, dunque, unite ad un'altra intitolata a Santa Marina rappresentano, veramente, un substrato molto forte di storia e cultura greco-bizantina.
In molti paesi limitrofi, come Sternatìa, Corigliano d'Otranto, Carpignano, Borgagne, Martignano, Melendugno, Otranto ecc., vi è stata la presenza, per molti secoli, di monaci basiliani, i quali sono venuti dall'oriente, in seguito alle persecuzioni iconoclaste degli imperatori bizantini; questi monaci hanno introdotto nei luoghi dove si sono insediati i culti a santi o sante bizantine.
Le due grandi migrazioni orientali, sui nostri lidi, cominciate con l'esodo degli Iconofili e particolarmente dei monaci basiliani, hanno, profondamente, bizantineggiato i casali salentini che così hanno formato la cosiddetta Grecìa salentina(7) e, nel meridione, la nuova Magna Grecia.
In seguito, col sussidio che viene dagli imperatori bizantini, si opera il distacco di molte di queste chiese salentine dalla dipendenza da Roma e la sottomissione al Patriarcato Costantinopolitano: come le Chiese dipendenti dalla metropolitana di Otranto o, dalle altre, di Reggio Calabria e di Severiana.
Secondo il PARLANGELI (v.: "Sui dialetti romanzi e romaici del Salento", p. 85) Caprarica doveva, sicuramente, far parte dell'area grecanica più antica del Salento mentre dal XVIII sec. in poi ha perso via via questa sua specificità.
In Caprarica (che è stata sempre sotto la giurisdizione della diocesi Otrantina), perciò, il culto a San Marco è molto antico, ma lo stesso culto si nota anche nei territori di Calimera; a Melendugno, addirittura, tra il XII ed il XIV sec., San Marco è stato patrono principale insieme a Santa Corona, prima di essere sostituito da un altro santo patrono orientale, imposto sempre dai monaci basiliani, San Niceta; di Santa Barbara e Santa Marina sono presenti, un po' in tutto il Salento, culti beneficiali, non solo in chiese e cappelle ma, addirittura, nelle cripte-ipogee o laure scavate dai monaci eremiti. In una contrada posta nel territorio di Borgagne, vi era una laura dedicata a Santa Marina, a Carpignano vi è un altro ipogeo di rito greco e via di questo passo.
L'avvento dei monaci basiliani è venuto radicandosi in vari siti del Salento e, a seconda del luogo dove si sono insediati, si sono contraddistinti ed hanno assunto una caratteristica ben delineata.
I monaci che sono vissuti in cripte-ipogee, dette anche laure anacoretiche, intorno al V-VII sec. d.C., generalmente sono detti monaci eremiti, perchè conducono una vita solitaria in contemplazione solo con Dio; questi li possiamo trovare in località come Borgagne, Carpignano, ecc.
In altri casi, i monaci che sono vissuti in insediamenti rupestri, vivendo in comunità, hanno dato vita anche ad una cappella rupestre e li troviamo in località come Roca vecchia, dove fondano una chiesa rupestre dedicata a Santa Caterina in Alessandria, a Torre dell'Orso, dove fondano una chiesa dedicata a Sant'Orsola e a San Cristoforo.
In altri casi, questi monaci greci risiedono in grancie, che sono distaccamenti di monasteri più grandi, dove vivono in comunità. Resti di grancie sono evidenti in Pasulo (presso Borgagne), Corigliano d'Otranto, ecc.
I casi di massima espansione, del rito greco-bizantino, li troviamo negli insediamenti monastici, di grandi conventi, come a San Nicola di Casole presso Otranto, a San Niceta in Melendugno e a Santa Maria di Cerrate presso Squinzano.
In questi conventi, l'egumeno che è il capo spirituale e temporale, raccomanda la regola, non deve insuperbire della sua potenza, della ricchezza e dei possedimenti del monastero. Deve condurre vita semplice ed umile ed essere veramente un racendite, appellativo che vuol significare la veste lacera che indossano i solitari del deserto, e che gli egumeni usano aggiungere al proprio nome.
Così, infatti, si denomina Simone di Cerrate, come risulta dalle iscrizioni del baldacchino di quella chiesa, egumeno di quel monastero.
Quando l'egumeno esce dal convento, per esempio, non deve, senza necessità, farsi portare da cavalli o da muli ma camminare a piedi, non deve tener servi nè per sè nè per il monastero, ricordandosi "...che l'uomo fatto ad immagine di Dio, non deve essere soggettato a servizio di altri". E conclude la regola dell'egumeno, con questo fiero precetto: "...Tu non onorerai più di quello che è conveniente alla comunità: le persone privilegiate e che esercitano un potere secondo il mondo e non temerai di esporre la tua vita fino al sangue per seguire le leggi ed i Comandamenti di Dio".
Tali norme di vita rigorose, ma pur tanto sagge, fanno dei monasteri il centro della vita sociale di quei tempi e dei monaci i pionieri di una grande penetrazione culturale tra la popolazione di tutti i ceti, dai dotti ai coloni ed anche Caprarica, attraverso il protettore San Nicola, obbedisce a questa regola.
I monaci basiliani, ovviamente, si spostano anche negli altri casali a portare la parola di Dio ed il loro rito; in questo modo, spesse volte, nascono in casali, dove è assente questo rito, delle chiese greche; è il caso di Martano, di Calimera, di Sternatia, di Galugnano ecc.
Ecco perchè anche in Caprarica, molto probabilmente, intorno al XII-XIII sec. vi doveva essere una chiesa di rito greco-bizantino che ha imposto il culto a San Nicola e l'amore, per questo Santo, è divenuto così forte tra il popolo, tanto da farlo eleggere a patrono principale del casale.
Un'altra chiave di lettura è quella secondo cui il culto, per questo santo, è molto forte già dal XII sec. in Lecce dove il re Tancredi d'Altavilla, conte di Lecce, innalza, per sua devozione, un grande convento dedicandolo a San Niccolò e Cataldo.
Essendo, poi, in questo periodo - come si è visto - una quota del casale di Caprarica amministrato direttamente dai conti di Lecce, è probabile che il conte stesso abbia imposto il culto al casale mandandovi, magari a proprie spese, imponendo un beneficio perpetuo (com'è documentato per altri siti come Melendugno), un prete o monaco greco-bizantino.
D'altra parte allo stesso San Nicola è dedicato il gran convento basiliano di Otranto e, per un periodo, anche quello di Melendugno; perciò, come si vede, San Nicola è un Santo molto venerato non solo in Caprarica ma in molti casali limitrofi.
Per capire come mai anche questi preti di rito-greco-bizantino - i quali, come si sa, possono anche sposarsi - vivono la vita non solo religiosa ma anche sociale nei casali dove si radicano, si riporta un diploma che porta la data del 13 dicembre 1401 (6190, secondo il loro calendario). Questa è la seconda carta greca di Terra d'Otranto pubblicata, per la prima volta, dal MULLER e, successivamente dal DE SIMONE (Op. cit., p. 139) la quale contiene una permutazione scritta, di proprio pugno, nel vicino villaggio di Galugnano e munito del suo solito segno (?), dal sacerdote Matteo, figlio del sacerdote Nicola di Sternatia "...a preghiera dei coniugi Giovanni di Stefano PICCARISI e Caterina di Giovanni NAPLO e di mastro Antonio di Domenico TOMA. I coniugi danno una vigna, franca di ogni servitù laicale ed ecclesiastica; il TOMA un asinello, otto pecore, e due misure e mezzo (?) di olio. I contraenti giurano di non contravvenire alla convenzione sotto la pena di una multa di un'oncia d'oro e pro della Corte regia, e di un'altra a pro della Corte di Raimondo del BALZO, Principe di Taranto".
Come si vede, a conferma di quello testè detto, sia a Caprarica, con San Nicola, che nel limitrofo casale di Sternatia, che in altri casali, si hanno tutti Santi patroni facenti parte della diaspora basiliana.
Il problema principale, a questo punto, è quello come Caprarica abbia perduto la memoria storica del rito greco-ortodosso in quanto, molto probabilmente, quando i conti di Lecce hanno ceduto la seconda quota ai baroni, è venuto meno anche il beneficio perpetuo e l'elargizione amministrativa per questo rito; perciò dal 1369, anno di cessione della quota da parte dei conti, viene a scomparire la chiesa e il sacerdote di rito greco-bizantino, ma continua a vivere il culto a San Nicola come patrono principale di Caprarica al quale, come si sa, viene aggiunto nel XVII sec. anche il patrocinio di Sant'Oronzo.
SAN NICOLA. Il culto a San Nicola, per il Salento e per Caprarica, comincia proprio nel 1087, anno importante per la storia della fede verso questo Santo, quando le reliquie vengono trafugate da marinai baresi a Mira.
La scelta del patrono s'intreccia, come si è visto, anche con le vicende storiche locali, se è vero che proprio in quel periodo in Caprarica, per la quota che è sotto i conti di Lecce, Tancredi d'Altavilla ne impone il culto ed i monaci basiliani ne continuano, con gran trasporto, la predicazione.
E' facile, d'altra parte, voler bene a San Nicola il quale oltre alla devozione salentina, è il Santo più venerato al mondo, con una fama diffusa ovunque. Egli è il patrono di Bari, di Berlino, di Castellaneta, ecc.
San Nicola ha lasciato poche tracce biografiche della sua vita terrena; pochi documenti ne attestano opere e attività, numerosi, invece, quelli che comprovano le sue virtù soprannaturali. Il miracolo è il filo conduttore del culto nicolaiano.
Tra tutti si ricordano: la tempesta sedata, l'uragano che placa la sua furia davanti alla prua di una fragile barca permettendo ai marinai di salvarsi (da qui l'indubbio affetto che la gente di mare ha nei Suoi confronti), la Sua attenzione verso i giovani da salvare da pericoli imminenti materiali o morali che fossero.
Infine c'è la serie infinita di piccoli o grandi miracoli che i devoti di tutto il mondo attribuisce al Santo.
5. Il rito latino in Caprarica ed il culto a Sant'Oronzo.
E' sintomatico, perciò, notare come, tra le numerose chiese beneficiali ed altari devozionali, posti all'interno delle cappelle o conventi, che sono sorti dall'XI secolo in poi, in Caprarica, molte sono dedicate a Sante o Santi sia di rito latino che di rito greco-bizantino.
Molti sono i preti ed i chierici greci e latini che appaiono, dal XII secolo in poi, operare attivamente in numerosi casali del Salento. Il padre COCO (in un suo lavoro su "Le cause del tramonto del rito greco in Terra d'Otranto") elenca tutti i casali salentini dove appaiono religiosi che seguono il rito latino nel 1261 e, tra questi, riporta anche Caprarica dove risultano esserci 2 sacerdoti latini e 4 chierici in sacris.
A tale proposito, perciò, si ricorda che sono di chiaro rito latino le statue ed i culti a Sant'IreneSanta Veneranda e, il futuro compatrono, Sant'Oronzo, mentre, di rito bizantino sono, prima di tutto, il Santo patrono San Nicola, poi vi sono le statue di San MarcoSanta Marina e Santa Barbara, trovate per caso, nel convento dei carmelitani, durante i lavori di ripristino del pavimento della chiesa.
In questa chiesa sono stati scoperti depositi di cornici spezzate, intagli rotti ecc., resti che sicuramente facevano parte di un'antichissima chiesa di cui si è perduta la memoria storica e che la Sovrintendenza non ha concesso, alla parrocchia, il benestare per un eventuale recupero.
a) SANT'IRENE e SANTA VENERANDA. Le due statue rappresentanti Sant'Irene Santa Veneranda sono due antichissime Sante di origine leccese, per cui possiamo affermare con forza che gli abitanti di Caprarica, dal punto di vista della fede cattolica, sono i primi depositari e custodi, nel Salento, tra coloro che serbano nella loro essenza intima, storica e religiosa, i prodromi del loro antichissimo culto devozionale alle due Sante. Questa memoria storica di fede, in verità, dobbiamo dire che è stata smarrita per strada non solo dagli abitanti di Caprarica ma anche da quelli di tutto il Salento.
Per riscoprire quest'antichissima fede a Santa Veneranda e a Sant'Irene, per molti secoli anche padrona principale di Lecce, finchè Sant'Oronzo non è intervenuto nel XVII sec. a togliere quell'antica autorevolezza, si trascrive un passo scritto da Mons Paolo REGIO, il quale alla fine del XVI sec. (in un suo lavoro dal titolo "Delle Opere spirituali"), tra gli altri Santi, ha scritto anche sulle Sante oggetto della nostra indagine, in cui si può veramente capire e palpare come mai il culto a queste Sante è giunto a Caprarica, intorno al V - VI sec. d.C., non a caso.
Il testo del REGIO recita: "Di S. Irene figlia di Licinio cognato ed amico di Costantino il Grande, e della sua amica S. Venera....Ora, fra quelli che si opponevano alla Fede di Cristo era un tale Licinio, cognato del pio Costantino Imperatore; ed essendo egli fatto partecipe dell'Impero da Massimiano Galerio alla morte dell'Imperatore Severo nell'anno 308 della nostra salvazione, pensò di seguire quest'ultimo nella miscredenza che presto manifestò avverso il Cristianesimo....Quando egli pervenne all'altezza imperiale procuratagli dalla moglie Costanza, sorella di Costantino, dalla loro unione nacque Sant'Irene che oggi noi onoriamo. Questa Santa donzella, quantunque nata da un padre nemico di Cristo, essendo la madre cristiana e di sangue imperiale, inclinava piuttosto a seguire la madre nella Fede anzichè le barbarie e l'empietà del padre. Leggesi in Pomponio Leto, in Cassiodoro, in Eutropio ed in Eusebio - gli storici di Costantino - come anche nei vecchi Commentarii della città di Leccio (donde questa storia è tratta), che Sant'Irene nacque in questa città ed ebbe per compagna una vergine cristiana nomata Venera. Ma essendo Licinio un nemico di Cristo, non cessò mai di guerreggiare contro i suoi seguaci, e senza timore o vergogna fece trucidare molti di quelli che non intendevano servire gli idoli; sino al punto che Costantino, dopo averlo esortato e pregato a desistere, fu costretto ad esercitare la sua autorità contro di lui..... Ora, prima che Licinio si avventurasse nell'Asia quando viveva in Lecce aveva deciso di dare sua figlia Irene in matrimonio ad un grande Generale, sperando di ottenere aiuto contro le forze di Costantino. E questo guerriero avendo già udita la fama della bontà e bellezza della Vergine, senza esitazione espresse il suo desiderio, di guisa che fra i due fu conchiuso il matrimonio. E Licinio, desideroso d'informare la figlia, che nulla sapeva intorno ai disegni del padre ed erasi votata a perpetua castità indotta dallo Spirito Santo, cominciò a parlarle con frasi gentili e amorose: Dolce fanciulla, tu sei la mia unica speranza contro l'avversa fortuna, giacchè soltanto col darti in matrimonio al grande e valorosissimo Generale, io posso con l'aiuto di costui recuperare il perduto Impero. E sebbene il mio cuore rifugga dal sopportare un così grande dolore, giacchè tu sei per me una dilettissima figlia, tuttavia la necessità mi obbliga, poichè io debbo oppormi alla pretensione degli altri in modo che non soltanto ricuperi le mie provincie perdute, ma possa affrontare con sicurezza in ogni tempo i miei nemici. Or dunque, approntati, copri le tue vesti coi preziosi gioielli e adorna la tua beltà come conviensi a donna nata nella porpora. A queste parole la fanciulla cristiana, dopo avere pregato Dio con tutto il suo cuore affinchè le desse la forza di resistere a tutto ciò che si opponeva alla sua volontà, così rispose: padre, se tu vuoi ascoltare le pie parole con amore veramente paterno, io sono sicura che tu esaudirai tutti i miei desiderii. Sappi dunque che io, nata da Imperiale lignaggio, ed educata come si conveniva alla mia nascita, ho riposto le mie speranze così in alto, che nessuno sposo terreno può giammai essere pari a me stessa; ed io ho deciso nel mio cuore, che il mio signore non sarà un figlio della fortuna, ma il Signore dell'Universo, Re e Padre di tutti gli uomini. Quegli che tu vorresti farmi sposare, può facilmente vedere abbattuta la sua grandezza; il suo valore può essere sopraffatto dai trionfi dei nemici; ma il mio Signore trionfa da per tutto, sicchè nessuno può contrastargli; la sua bontà è immensa e risiede nei luoghi segreti di coloro che lo temono, di coloro che egli ha eletto, per sè, che sperano in lui al cospetto di tutti gli uomini. Questo mio sposo è Signore, rompe gli intendimenti delle Nazioni, ed annienta i desideri dei popoli. E beata è quella Nazione della quale è Dio il mio Signore, e che Egli ha eletto come sua eredità.
A questa inaspettata risposta Licinio rimase meravigliato ed attonito, e domandò a lei di spiegarle più chiaramente chi fosse lo sposo ch'Ella laudava tanto altamente e in qual modo essa si fosse sposata a lui senza che il padre lo sapesse. Rispose la Vergine, che il suo Signore non era di questa terra, ma del Cielo, e che Egli era figlio di Dio.
Avendo ciò udito Licinio domandò, se per caso fosse Marte.
(N.d.A.: si tenga presente che in quel tempo in Lecce vi era un grandissimo tempio dedicato al Dio Marte) lo sposo, o qualche altro dei figli di Giove; ma Irene replicò, che essa non considerava come deità costoro, ma come demoni infernali, e che il suo Signore non era altri che Gesù Cristo.
Questo nome era così odioso a Licinio, che udendolo pronunziare dalla sua figlia, subitamente la sua affezione paterna per lei si convertì in un odio diabolico; quindi la minacciò di morte, infuriando e fulminando contro di Lei e contro la sua compagna Venera, perchè credeva che costei avesse istruito la figlia nella Fede di Cristo. Egli concepì l'empio disegno di condurre entrambe al martirio. Infatti aveva già fatto conoscere il suo crudele intendimento quando i suoi familiari lo persuasero di rinchiudere le sante fanciulle in una stanza del suo palazzo con alcune altre donzelle pagane, perchè in tal modo quelle potessero distrarsi dai loro pensieri. E così, quantunque le vergini spesso fossero tentate da queste donne, tutto fu vano, perchè la fidanzata di Gesù, come una salda rocca battuta dalle onde incalzanti, rispondeva sempre vittoriosamente alle loro esortazioni. In modo che invece di convertire la donzella secondo i desideri del padre, le fanciulle pagane furono esse stesse convertite. Fu perciò loro manifesta la virtù del Dio Uno e Trino che risplende in ogni uomo, che intende a propagare la parola di Cristo. Finalmente esse confessarono che per loro non eravi che un solo e vero Dio, il Dio dei Cristiani.
Nel frattempo Licinio poco sospettando che le due fanciulle avessero tratto le altre dalla idolatria, venne per esaminare alcuni suoi più bizzarri destrieri, uno dei quali avendo rotto il capestro a cui era legato, colpì il petto di Licinio con un ferocissimo calcio, quindi lo calpestò riducendolo quasi in fin di vita. Si sparse subito la notizia che egli fosse morto, onde Irene, udendo il grido della folla che correva verso la scuderia, vi accorse anche lei.
Avendo veduto suo padre giacente in fine di vita a terra, elle s'inginocchiò e pregò il suo Sposo Divino che volesse ridonare la salute a colui che aveva dato a lei la vita. Essendo stata esaudita la preghiera, Licinio sorse da terra forte e sano, e recatosi con grande meraviglia in casa, domandò alla figlia per quale potere essa avea operato il prodigio. E la fanciulla tutta incoraggiata gli disse: "sappi o padre, che io ti ho salvato dalla morte imminente non per virtù di erbe benefiche nè per incantagioni ma per fede nell'infinita grazia del mio Dio che io umilmente implorai, perchè ti ridonasse la salute; e per questa ragione tu devi per ringraziamento di questo gran dono riconoscere il tuo errore, domandare perdono e adorare umilmente Iddio. Anche io ti assicuro che se tu confesserai i tuoi peccati e riceverai il santo Battesimo, tutti i tuoi delitti ti saranno perdonati. Riconosci dunque questo miracolo in te operato e la potenza del mio Cristo, ed io sarò per sempre una fanciulla obbediente e tu sarai il mio amato genitore".
A queste pietose parole Licinio non rispose, e considerando per tutte le circostanze che il suo pericolo era stato eccessivamente grave, e che qualora egli si mostrasse indegnamente disposto contro la sua figlia e benefattrice, egli sarebbe reputato un ingrato, ricordò a lei di ritornare nelle sue camere. Così questo impenitente nemico del Cristianesimo che aveva ucciso non pochi dè suoi soldati in macedonia e in Sebaste, fu ora persuaso dalla propria figlia a ricevere la Fede di Cristo, quantunque il suo cuore fosse indurito come quello di Faraone.
* * *
Come Sant'Irene e Santa Venera, essendo state rinchiuse in buie camere, furono trovate con due luci miracolose, e come esse furono martirizzate.
L'ostinazione generata dall'orgoglio rende l'uomo tenace nelle sue opinioni, ed è per questa ragione che gli uomini caparbi spesso sono malvagi più degli altri, biasimando essi tutte le azioni fuori delle proprie, e guardando con compiacenza soltanto queste ultime. Così avvenne che Licinio per il suo eccessivo orgoglio persistesse nella persecuzione contro i Cristiani, non dimenticando neppure nella sua ostinazione di inferocire contro la propria innocente creatura. Ritornando dunque alla nostra narrazione, passati pochi giorni, egli fu ripreso dal suo vecchio odio contro i Cristiani, e ne fece trucidare molti tanto in Lecce quanto nelle contrade circostanti. Quindi fece rinchiudere in una torre Sant'Irene relegandola in una oscura camera, e sperando che quivi ella morisse di stento. Ma la santa donzella poco curava la paterna ostinazione, tutta accesa dell'amore verso Cristo, e con fervido cuore offriva la sua passione al celeste amante il quale non permettendo che la sua amata Irene vivesse nelle terrestri tenebre, mandò a lei per mezzo dell'Agnello una lampada brillante e splendente, per essere appesa al muro della oscura prigione, la quale di giorno e di notte diffondeva la luce di un miracoloso splendore. Per la qualcosa gioiva la vergine dicendo con Davide: Lo splendore del Signore nostro Dio è sopra di noi (Salmo 39). I guardiani della torre avendo scorto la luce misteriosa ne riferirono a Licinio. Onde egli sospettò che qualcuno della città avesse portato a lei la lampada insieme col cibo quotidiano, ed inviò alcuni dè suoi servi per spegnerla. Ma essi non poterono nè estinguerla nè rimuoverla, che anzi profondamente meravigliati ritornarono a Licinio e gli narrarono il fatto. Egli non credette alle loro parole, ed inviò alcuni suoi fidatissimi cavalieri, i quali domandarono alla Vergine da chi ella avesse avuto quella luce. Rispose che il suo Eterno Signore aveva ascoltato le preghiere di lei, e le aveva riferite allo stesso Iddio che illumina le tenebre esterne. Ora essi ne furono molto confusi e tornarono a Licinio e gli dissero che la lampada non era stata ivi collocata da mano mortale com'egli supponeva; ma perchè egli potesse persuadersene farebbe bene a collocare delle guardine le quali spiassero se per caso qualcuno provvedesse la lampada dell'olio necessario; e qualora ciò non fosse, era chiaro che questa era opera divina e non cosa naturale. Questo consiglio piacque a Licinio, ed avendo disposto diligentemente le guardie intorno alla torre, ed essendosi persuaso che la lampada ardeva continuamente quantunque nessuno apparisse che la provvedesse di olio si fece manifesto che ciò era opera non di mano mortale, ma effetto di un vero miracolo, e dimostrava la santità della fanciulla essere superiore alle leggi di natura. Ma ad onta di tutto ciò egli rimase ostinatamente nemico della Fede Cristiana, e non ebbe pace finchè vide la figlia perseverare nel culto di Cristo. Quindi egli studiò come dovesse uccidere Venera compagna di lei; ed alcuni dei suoi satelliti, essendosi recati per ordine di lui presso questa donzella, la trovarono in atto di preghiera con una lampada simile all'altra, collocata innanzi a lei presso l'immagine del nostro Salvatore Gesù Cristo; e non potendo essi nè spegnerla nè rimuoverla, la credettero che ciò fosse opera di magia. Essi dunque persuasero Licinio, che sottomettendo la Vergine a tortura, essa rivelerebbe il segreto per modo che essi scoprirebbero anche il segreto intorno all'altra lampada collocata nella camera di S. Irene. Egli seguì il consiglio cercando di estorcere dalle labbra di S. Venera la confessione mediante le più crudeli torture, ma ella non confessò altro che il nome di Cristo. Disprezzando la vanità degli idoli essa rese l'anima al Creatore tra le gloriose torture; e la lampada rimase accesa nella stanza di lei per molti giorni, come segno che ella era una delle Vergini Prudenti. Quindi tramando il crudele tiranno di ricondurre S. Irene all'idolatria, e trovando la medesima sempre tenace e costante nella propria fede, egli fu talmente travolto dall'ira, che condannò la propria figlia a morire insieme con altri gloriosi martiri. E tutti furono meravigliati per l'invincibile coraggio di una sì tenera donzella, che nella lieta compagnia di altre prudenti Vergini era stata reputata degna di entrare nella celeste gloria del suo divino amante. Così fu consumato il glorioso martirio di Sant'Irene e Santa Venera nell'anno 326 di nostra salvazione. Ma Licinio non andò impunito pure in questo mondo di questa sua crudeltà, poichè essendosi nuovamente ribellato a Costantino sempre sorretto dalla speranza di riconquistare l'impero perduto colle forze delle armi, fu trucidato per ordine dell'Imperatore, e insieme con lui un certo Marziano ch'egli aveva creato Cesare suo alleato nella ribellione.
Fu Licinio un principe assai crudele, di natura rapace, disonesto ed avido di comando. Egli martirizzò molti altri fedeli oltre S. Irene e S. Venera; visse come tiranno 15 anni e fu ucciso al 60° anno della sua età. Qualche scrittore vorrebbe farci credere che egli lasciò un figlio chiamato anche Licinio nato da Costanza sorella di Costantino, e che fu creato Cesare insieme con Crispo, figlio del suddetto Costantino e di Minervina sua concubina, i quali entrambi dopo un regno breve ed infelice furono uccisi dai sicari dell'imperatrice Fausta".
Come si vede, dunque, Sant'Irene nata e martirizzata nella città di Lecce, si può dire che è stata una di quelle poche "profetesse in patria", in quanto il popolo leccese la fece sua protettrice e la tenne sempre in grande onore e venerazione; fabbrica chiese ed altari in memoria di lei, invocando il suo nome in tutte le necessità.
Così viene venerata e celebrata il cinque Maggio; il culto si propaga in tutto il Salento e Caprarica è uno dei primi casali che recepisce la lezione di fede di Sant'Irene e Santa Venera che le adotta come sue ausiliatrici nel novero dei Santi locali.
A sancire, definitivamente, questo fermento di vita radicato ormai da secoli in questo casale, il già citato catasto onciario del 1744 rileva esserci, in Caprarica, un importante beneficio a sfondo sociale e religioso detto di "Santa Veneranda" e che, per comodo del lettore, si riporta:
beneficio sotto il titolo di santa veneranda (p.192)
Don Giuseppe CALVIELLO, beneficiato.
Possiede una chiusa nominata Santa Veneri, olivata di tomoli 1, ettara 8 in fronda, giusta li beni del Sagro Ospidale di Lecce da levante, e borea, e via pubblica da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 18, e grana 3, sono.....................................................oncie 6,3
Alberi 4 di olive dentro la chiusa nominata Palatej dell'Illustre Don Ambroggio GIUSTINIANI. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 4, sono............................oncie 1,10
Alberi 3 di olive dentro la chiusa nominata Palma del Sagro Ospidale di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 25, sono..............25
Alberi 3 d'olive dentro la chiusa nominata Palma del m. Carlo TEODORO di Lequile. Stimata la rendita extra: annue grana 20, sono..............................20
Un albero dentro la chiusa nominata Perrulli del m. Bernardo CATTANI di Lecce. Stimata la rendita extra: annue grana 8, sono.............................................8
Alberi 3 d'olive dentro la chiusa nominata Pinzelle del m. Pietro Maria FERRAROLI di Lecce. Stimata la rendita extra:
annue grana ...........................20
Sono in tutto oncie 9,16.
b) SANT'ORONZO. Dopo il patrono San Nicola (che è di rito bizantino), Caprarica, nel XVII sec., con l'avvento, in Lecce e nel Salento, della ventata di fede, portata dal culto verso Sant'Oronzo (di rito latino), celebrata da diversi e agguerriti ordini religiosi, aggiunge, come suo patrono principale, a San Nicola, anche Sant'Oronzo.
Sebbene il culto del primo protettore risalga, molto probabilmente, al XIII sec., gli abitanti di Caprarica di Lecce, pur conservando una filiale e rispettosa devozione per San Nicola, considerano Sant'Oronzo il vero e principale protettore del paese.
Sant'Oronzo, dunque, primo vescovo di Lecce, è in Caprarica ricordato con l'espressione in vernacolo locale "Santu Ronzu te lu racànu" (Sant'Oronzo dell'uragano) e si festeggia ogni 23 di novembre, in ricordo dello scampato pericolo, grazie alla sua intercessione, quando, appunto, il 23 novembre 1884 uno spaventoso uragano colpisce e distrugge mezzo paese e circondario.
Quell'evento distruttivo è unanimemente considerato come il più disastroso che abbia colpito nei secoli le nostre terre.
A Caprarica, in ricordo di quell'avvenimento luttuoso, ogni anno, il 23 novembre, si svolge una sentita processione che termina, intorno alle 13, sulla via per Galugnano, da dove proveniva l'uragano. Una "batteria" di colorati fuochi d'artificio ricorda i fatti di oltre un secolo fa, ancor oggi vivi nella memoria collettiva della cittadina.
Si narra che una giovane e bella contadina, di nome INGROSSO Adriana, sia stata la prima ad avvertire i concittadini dell'imminente catastrofe, ma che, come novella Cassandra, non sia stata creduta.
L'uragano viene scambiato, al suo sopraggiungere da ponente, come rumore del deragliamento di un treno locale, lungo la linea ferroviaria SUD-EST che serve la vicina Galugnano.
Quando gli abitanti di Caprarica si accorgono della gravità della situazione, non possono fare niente per prevenire la sciagura; il ciclone oltrepassa la serra che da ovest sovrasta il paese e si dirige verso le abitazioni.
Tuoni, fulmini e distruzioni accompagnano il suo arrivo; grandi alberi secolari d'ulivo vengono sradicati e molte pajare vengono rase al suolo.
Chi può si dirige, a fatica, verso la chiesa madre dove i primi disastri hanno indotto i più previdenti, insieme al parroco, ad esporre la statua di Sant'Oronzo. Un coro caloroso e intenso intona preghiere ed inni a Sant'Oronzo.
Tutti ormai credono che sia giunta l'ora della fine quando, ad un tratto, l'uragano, che ha già distrutto case, divelto alberi, ecc., miracolosamente devia. La bufera si dirige verso Castrì e Caprarica è salvo.
Tutti gli abitanti, unanimemente, gridano al miracolo ottenuto per intercessione di Sant'Oronzo.
Quando, però, gli abitanti escono dalla chiesa e cominciano a fare la conta delle cose distrutte o mancanti, si accorgono che la bufera ha distrutto il campanile della parrocchiale; cinque persone si vedono giacere sotto le macerie ma vengono, immediatamente, estratte e ci si accorge che, sebbene travolte da una grande quantità di pietre, sono miracolosamente vive.
Inoltre, in una contrada rurale, un tal Giuseppe VERRI, infermo ed impossibilitato a muoversi, si salva dal crollo della sua misera capanna grazie al fatto - ritenuto prodigioso, vista la violenza della bufera - che il tetto ha retto.
C'è un ragazzino, un tal Oronzo MAZZEO (nato in Caprarica il 13/10/1868 e morto il 07/05/1959) che, con le sue pecore e le sue capre, si ripara dietro un muretto a secco; la bufera distrugge tutta la parete a secco tranne, miracolosamente, il tratto dietro al quale si è rifugiato il piccolo pastore.
Il destino, beffardo, non è, invece, benevolo per un tal Oronzo CENTONZE, l'unica vittima della bufera. Egli è un uomo litigioso, che si rifiuta ostinatamente di andare in chiesa e per questo ci sono continui battibecchi con la moglie che così lo apostrofa: "...a ttie speriamu cu tte trasane ‘ccisu ‘ntra la chiesia... - speriamo che ti portino ucciso in chiesa"; e così, da morto, il CENTONZE entra nella chiesa in cui non ha voluto mai entrare da vivo.
A ricordo di quella terribile sciagura il canonico Oronzo VERRI, parroco di Caprarica (dal 1919 al 1955), ha scritto una serie di quartine in vernacolo locale, cortesemente forniteci dall'attuale parroco don Antonio SCOTELLARO: "
SANTU ‘RONZU TE LU RACANU
I - A bintitrè Nuembre de la nnata
mille ottucentu ottanta quattru,
stia la gente ‘ncora a casa ritirata
ddhra duminica doppu menzadia.
II - Ddhru giurnu, de tre zite Craparise
era la festa, e li parienti icini
iane minatu a mmienzu a lu paise
treni, fiuri, turnisi e candilini.
III - All'una, de la serra se partia
nu spamintusu rusciu ndimuniatu -
Gridau la ‘Ndriana: "De la fierruia
lu papore, serai, se ‘nda scappatu".
IV - Se ‘mpopula la chiazza - A nnu mumentu
lu fumulizzu face l'aria scura;
se scatinane lampi, treni e ghientu...
nuanta segna a tutti la paura.
V - ‘Mpisu a lu cielu cala nnu zunfiune;
scardina, gnutte, sdradica, scunquassa,
e, sturcenduse comu sirpintune,
riduce terra piana de ddhru passa.
VI - Ramure, strazze, pampane, cappieddhri
parune all'aria crauli de lu gliernu,
fitandu comu tanti sciucarieddhri...
erane an terra e ni paria lu ‘Nfiernu!
VII - Mamme cu li lattanti an brazze e an piettu;
auri piccinni strinti a lu fustianu;
‘nfirmi fusciuti fore de lu gliettu;
siri cu li guagnoni an cueddhru e a manu.
VIII - A ddhru ni rifugiamu? A ddhru fuscimu?...
A campagna, alla chesia, a la cantina?...
Nun c'è locu, nè tiempu nni scundimu:
L'ira de Ddiu ni secuta: è bicina!
IX - Se sente allora tra ddhra cunfusione,
l'arciprete Marullu pridicare:
"Fede e curaggiu: de la distruzione
lu Santu ‘Ronzu nestru n'ha sarvare".
X - "O Santu ‘Ronzu ‘nticu Prutittore,
aggi armenu pietà de l'innucenti;
cerca pè nnui perdunu a lu Signore;
lluntana sti periculi prisienti.
XI - "Diesti pè nnui lu sangu a Gesù Cristu,
e mò ni lassi comu scanusciuti?...
Se vuei nni sarvi, lu mumentu è uistu:
ce sire sinti tie, se nu mi gliuti?"
XII - Rimbomba la campana - Signu Santu!
De dece manu a bandulu è sunata...
Se mmiscane a ddhru senu gridi e chiantu
de la gente dimerta e scunfidata.
XIII - ‘Ntise lu Santu... nnanzi a l'abitatu
de mendula è schiantatu n'arvirune;
poi s'ausa e bascia, ma però frinatu
sempre de Santu ‘Ronzu lu zunfiune.
XIV - Alla putea de frunte a lu palazzu
quattru amici faciane lu patrunu;
s'iane date le carte de lu mazzu,
ma senza ‘ncora lle cuffrunta ognunu.
XV - Tre cumpagni, minandule, fuscera
intra la chesia de la sacristia;
‘Ronzu Centonze, ca tinia primera,
le cose an pauda e rretu a quiddhri scia.
XVI - Lu forte andulisciare scatinàa
lu campanaru a vela, e a ddhru mumentu
ceddhri putia pinsare, ca bastàa
cu ‘nde scoppa na spinta de ddhru glientu.
XVII - Lu ‘Ronzu sta rriàa, quandu n'uccettu,
comu llanzatu de lu campanaru,
propu dicisu ffazza nu dispiettu,
ccise ddhru pueru ‘Ronzu paru, paru!
XVIII - E dire, ca a maritusa, fissatu
Tantu, ca a nuddhra chesia mai trasia,
"Cu te trasane ccisu e sfracellatu"
rraggiata, mescia Peppa li dicia.
XIX - Lu campanaru intantu sculumbàa
subra la lamia de la sacristia,
ca all'urtu, e pè lu caricu spundàa,
e sutta a petre e chianche seppellia.
XX - ‘Ronzu Nnicola Grecu cunsiglieri,
Masi Conte, De Vitisi Paulinu,
‘Ronzu Nicola Grecu messu e uscieri,
e Minicu centonze Callurinu.
XXI - "Oh spinturati, ce distinu maru"
- gridane le muglieri e li parienti -
"Ssutta li piezzi de lu campanaru!"...
Tutti uardane, e ceddhri facia nienti.
XXII - Nu figliu pè paura nu trasia;
pè nu fare cchiù dannu a ddhri parieddhri,
n'auru cu stompa subra se dulia...
- Chiamara "Tata" e nu rispuse ceddhri!...
XXIII - Ma doppu n'ura li carusi arditi
li piezzi chianu, chianu ‘nde lliara
de subbra a ddhr'infelici seppelliti,
e sarvi tutti cinque li cacciara.
XXIV - E le campane?--- Tisa lu zunfiune
mmienzu la strata ‘nde spinculisciau
la grande, e la piccinna a nu truncune
de lu pilastru ‘mpisa se fermau.
XXV - Sulamente lu ‘Ronzu disgraziatu,
rimasu de nu piezzu a truncu ccisu,
subbra l'artare, tuttu ‘nsanguinatu,
de San Bicenzi lu ‘mpuggiara stisu.
XXVI - Nu ssacciu, se li ficera funzione;
ma pè mancanza de campane, certu
rimase senza senu e sperazione,
ossia, senza l'unori de lu muertu.
XXVII - Giusti fini de Ddiu! ...però la manu
scusa, ma certa de lu Prutittore
nu ni lassau, fintantu lu raganu
de tuttu lu paise nu ssiu fore.
XXVIII - Intra l'urtima casa de la scisa
Giuseppe Verri ‘nfirmu stia curcatu;
lu cannizzu spundau, ristandu tisa
sula ddhra parte an capu a lu malatu.
XXIX - ‘Ronzu Mazzeu, striu de sidici anni,
tandu cu quattru pecure rriàa,
e a lu parite, pè scansare danni,
de lu sciaardinu "Illa" se paràa.
XXX - De tutte e ddoi le manure spurrau
lu parite cu conza frabbicatu;
tisa la sula stozza ‘nde ristau,
a ddhru lu maru ‘Ronzu stia ‘ngucciatu.
XXXI - Pecure sarve, e ‘Ronzu senza nienti;
e ssaccia ognunu, senza se scraeddhra
pè ddhr'auru nume ci li dae la via,
ca de tandu ristau "lu PECUREDDHRA".
XXXII - Turnau la carma e ssiu l'arcubalenu.
Crisciu, ca Santu ‘Ronzu se ‘nfacciau,
e de lu Cielu pracidu e serenu
nu salutu a Craparica mandau.
XXXIII - E' storia quista; e se cirvieddhru umanu,
prima cu crìscia a tantu Prutittore,
spetta cu bìscia e tocca cu le manu,
o nu bole capisca, o è senza core!
Sac. Oronzo VERRI"
Non a caso, dunque, a lui si sono rivolti con devozione e fede altri centri salentini tanto che lo hanno adottato come patrono principale. Si ricordano, oltre a Lecce capoluogo ed a Caprarica, Acaya, Ostuni e Turi; a Potenza e a Zara vi è un culto a Lui dedicato.
Ad Ostuni, per esempio, è così forte la fede per questo Santo che è stata istituita, circa tre secoli fa, la "cavalcata di Sant'Oronzo" (processione del Santo a cavallo ed in costume).
Essa è una manifestazione di riconoscenza dei "vaticali" (i carrettieri che trasportavano le merci da un paese all'altro) al patrono che ne protegge i traffici.
Ad Acaya nell'agosto 1999 è stata approntata, per la prima volta, dai giovani locali e con l'approvazione del parroco locale, Mons. Rosario CISTERNINO, una processione con costumi rinascimentali, in onore del patrono Sant'Oronzo e del barone che ha costruito il borgo nel 1535, Gian Giacomo DELL'ACAYA. I giovani, con una commovente cerimonia, vicino alla porta detta "Terra", nella persona che ha rappresentato il barone DELL'ACAYA, ha consegnato a Sant'Oronzo le chiavi del borgo fortificato.
Come si vede la fede per questo Santo è così forte tanto che, in tutte le città dove è venerato, vengono organizzate manifestazioni colossali, spendendo anche molto denaro, ma qual è il substrato storico della figura di Sant'Oronzo, vescovo di Lecce?
Verso la fine dell'Impero e gli albori del cristianesimo si parla della grande figura di un nobile leccese che ha lasciato l'impronta del proprio passaggio ed inciso il proprio nome nelle menti e nel cuore di molti paesi del Salento: Sant'Oronzo.
Questo patrizio, è stato convertito alla fede di Cristo da San Giusto, discepolo di San Paolo, Egli riesce a convertire non solo Oronzo ma tutta la sua famiglia che comprendeva anche il cugino Fortunato.
Oronzo, addirittura, va a Corinto per incontrare l'Apostolo Paolo per pregarlo, addirittura, di venire con lui in Lecce. San Paolo è entusiasta della fervida fede incontrata in Oronzo - ma i suoi impegni lo portano altrove -, oltretutto Paolo è convinto che sia Oronzo stesso in grado, insieme con Giusto e Fortunato, di convertire molti pagani leccesi al cattolicesimo; l'Apostolo delle genti, infine, nomina Oronzo primo vescovo di Lecce.
L'ARDITI nel suo lavoro (op. cit.) afferma che presso le: "(...) perenni paludi che appellano Cesine, le quali si congiungono con le attigue di San Cataldo (...) è tradizione che quivi appunto avvenne l'incontro di S. Oronzo con S. Giusto nel primo secolo cristiano (...)".
Al ritorno della triade, composta - come si è detto - da Oronzo, Giusto e Fortunato, vengono acclamati, con grande loro meraviglia, dal popolo e da numerosi soldati romani, ma giunti all'orecchio dell'imperatore Nerone i prodigi che compie Oronzo, inizia la persecuzione.
Nonostante le torture, i cristiani leccesi restano fermi e non abiurano la loro fede, cosicchè, Oronzo e Giusto vengono decapitati nel luogo dove ora sorge in Lecce la chiesa detta di Sant'Oronzo fuori le mura, essa si trova al 3 km. lungo la strada che conduce a Torre Chianca.
Questo è quello che scrive Paolo REGIO (op. cit.) a proposito di Oronzo: "...ma essendosi (i romani) convinti di essere incapaci a scuotere la loro fede, essi cominciarono subito a minacciarli di una morte crudelissima, se non abbandonassero subito a minacciarli di una morte crudelissima, se non abbandonassero il loro culto e non s'inchinassero agli Dei pagani di Roma, Marte, e Giove. Quindi, essendo i Santi rimasti inflessibili nella fede e tenaci nel confortare i loro confratelli, furono assoggettati agli oltraggi e alle torture, finchè nel primo sabato di settembre, essi morirono com'è solennemente creduto, e in questo giorno si è sempre celebrato il loro glorioso martirio che ebbe luogo nell'anno 68 di N. S. . In tal modo la Chiesa di Lecce fu tinta del sangue dei SS. MM. Giusto ed Oronzo..... sotto la tirannia di Nerone. In seguito alcuni fedeli leccesi avendo raccolto i Santi corpi dal mezzo della piazza ove erasi consumato il martirio, li ricoverarono in un posto sicuro adornati di gemme preziose, dove riposarono sino al tempo in cui il grande Costantino fu battezzato. Soltanto allora fu accordato ai Cristiani il permesso di costruire Chiese in memoria di Dio e dei Santi, ed altari in onore loro. Fu perciò che i cittadini di Leccio rinvennero questi corpi santi (?), ed avendo collocati i loro corpi in due custodie d'argento, costruirono una splendida Chiesa in loro onore che è situata fuori la porta ad occidente della Città, dove essi furono martirizzati. Quivi riposa il corpo di San Giusto, e quello di S. Oronzo è seppellito in un'altra chiesa fuori della città insieme ad un grande tesoro...".
A contraddire la versione ed alcune certezze del REGIO interviene il PROTOPAPA il quale, nel suo lavoro ("Caput Sancti Orontii Martiri"), afferma che Sant'Oronzo e Giusto pressati dalla persecuzione sono indotti, per l'amore che nutrono verso il popolo (e non per paura della morte), a fuggire; essi si rifugiano in alcune grotte in Ostuni e Turi, dove attualmente - non è, dunque, un caso - sono venerati, ma poi ritornano in Lecce dove subiscono il martirio.
Il PROTOPAPA dice che per diversi secoli e fino al XVII sec. Sant'Oronzo non ha avuto alcun culto in Lecce dove la protettrice ufficiale è Sant'Irene. Così si esprime, infatti, Nicola VACCA in un suo scritto: "...Credo di dir cosa nuova per gli studi patrii facendo sapere che il culto di S. Oronzo è vivissimo sin dall'alto medioevo nella Dalmazia, quando qui da noi era soltanto un culto secondario. Sant'Oronzo era festeggiato il 22 gennaio a Grado, si festeggia a Zara il 21 febbraio e se ne commemora il martirio il 2 ottobre...". Il VACCA afferma anche di sapere che il capo di Sant'Oronzo martire si conserva a Zara.
Nel libro scritto da C. F. BIANCHI (dal titolo "I fasti di Zara" alla p. 19) così si legge: "... Nell'anno 1091 Sergio, giudice di Zara, figlio di Majo, fa eseguire una cassetta d'argento adorna di figure, vi ripone il capo di Sant'Oronzo martire, e la dona alla chiesa cattedrale di Sant'Anastasia".
A questo punto si può obiettare che anche la cassetta descritta da P. REGIO è d'argento e che, quindi, può essere la stessa; qui si entra in un vasto discorso, molto intricato, che si tralascia perchè non utile ai fini della presente indagine, ma che si spera conducano altri.
Dopo numerose indagini si scopre che il capo di Sant'Oronzo può avere due piste ben definite: la pista di Sant'Oronzo di Lecce, e, la pista di un Sant'Oronzo di Potenza. Oronzo, infatti, durante la sua vita di religioso ha percorso tutto il Salento, si è spinto verso la Basilicata, l'Abruzzo; è stato a Turi ed ad Ostuni dove in una grotta ha compiuto un prodigio, battendo col suo bastone la pietra.
A proposito del corpo di Sant'Oronzo il CONIGER nelle sue "Croniche" ci dice che "...Francesco Orsini del Balzo proferse a questa huniversità lo corpo de Sancto Orontio, che sua Signoria sapea dove stava, e questa huniversità, ingrata et non degna di tanto bene ne foi pigra...".
Anche lo storico-sacerdote G. C. INFANTINO afferma questa tesi e cioè che "...Francesco del Balzo Duca d'Andria offerse alla città di Lecce i Corpi di Santa Irenesua protettrice, di Giusto, e d'Orontio, sapendo ben'egli dov'era riposti, se ben poi o per pigritia dè Leccesi, o per voler divino non hebbe la cosa effetto".
Queste ultime affermazioni stridono con quello detto prima, ma, sicuramente qualcosa è successo tanto che il corpo di Sant'Oronzo è sfuggito alla custodia dei leccesi. Qualcuno afferma che le spoglie mortali del Santo si trovano ben nascoste in un luogo segreto nei sotterranei della cattedrale di Lecce, ma, ciò, è tutto da verificare. L'enigma, in ogni modo fino a questo momento resta, ai cultori il compito di scioglierlo.
Quello che conta, ai fini di questo lavoro, pur tuttavia, è che Sant'Oronzo martire è realmente esistito in Lecce e questa chiave di lettura nessuno può metterla in dubbio.
Infatti, una bolla del conte Tancredi d'Altavilla datata 1181 fa riferimento ad un viottolo vicinale, rurale, "que vadit ad S. Arontium", che voleva indicare una chiesetta dedicata al santo martire Oronzo. In un'altra bolla di re Ladislao Durazzo d'Angiò, del 9/5/1407, si specifica che nei pressi della suddetta chiesetta oronziana si svolgeva ogni anno la tradizionale "fiera di Sant'Oronzo".
Vari autori del regno napoletano affermano che nel 1656, tutto il regno è stato afflitto dal morbo della peste, solo Terra d'Otranto è stata esentato dal contagio per intercessione di Sant'Oronzo.
Il CINO nelle sue "Memorie ossia notiziario di molte cose accadute in Lecce dall'anno 1656 sino all'anno 1719, in Cronache..., p. 51" afferma che. "[(A.D. 1656...) In quest'anno ancora fu la peste per tutto il regno di Napoli fuorchè nella provincia quale per intercessione di Sant'Oronzio nostro protettore fu preservata libera].
Pur tuttavia il culto oronziano viene sancito definitivamente nel secondo Sinodo diocesano leccese, celebrato dal vescovo PAPPACODA, ed apparso in Roma in un libello del 1669; in appendice a questo sinodo, si rivela il consenso della Congregazione dei Riti, per la conferma dei santi Oronzo, Giusto e Fortunato, il vescovo PAPPACODA ha scritto testualmente (B.A.V.): non obstat (...) quod huic immemorabili consuetudini Ecclesiae Lyciensis celebrandi festum, cum missa solemni, et officio duplici cum octava dictorum sanctorum (...) videntur ipsa Civitas, et Capitulum renunciasse anno 1640. Quo, et pluribus annis sequentibus illud celebrare omiserunt (...).
Ma una chiarificazione bisogna pur farla, nel senso che, nel Salento sono solo gli abitanti della cittadina fortificata di Acaya che festeggiano Sant'Oronzo nel giorno indicato da Paolo REGIO. Molto probabilmente è stato il marchese Andrea VERNAZZA che ha introdotto in Acaya il culto a Sant'Oronzo.
6. Il centenario del patrocinio a Sant'Oronzo (23/11/1884-23/11/1984).
Presso l'A.P.C. è conservato il resoconto dei preparativi e delle manifestazioni di fede di Caprarica, in occasione del Centenario del Patrocinio di Sant'Oronzo.
Questo è il documento-relazione nella sua interezza, stilato dal parroco don A. SCOTELLARO: "23 Novembre: Centenario del Patrocinio di S. Oronzo (1884-1984). Durante il periodo estivo gli organizzatori hanno limato il programma del Centenario del Patrocinio di S. Oronzo lavorando intorno a due iniziative necessarie di un tempo lungo di preparazione: un giornale commemorativo e un'opera teatrale in grado di far rivivere in scena gli eventi del novembre 1884. Nei mesi di ottobre-novembre sono stati sensibilizzati i fanciulli della scuola elementare ed i ragazzi della scuola media a comporre un elaborato sotto forma di racconto, disegno sui fatti celebrati o su un aspetto particolare dell'evento.
Mentre la gente di Caprarica si stava preparando a vivere le celebrazioni conclusive, durante la notte del 6 novembre un violentissimo uragano ha spazzato via decina di alberi d'ulivo, di cipresso e di pini, ha danneggiato case, diroccato mura di cinta, distrutto una stazione della via Crucis all'ingresso del Cimitero, risparmiando però le persone.
La sentita commossa partecipazione alla solenne tredicina predicata, ai riti, alle processioni ha dimostrato in modo significativo come tutto il paese ha visto in quel fatto un ulteriore segno della Protezione di S. Oronzo.
23 Novembre 1984. Il popolo con il Parroco hanno salutato con profonda commozione quel giorno ringraziando il Signore datore di ogni bene. Tutti hanno rinnovato l'attestazione della loro devozione al Santo compatrono S. Oronzo, primo cristiano, primo vescovo, primo martire del Salento.
I giovani hanno distribuito il giornale commemorativo "IL CENTENARIO" diretto da G. DELLE DONNE. Iniziativa questa che ha riscosso larghi consensi. Molti hanno voluto acquistare più di una copia da conservare o da regalare a parenti o emigranti. Il giornale ha riportato articoli di giovani e di vari autori sulle tradizioni locali poesie e racconti in dialetto caprarese, intervista al parroco, vita pastorale parrocchiale.
Alle ore 11 ha avuto inizio la S. Messa solenne con numerosa attenta e devota partecipazione popolare. Il discorso celebrativo è stato tenuto dal sac. Don Salvatore FIORENTINO. Alle ore 13 è stato letto il racconto rievocativo in versi del Can. Oronzo VERRI e quindi si è snodata la processione con la statua del Santo in via Galugnano.
In quel luogo l'Amministrazione Comunale ha voluto porre un ceppo commemorativo con una lapide sulla quale è stata incisa l'iscrizione: "Nel primo centenario - l'amministrazione comunale - ed i cittadini tutti - in segno di perenne devozione - al compatrono S. Oronzo - per aver salvato Caprarica - da più funeste conseguenze" Caprarica 23/11/1984.
Alle ore 15,30 la processione ha percorso quasi tutte le vie principali del paese con la partecipazione totale del popolo. Al termine della processione, alla presenza dell'Arcivescovo Mons. Vincenzo FRANCO, delle Autorità, del Clero e dell'intero popolo è stato inaugurato il Nuovo Campanile della Chiesa parrocchiale. Su di esso è stata collocata una lapide a ricordo dell'avvenimento centenario su cui si legge: "I parroci don Luigi VERRI - don Antonio SCOTELLARO e il popolo tutto hanno fatto erigere questo Campanile per testimoniare la loro fede. 23.11.1984".
Quindi i fedeli e le autorità comunali e provinciali hanno riempito la Chiesa che, nonostante la non trascurabile grandezza, si è dimostrata insufficiente a contenere tutti. Alle ore 17 si è svolta la solenne concelebrazione eucaristica presieduta da Mons. Arcivescovo. All'inizio del sacro rito il parroco ha rivolto un ringraziamento al Signore per la degna celebrazione centenaria, ha manifestato la gioia della comunità, per la presenza del Pastore della Diocesi - per il restauro della chiesa (tetto a tegole, marsigliesi) e ha rivolto un accorato appello all'Arcivescovo e alle autorità per favorire le opere parrocchiali, necessarie per la vita della parrocchia.
Un caloroso applauso ai giovani che sono stati all'altezza del momento storico. Mons. V. FRANCO, all'omelia, si è congratulato per le realizzazioni che la parrocchia ha fatto durante l'anno 1984 e per le celebrazioni degne del Centenario.
Ha inoltre ringraziato la famiglia del defunto Angelo MAZZEO tragicamente scomparso in seguito ad un incidente stradale. Aveva trasportato da Livorno il Dipinto della Madonna dei Fiori, gratuitamente. Ringraziamento alla Ditta Antonio MURCIANO e all'ing. Pietro TOMMASI per la collaborazione nella costruzione del Campanile e al Comm. R. PROTOPAPA per l'opera teatrale "Lu raganu" composta per l'occasione.
A conclusione della giornata tutti nella palestra della scuola media di Caprarica per rivivere nel modo visivo quel giorno di un secolo prima. La rappresentazione da parte del gruppo filodrammatico parrocchiale dell'opera teatrale "Santu ‘Ronzu e lu raganu" composta dal Comm. R. PROTOPAPA ha riscosso un tale successo da costringere gli organizzatori a replicarla nei giorni successivi.
Questi gli avvenimenti di quei giorni che celebrando un Centenario hanno voluto esaltare una fede che gli anni e varie generazioni non sono riusciti a scalfire nella speranza di una ulteriore spinta che salvaguardando in futuro quella stessa fede le ricordi di restare sempre concreta in nome e con l'aiuto di Dio e del comprotettore S. Oronzo".
7. Il Convento dei Carmelitani.
Il Convento dei CARMELITANI, già esistente dal 1600, è soppresso dalla costituzione del PAPA Innocenzo X, nel 1652 (Bullarium Carmelitanum).
Su di un documento giacente presso la Casa Generalizia dei Carmelitani, in Roma (A.G.O.C.R.), si parla del Convento del Carmelo della Terra di Caprarica - Provincia della Puglia, Diocesi di Otranto - e, il padre che ha redatto l'atto, enumera, per i vari possessi del convento, oltre i nomi dei diversi donatori, l'elenco ed il valore delle cose offerte.
Molto interessante ai fini della valutazione dell'importanza del convento, una lettera originale con sigillo, indirizzata alla detta Casa Generalizia, datata 23/12/1652. In questa, mentre si chiede la non soppressione di alcuni conventi, per quello di Caprarica, si dice che ad esso poteva essere incorporato, addirittura, quello di San Pietro in Galatina.
Con le rendite dell'ex convento, com'è usanza del tempo, si fonda un istituto di beneficenza per soccorrere i poveri e, in particolare, le ragazze orfane che devono sposarsi per le quali si provvede con la dote.
Dai documenti parrocchiali si apprende che il primo di ogni anno il clero ed il popolo, "congregati ad sonum campanae", si radunano nella chiesa di Caprarica per ottenere l'assegnazione di una somma necessaria per il matrimonio.
E' prassi inserire, nell'urna, i cognomi delle orfane di quell'anno e si procede all'estrazione in pubblica chiesa. A tale proposito e per curiosità, si possono verificare i cognomi di alcune vergini orfane di Caprarica, pronte per il matrimonio, così come appare sul catasto onciario del 1744.
Il convento, ormai scomparso, s'identifica con quello della cappella annessa, tant'è che il nome popolare della medesima è "convento" e nella versione in vernacolo: "cumentu".
Convento è la località alla quale si dà il nome ufficiale di Largo SAN MARCO, dal nome del santo venerato nella medesima cappella.
Infatti, nella stessa chiesa, vengono venerati i Santi: Santa Lucia, Santa Veneranda, Sant'Irene e Santa Barbara.
Un dipinto raffigura San Marco con lo sguardo ispirato nell'atto di scrivere il VANGELO sul rotolo di pergamena; accovacciato ai suoi piedi, un leone quieto come un animale domestico.
Nella stessa chiesa del Carmine al principio del novecento, è stata sovrapposta la figura di Santa Lucia su di un affresco raffigurante Sant'Eligio che testimonia l'antico culto al Santo, vissuto nel VI sec., protettore dei fabbri, mercanti di cavalli, meccanici ed orefici. Anche se, attualmente, il culto a questo Santo è letteralmente scomparso, nel XVII sec., invece, è molto prolifico si registrano culti a Calimera, ad Acaya ecc.
La Congregazione dell'ordine carmelitana ha come segno distintivo lo "scapolare" con l'effigie della beata Vergine del Monte Carmelo.
L'ordine dei Carmelitani, uno dei più antichi della storia della Chiesa, non ha un vero fondatore, ma ha un grande nome: il culto a MARIA.
Lo "Scapolare" non è un amuleto; è il simbolo della materna protezione di Maria, un sacramentale che trae il suo valore dalle orazioni della Chiesa e dalla fiducia di coloro che lo indossano.
Tale Congregazione, menzionata nella visita pastorale di Mons. Vincenzo Andrea GRANDE, ha il compito della manutenzione ordinaria e straordinaria della cappella.
La Chiesa del Carmine è stata tenuta, in grande considerazione, dai parroci della diocesi di Otranto e dalla fede del popolo e considerata un centro di devozione.
Nel sopracitato documento, giacente presso l'A.G.O.C. di Roma, si afferma che: "La chiesa è una delle più belle e più grandi di tutti i luoghi convicini. Vi sono cinque cappelle ben ordinate, vi è un principio di dormitorio con cinque camere e tutte le officine per le comodità dei religiosi".
Nel 1845 l'Arcivescovo invita il clero di Caprarica, composto, in quel tempo, da cinque sacerdoti: Bernardino RUGGERO (Arciprete), Fortunato CUCURACHI (Economo curato), Vincenzo GRECO, Vincenzo CALO' e Vito Leonardo CALO' (Curato) a celebrare la Messa nei giorni festivi (com'era stabilito da tempo e da un'antica tradizione).
Nella metà dell'ottocento, la cappella è stata abbandonata, come è stato per tutte le opere d'arte, l'oratorio, del convento soppresso, viene ridotto ad alloggio di bande musicali, di deposito di attrezzi agricoli di proprietà dei ricchi signori del paese.
Agli inizi del novecento si tenta di ravvivare il culto alla MADONNA. Infatti, si rimette a nuovo la cappella della Madonna del Carmelo.
Tale cappella rappresenta per Caprarica un atto solenne di devozione. Infatti, ogni anno, vicino a questa chiesa si svolgono due importanti fiere: il 25 aprile la "fiera di San Marco" e la prima domenica dopo il 13 dicembre, quella di "Santa Lucia".
L'ultimo restauro della cappella è stato realizzato dal parroco don Antonio SCOTELLARO con i fondi della parrocchia e della Regione Puglia.
Le navate della Chiesa, composte di pietra leccese e carparo, sono state pulite e riportate all'antico splendore ed hanno donato una gradevole luminosità a tutto l'edificio.
* * *
A Caprarica, oltre a questa chiesa, esiste la chiesetta di San Francesco, risalente al XVI sec. (Palazzo BRUNETTI).
Si ha notizia certa del convento dei Francescani conventuali abbandonato nel 1810. Nè parla, di questo, il padre Primaldo COCO sul suo volume: "I francescani nel Salento" e se ne può ricavare altra nota nel registro del catasto generale dell'Università di Caprarica del 1744 (già riportato), alla pagina 244 e seguenti dove sono elencate le proprietà di don Diego BRUNETTI, patrizio della città di Lecce. In esso si trova menzione di una cappella, attualmente adibita a stalla, posta sulla via che ancora oggi è denominata "Brunetti".
Convento dei Carmelitani
8. Organigramma dei Parroci di Caprarica di Lecce.
Questo è quello che risulta, all'archivio parrocchiale di Caprarica, in relazione alla successione dei Parroci locali dal XVII sec. ad oggi.
- dal 1696 al 1730       - Oronzo    INGROSSO, Arciprete.
- dal 1730 al 1762       - Leonardo  VIZZI, Arciprete.
- dal 1762 al 1772       - Ippazio    FERRANTE, Arciprete.
- dal 1773 al 1777       - Pasquale   PALMIERI, Arciprete.
- dal 1777 al 1804       - Tommaso  GARRISI, Arciprete.
- dal 1804 al 1810       - Fortunato  CUCURACHI, Economo Curato.
- dal 1810 al 1813       - Franc.Saverio De DONFRANCISCO, Ec. Cur.
- dal 1813 al 1840       - Bernardino RUGGIERO, Arciprete.
- dal 1840 al 1842       - V. Giuseppe De DONFRANCESCO, Ec. Cur.
- dal 1842 al 1848       - Giuseppe  FAZZI, Economo Curato.
- Giugno/Agosto 1848   - Antonio   CUCURACHI, Economo Curato.
- dal 1848 al 1888       - Nicola    MARULLI, Arciprete.
- dal 1888 al 1890       - Pietro     LEZZI, Economo Curato.
- dal 1891 al 1892       - Pasquale  MANGIA, Economo Curato.
- dal 1892 al 1893       - Pasquale  MANGIA, Arciprete.
- dal 1893 al 1896       - Noè     DELL'ANNA, Economo Curato.
- dal 1896 al 1918       - Corrado  ALFARANO, Arciprete.
- dal 1918 al 1919       - Oronzo   VERRI, Economo Curato.
- dal 1919 al 1955       - Oronzo   VERRI, Parroco.
- dal 1955 al 1958       - Luigi     VERRI, Economo Curato.
- dal 1958 al 1972       - Luigi     VERRI, Parroco.
- dal 1972                    - Antonio   SCOTELLARO, Parroco.