CAPITOLO III - CAPRARICA BARONALE DAL XV AL XVIII SECOLO

CAPITOLO  III

CAPRARICA BARONALE DAL XV AL XVIII SECOLO

1. Caprarica al tempo dell'invasione Turca nel 1480.

2. La Terra di Caprarica passa dai baroni GUARINI agli ADORNO.

3. Il Castello baronale di Caprarica.

4. Il casato della famiglia ADORNO.

5. Caprarica passa, nel XVII sec., dai baroni ADORNO ai BOTTA-ADORNO.

6. Il casato della famiglia GIUSTINIANI.

7. Il casale di Caprarica sotto i baroni GIUSTINIANI.

8. Le Masserie Fortificate.

9. Il "Catasto Onciario" di Caprarica di Lecce.

10. Gli abusi dei diritti feudali.

11.  La situazione politico-sociale nel XVIII secolo nella contea di Lecce ed in Caprarica.

12. I primi fermenti di rivolta contro i baroni in Caprarica.

13. Il casato dei baroni ROSSI ultimi feudatari della Terra di Caprarica.

CAPITOLO  III

CAPRARICA BARONALE DAL XV AL XVIII SECOLO

1. Caprarica al tempo dell'invasione Turca nel 1480.

La situazione italiana, nella seconda metà del XV, sec., è tutt'altro che tranquilla; tutti i vari staterelli guerreggiano tra loro.

Mentre Papa Callisto III perora la causa delle guerre sante contro i turchi, nel meridione, re Alfonso è intento a guerreggiare contro la repubblica marinara di Genova.

Alla sua morte, nel giugno 1458, sul trono del regno di Napoli sale il figlio Ferdinando, il quale deve subito difendersi dall'attacco che gli portano i francesi, i quali non vedono di buon occhio il suo accordo con il Papa, che nel frattempo è cambiato, nella persona di Pio II.

Il grande condottiero albanese, il generale Giorgio Castriota Skanderberg, ottiene in oriente numerose vittorie sui Turchi; fra tutte, si ricorda lo squillante successo che ottiene sull'esercito del comandante turco Isabeg. Successivamente, chiamato in soccorso dal re di Napoli, accorre, nel 1461, nel meridione d'Italia.

Alla morte di Giovannantonio ORSINI, conte di Lecce, il re Ferrante in persona, come marito di una sua nipote, si nomina erede delle ricchezze dell'ORSINI. Così il re, con la morte di colui che avrebbe potuto sostituirlo sul trono di Napoli, diviene in un solo colpo, da povero che è, il più ricco sovrano d'Italia.

Per questo motivo, il re giunge nel Salento e come il Viterbo ci fa sapere: "...re Ferdinando venio di Taranto, passò ad Nerito e Gallipoli, et de Gallipoli andò ad Otranto, visitando le fortalizi, et omne loco dello Principe, et alle 11 dieto (dicembre) entrao ad Lezze, et pe omne loco fu receputo sotto pallio de broccato d'oro et cormosino, et se mostrao le omne benigno et gratiuso".

Ferrante d'Aragona ottiene, dai baroni della contea di Lecce, il fidomaggio, il 20 e 21 dicembre 1463, nel castello di Lecce, dopo che, morto ormai Giovannantonio DEL BALZO ORSINI, li induce a riconoscerlo come successore dell'ORSINI, per i diritti della propria moglie.

Tra i nobili baroni che riconoscono e inneggiano all'incoronazione di re Ferrante d'Aragona vi è il barone di CapraricaAntonello GUARINI, figlio di Gabriele, presente, il 21 dicembre 1463, nel castello di Lecce.

Il re Ferrante d'Aragona emana un diploma di conferma dei feudi, nel 1463, in riconoscenza della devozione dei baroni della contea di Lecce, ed in particolare per i GUARINI, in persona di Giovan Pietro come si legge nel regio archivio di stato di Napoli.

Quando il Salento sembra abbia trovato una stabile e tranquilla situazione politica, ecco che a Firenze, Lorenzo il Magnifico, per cercare di sbrogliare una difficile situazione che il re di Napoli gli ha portato in casa, incita la "Serenissima" ad accordarsi con i Turchi affinchè questi assalgano le coste del Regno di Napoli.

Il sultano Maometto II avuto, per così dire, il nulla osta da parte dei Medici e della Repubblica Veneta, nel 1480, invade le coste salentine, e, in particolare, Otranto, Roca e Castro mettendole a soqquadro.

I turchi, in verità, puntano verso Brindisi ma una tremenda tempesta fa cambiare i piani dei musulmani, cosicchè sbarcano nei pressi dei laghi Alimini, due o tre giorni prima del 29 luglio 1480.

L'armata turca è composta, come dice il LAGGETTO, da 18.000 uomini, 150 navi e moltissimi mezzi come artiglierie, cavalli ecc.

Oltre ad Otranto i Turchi prendono di mira i casali fortificati, muniti di castello, e cioè Castro, posto a sud di Otranto, e, Roca, posto a nord.

Da questo momento si parlerà solo di Roca, e della guerra in cui viene coinvolta, volente o nolente, perchè sarà molto importante per la futura storia di Caprarica.

Il motivo, dunque, che induce i Turchi a prendere di mira Roca è il fatto che la città rappresenta un avamposto logistico idoneo ad essere usato dai musulmani come trampolino di lancio per sferrare l'attacco finale alla città di Otranto.

Il LAGGETTO, a proposito della guerra otrantina e di Roca, dice: "...detta armata accostandosi a terra a questo continente, sbarcò di notte senza essere scoverta da nulla banda, una mano di cavalli vicino a Roca castello alla marina, lontano da Otranto dieci miglia...".

Acmet PASCIA', comandante in capo dell'armata turca, infatti, partito da Valonasbarca proprio a Roca, e, dopo averla conquistata, prende alloggio e vi colloca il suo Stato maggiore. Successivamente il PASCIA' decide di lasciare Roca e, dopo averla messa a ferro e fuoco, punta verso Otranto.

Il SADOLETO dice: "...Roca, oltre le altre presso li octo miglia è derelicta per paura che non se credeva...".

Dopo la distruzione, moltissimi abitanti di Roca si sparpagliano nell'entroterra, ricoverandosi nelle masserie fortificate ma, soprattutto, nei casali limitrofi di Melendugno, Vernole, Calimera, Borgagne, Pasulo (grancia basiliana posta nei pressi di Borgagne), Castrì Francone e Guarino, Carpignano, Caprarica, e, fondano, più all'interno, a 3 Km del casale natio, Roca Nuova.

Alcune leggende che circolano, in modo molto insistente, affermano che, quando, nel 1480, i Turchi, dopo aver preso Otranto, seminano terrore e distruzione tra le popolazioni salentine, i pastori che abitano un piccolo villaggio chiamato Ussano e alcuni scampati di Roccavecchia, si rifugiano a Caprarica con le loro greggi fondando un nuovo casale.

E' questa, logicamente, solo una leggenda perchè è stato dimostrato, su questo lavoro, che della presenza di Caprarica si hanno fonti scritte da almeno tre secoli.

La veridicità storica ci viene incontro e, a quanto afferma Giacomo ARDITI, (nella sua "Corografia fisica e storica della provincia di Terra d'Otranto", p. 104), sulla base di una Monologia del MASELLI, Caprarica nel 1480, anche se deve subire alcune violenze da parte dei Turchi, in verità, aumenta il numero dei suoi abitanti, in quanto molti sopravvissuti di Roca vecchia qui si vengono a rifugiare. Ecco cosa scrive: "...Credesi fondato (meglio accresciuto) nel 1480 con gli avanzi della vicina Roca, allora distrutta da un'escursione che vi fecero i Turchi occupatori di Otranto...".

Per quanto riguarda il casale di Ussano, il discorso è diverso nel senso che alcuni suoi abitanti si sono, sì, rifugiati in Caprarica, ma non solo durante le scorrerie turche del 1480, anche - come è stato detto al paragrafo V del secondo capitolo -, nella seconda metà del XIII secolo quando Ussano, dopo diverse lotte intestine, nel 1274 è stato spopolato a causa dei soprusi che il barone, Simone de BELLOVIDERE, ha esercitato sui suoi abitanti. Come si vede, spesso la storia si sovrappone, si fonde e si confonde, con altri periodi storici, divenendo quasi leggenda.

Quando i Turchi invadono, nel 1480, Roca e Otranto, Caprarica di Lecce conta all'incirca 35-40 fuochi(20); nel 1447, da quanto si rileva da un Focolario Aragonese [v.: T. PEDIO, "Un focolario aragonese del Regno di Napoli del 1521 e la tassazione locativa dal 1447 al 1595"], contava, appena, 29 fuochi; mediamente nel 1480, è popolata da 245-280 abitanti.

40 fuochi si possono dedurre considerando che Caprarica nel 1447 conta 29 fuochi, nel 1532 Ã¨ tassato per 57 fuochi, ossia 342 abitanti (v.: G. ARDITI, Op. cit., p. 104), mentre nel 1545 conta 68 fuochi [v.: M.A. VISCEGLIA, "Territorio, feudo e potere locale", p. 49]. Questa oscillazione demografica è dovuta sia alle numerose morti causate da malattie e pestilenze sia al successivo, naturale sviluppo demografico.

Il barone che, in questo periodo, regge le sorti della Terra di Caprarica è Antonello GUARINI il quale, nell'ottobre di quel 1480, come intrepido guerriero, è presente sotto le mura di Roca portando al suo seguito almeno 12-15 giovani fanti di Capraricaessendo, come detto, questo casale composto all'incirca di 40 fuochi.

Così si evince da un documento (già descritto) che il segretario del duca di Milano - avendo in quel momento anche la signoria di Bari - invia allo SFORZA. Per quanto riguarda i nobili napoletani ed i baroni leccesi è tassativamente sottolineato che a Roca sono presenti: "...el Duca di Calabria, el duca de Melfi, don Cesare figliolo del Re, el Conte Iulio, el S. Matheo de Capua, Francesco Torello, el duca de Venosa et molti altri baroni..." leccesi, i quali portano con loro, per ordine del re di Napoli "...qualche l.a. squadre...et ha commandato per tuto el Regno per ogni cento focchi 25 fanti...".

Sono gli scampati, i sopravvissuti, che abitano nei nove casali già detti, che creano, negli anni che seguono e fino ai nostri giorni, la tradizione di recarsi in pellegrinaggio, ogni anno, nella loro antica città d'origine, in segno di fede verso la Madonna delle Grazie, anche come un ritorno alle proprie radici culturali.

Questa presenza roccana, dal punto di vista storico, in Caprarica è ancor di più avallata, nella toponomastica locale, con la presenza di una contrada rurale, che, già nel 1744 (vedi catasto onciario locale, p. 195), fa parte del reverendo Capitolo: ed è nominata: Un'altra nominata similmente Mangiasole in luogo detto La Madonna della Grazia, olivata di m. quattro, ettara 6 in fronda; giusta li beni di detto Conservatorio di San Leonardo da borea, e beni propri da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 4, e grana 95, sono.....oncie 16,15.

Vi è ancora la tradizione, segno del retaggio religioso che lega Caprarica e Castrì con Roccavecchia, di chiamare molti dei suoi abitanti col nome di Vito (basta consultare i registri anagrafici e quelli parrocchiali); San Vito Ã¨ un altro Santo che è stato venerato in Roccavecchia ed in Roca Nuova; in quest'ultimo casale, ora diruto, vi sono ancora i resti della chiesetta di San Vito.

Per quanto riguarda il casale di Castrì, anche il GUERRIERI segnala, nei suoi scritti, il legame di questo sito con Roccavecchia.

Oltre al nome Vito, appare in Caprarica il cognome MORRONE o MURRONE il quale, senza ombra di dubbio, è di estrazione otrantina o roccana, almeno a giudicare dalla repertazione, del medesimo cognome, su diversi testi storici risalenti al 1480.

Uno per tutti valga un passo del lavoro scritto da Scipione AMMIRATO, ("Delle famiglie nobili napoletane" pp. 67-68), il quale volendo - tra le numerose famiglie napoletane che egli incensa - illustrare le gesta eroiche del conte Matteo DE CAPUA, che è intervenuto nella guerra Otrantina del 1480, parla anche di un tal Troiano de Morrone.

Questo è il passo dell'AMMIRATO: "...Essendo io a cavallo su un picciol ronzino, mi partì dall'alloggiamento mio & andava alla Bastia di San Francesco a me vicina. Sentì il romore, che i Turchi avevano assaltato la guardia del campo stava verso la porta di levante. Io subito andai tra Otranto & la bastia predetta: dove stava alla guardia una squadra del mio colonnello cioè Troiano di Morrone. Et subito mandai a vedere per due messi huomini da bene appartati l'un dall'altro ad intendere, che romore era quello. Incontanente tornaro con dirmi . Matteo el sonno da quattrocento in cinquecento cavalli di Turchi & molti fanti addosso alle squadre nostre della guardia e menanli per una mala via (...) non havea da dubitare della banda di qua verso San Francesco: lasciando ben proveduta la bastia, me n'andai la al romore dove a detta guardia era M. Gio. Tomaso Carrafa con la sua squadra. Eranci Giorgino da Carrara & Tommaso da Fabriano con la loro squadra & anche uno nominato Conte Adorlandino capo d'una squadra di m. Taliano (...) Ben dico che quelli capo di squadra & huomini d'arme si ci trovaro si portaro notabilissimamente, come son li predetti m. Gio. Tommaso, Giorgino, Troiano di Morrone & e quel Conte Adorlandino & alcun altro. Concludo Sacra Maestà che l'andata mia fu utile & necessaria (...) Si che questa è la pura verita".

In questo periodo, e nei secoli successivi, scaturisce, negli scampati, l'esigenza di scrivere e lasciare, per le generazioni future, l'impronta storico-culturale-religiosa di Roca vecchia.

Nasce così, nel XVI secolo in tutti i casali prima descritti, la sacra rappresentazione della "Tragedia" e si snoda l'evoluzione del dramma sacro in Caprarica dal rinascimento in poi; l'anello di congiunzione tra religiosità, drammaturgia, storia, mito e cultura.

Di questo filone storico-religioso-teatrale che si può definire del ciclo roccano mentre i comuni di Melendugno, Borgagne, Vernole e Calimera mantengono, a tutt'oggi, una viva fede, attraverso rappresentazioni teatrali, processioni a piedi fino al Santuario della Madonna delle Grazie in Roca, feste civili e religiose, purtroppo, i casali di Carpignano, Castrì e Caprarica hanno smarrito, nel corso della loro storia, tale spaccato storico e culturale.

La guerra Turco-salentina-aragonese causa danni irreparabili in molti casali di Terra d'Otranto. Passa come un uragano che si abbatte sulle persone seminando, ovunque, rovine, morte e distruzioni.

Il re invia nel Salento due funzionari, Francesco BELMONTE e Francesco ABATE, affinchè prendano visione delle distruzioni procurate dalla guerra e procedano ad una nuova numerazione dei fuochi delle città, delle terre e dei casali.

Stabilisce che tutti quei casali che sono stati danneggiati dai turchi devono essere esentati da qualsiasi contributo per l'anno della XIV indizione (settembre 1480-agosto 1481).

Molti casali chiedono, perciò, di essere esentati dal pagamento delle tasse; anche, Caprarica beneficia di questa disposizione reale.

Mentre i casali di Carmiano, Torrepaduli, Castrignano, Aradeo, Strudà, Pisignano, Vernole, Segine (Acaya), Vanze e Galugnano hanno, come si legge in alcuni documenti (A.S.N., Sommaria, Partium 20 f. 186 rv e 22 lv) del 9 settembre e 3 ottobre 1483, un "...damno insupportabile per modo che quelli lochi sonno maiori parte dishabitati, si per lo dicto dampo passo occasione predicta, si etiam per essereno sachizati tagliati ad peczo da li dicti turchi, si etiam per la peste successa in dicti lochi...", un altro gruppo di casali, in cui è incluso anche Caprarica, e che sono Tricase, Cavallino, San Donato, Trepuzzi, San Cesario, Caprarica di Lecce, Castro Guarino, San Pietro Vernotico, Melendugno, Acquarica di Lecce e Torchiarolo, non solo subisce eccidi, violenze e distruzioni ma è interessato anche dalla peste e dalla riduzione in schiavitù di molte persone che vengono, poi, trasferite in Turchia.

Questo è il documento (A.S.N., Sommaria, Partium 20, f. 86 rv) del 10 luglio 1483: "...haveno patuti de multi dampni et multi fochi sono stati per tale causa esctinti et anche multi homini foro presi da dicti turchi et mandati in Turchia. Et similiter dicte terre et casali haveno patuto per la peste sopravvenuta in quelle dicto tempore...".

Se, però, da una parte, Caprarica subisce tale scempio, dall'altra, ha un incremento demografico dovuto alla sopravvenienza dei rifugiati roccani.

Subito dopo l'eccidio turco, il re Ferrante chiama a sè, il 20 e 21 dicembre del 1481, tutti i baroni del Salento per ricevere il giuramento di fedeltà da "...omne Sindico et Barone de Terra d'Otranto...et colli altri ci andarono et jurarono in so mano fidelitate...".

A questo dettato Regio si accoda anche il barone di Caprarica, Antonello GUARINI, il quale presta il suo giuramento di fedeltà.

Qualche anno dopo muore e, sul feudo di Caprarica, prende possesso il figlio Vincenzo, il quale da Camilla SAMBIASI ha otto figli.

Vincenzo non si dimostra, a differenza dei suoi avi, un barone accorto e saggio tanto che, otto anni dopo l'eccidio roccano, gli abitanti dei suoi feudi di Caprarica e San Cesario denunciano al re Ferdinando il cattivo comportamento del barone, Vincenzo GUARINI, chiedendone l'intervento per porre fine ai maltrattamenti.

Re Ferdinando ingiunge al focoso barone - che nel frattempo ha perso il padre Antonello ma è ancora in vita il nonno Gabriele - di non angariare in alcun modo i suoi vassalli con l'ingiunzione che, in caso contrario, sarà multato con 1.000 ducati di pena.

Questo è il documento (A.S.L., Libro Rosso della città di Lecce, pp.1195-1198) redatto in Napoli il 25 settembre 1488: "Re Ferdinando ordina a Vincenzo DE GUARDIANO (questa cattiva interpretazione grafica del cognome, riportata dall'amanuense, corrisponde, in effetti, a GUARINI), governatore della baronìa di San Cesario e Caprarica di Lecce, di non turbare più alcuno nel pacifico possesso dei suoi feudi e dei suoi beni...Alla Nostra Maestà è stato esposto per parte de la Università di Lecce como uno nomine detto Vincenzo DE GUARDIANO havendo pigliato lo governo della baronìa de Sancto Cesario et de Caprarica sub pretextu de Gabriele DE GUARDIANO suo avo e molto vecchio et indisposto al governo..." egli, poichè è ancora molto giovane, svolge ogni compito, di amministrazione dei suoi feudi, con arroganza contro i cittadini di questi casali togliendo di fatto a molte persone i "...loro possessi et franchigie, e poi come il barone vuol essere citato avanti il Nostro consiglio ai residenti tassa le loro povere parti in più spese volendo per questa via conseguire i suoi interessi... per tanto spinti a dare un rimedio opportuno Vi ingiungiamo e Comandiamo di ordinare al detto Vincenzo che non debba de qua avanti dispossidere ne turbare de facto alcuno che in sui pheudi et casali tenesse robbe stabili de qualsivoglia natura et condicione...e de questo non fareti ne forza lo contrario per quanto haveti et have cara Nostra gratia, et desiderati et desidera evitare la pena dè milli ducati perchè simili spogli, turbacione et violencia dispiaceno multo de Nostra Maiestà... Datum in castello novo civitatis nostra, Neapolis XXV septembris MCCCCLXXXVIII - Rex Ferdinandus".

Nonostante questo modo dispotico di gestire il popolo ed i suoi feudi, Vincenzo GUARINI, nel 1508, insieme al fratello Evangelista, ricostruisce in Lecce una cappella dedicata alla Madonna della Candelora, in segno di fede verso la Madonna ma anche per adempiere ad un dovere verso i suoi antenati, i quali ci tenevano a mantenere vivo questo culto così particolare.

Questo è quello che riporta l'INFANTINO (v. "Lecce Sacra, p. 64) a proposito della costruzione della cappella dedicata a Santa Maria della Candelora: "Questa Cappella è antico Iuspatronato della famiglia GUARINA, dalla quale fu fondata, e dotata d'un beneficio con obbligo di farci celebrare la Messa ogni Domenica: la quale Cappella poi dall'antichità distrutta, fu di nuovo riedificata da Vincenzo e Evangelista GUARINI nell'anno 1508. Così si legge in una iscrizione, che sta su la porta di detta Cappella con l'insegne dè detti Guarini./ AB AMELINA CONDITUM SACELLUM HOC, VETUSTATE COLLAPSUM, VINCENTIUS ET EVANGELISTA DE GUARINO E DELIZIA MAREMONTE EIUS UXOR RESTAURAVERUNT - A. D. MDVIII. Il senso è il seguente: Questo tempietto molto antico, crollato per la vetustà, fu ricostruito dalla fede di Vincenzo, Evangelista GUARINI e dalla moglie, di quest'ultimo, Delizia MARAMONTE - Anno del Signore 1508".

2. La Terra di Caprarica passa dai baroni GUARINI agli ADORNO.

Nel 1494, il re Ferdinando viene meno lasciando il trono al suo successore, Alfonso II, il quale abdica in favore del figlio Ferdinando II o Ferrantino.

Il nuovo re non riesce a contrastare efficacemente la calata di Carlo VIII, il quale rivendica i possedimenti del napoletano, di proprietà degli antichi antenati angioini, e, il 22/2/1495, battendo gli aragonesi, entra in Napoli tra il giubilo della folla.

Nel 1495, mentre vi è il brevissimo interregno di Carlo VIII, nella contea di Lecce vi è un periodo d'assestamento amministrativo-giudiziario da parte dei baroni; Vincenzo GUARINI, barone di Caprarica, primo fra tutti.

Un documento (A.S.L., Libro Rosso di Lecce, Regesto, pp. 1266-70) stilato da più baroni della contea di Lecce ed inviato a S.M. nel 1495 ci fa sapere che: "L'Università fa richiesta tra alcuni baroni se vogliano o no che i loro vassalli, riconosciuti cittadini, contribuiscano alle spese con gli altri vassalli. Dichiarazioni dei baroni Jacopo Dell'ACAYA, Alfonso Dell'ACAYA, Antonello DI NOHA, Alessandro PALADINI, Luigi CASTROMEDIANO, Francesco ....., Giampietro GUARINI, Mariotto CORSO, Guglielmo PRATO".

Ma anche il regno di Carlo VIII dura quanto un alito di vento; infatti, viene contrastato dai vari staterelli Italiani che lo vedono come un potenziale nemico; l'anno successivo (1496) perde tutto, cosicchè sale sul trono di Napoli l'aragonese Federico III.

Questo Re ha il tempo di revisionare i feudi del suo Regno e, tra gli altri baroni, conferma a Vincenzo GUARINI i suoi possessi cum fortellezze, vaxalli, feudi, feudatari e suffeudatari.

Nell'ambito della programmazione amministrativa, nella contea di Lecce, la Regia Camera della Sommario, il 17 ottobre 1506, comunica a Gerolamo DE GENNARO, percettore di Terra d'Otranto che - secondo le notizie fornite dall'Università di Lecce - i fuochi dei vicini casali, annotati, come di cittadini leccesi, risulta che siano 7 in Arnesano, 1 in Campi e Santa Maria de Novi, 6 in Caprarica di Lecce, 13 in Lequile, 4 in Monteroni, 18 in San Cesario, 2 in Trepuzzi e che, quindi, complessivamente siano 51 fuochi (Libro Rosso, cit, pp. 1236-38).

Nel 1516 muore il re Ferdinando il Cattolico ed a lui succede Carlo V, il quale avendo sotto il suo dominio la Spagna, i Paesi Bassi, il Napoletano, la Sicilia, la Sardegna e le sterminate e ricchissime colonie americane, a ragione poteva affermare che "sui suoi possedimenti non tramontava mai il sole".

La città e la contea di Lecce dimostra la sua felicità, in occasione del cambio regale, facendo delle feste: "...e sontuosi apparati con solenne cavalcata e il Sindaco portava la bandiera regia accompagnato dalli nobili e civili a cavallo con il seguito di tutto il popolo e coll'assistenza di tutti i Ministri del Tribunale e fu cosa molto grata al re avendo in quest'anno preso possesso del regno".

L'anno successivo (1517), Galeotto FONSECA viene confermato governatore della contea di Lecce; Sindaco della città viene nominato Rauccio Marescallo e Vincenzo GUARINI ottiene la riconferma dei suoi possedimenti da parte del nuovo imperatore.

L'avvento al potere di Carlo V segna, però, per il barone di Caprarica, Vincenzo GUARINI, l'inizio della sua fine.

La salita al trono sul Regno di Napoli, di Carlo V, il quale si fa incoronare imperatore in Aquisgrana il 23 ottobre 1520, coincide con un periodo storico difficile e tempestoso, caratterizzato da grandi cambiamenti politici.

Il GUARINI si dimostra, verso Carlo V, come ha già fatto con gli altri re, fin dai tempi di Ferdinando I, uno spirito combattivo contro tutti i nemici della corona francese.

Questo suo spirito partigiano, Vincenzo dimostra negli anni 1525/29 quando, sullo scenario europeo, si addensano oscure nubi di guerra.

Il re di Francia, Francesco I volendo riprendersi il ducato di Milano porta la guerra agli spagnoli ma, il re francese, subisce una tremenda sconfitta nel 1525 da Carlo V.

In questo marasma, il pontefice Clemente VII preoccupato dello strapotere del re spagnolo si allea con la Francia dichiarando guerra a Carlo V, il quale per tutta risposta invade e mette in scacco la stessa Roma. Quest'aggressione spagnola condotta verso il Papa suscita un'impressione profonda in tutta Europa, tanto che lo stesso Carlo V decide di ritirarsi.

Nel frattempo, Francesco I, coalizzatosi con i Veneziani, nel 1528, porta la guerra in casa di Carlo V, così invade il Regno di Napoli.

Moltissimi nobili di Terra d'Otranto, coinvolti in prima persona nel conflitto, si schierano dalla parte del re spagnolo.

In quel periodo il governatore delle provincie di Bari e Lecce è Alfonso CASTRIOTA, marchese di Atripalda; a sostenere la difesa contro i francesi, a lui ed ai cinquecento lancieri albanesi si uniscono i baroni Gian Giacomo Dell'Acaya, Filippo Matthei, Teodoro Bucali, Gaspare Petraroli, Scipione Prato e Spinetto Maramonte.

Solo alcuni baroni fuoriusciti, come il leccese Gabriele BARONE, Vincenzo GUARINI, barone di Caprarica e San Cesario, ed il provveditore veneziano Antonio GIURANNO, si schierano con i francesi.

Di Stefano BARONE(21) si deve dire che è stato uno dei personaggi più influenti della contea di Lecce all'inizio del XVI secolo. Egli sposa Adelfina, figlia del barone di Caprarica Gabriele GUARINI ed è stato, anche, Sindaco di Lecce nel 1498 e nel 1514.

Il 07/02/1507 Stefano BARONE insieme a Petruccio CONIGER, Alfonso DELL'ACAYA e (?) hanno rappresentato Lecce e la sua contea presso il re Ferdinando il Cattolico, non solo come ambasciatori ma per dimostrare la propria fedeltà e per portare anche 2.000 ducati.

Dopo vari conflitti (non utili a descrivere ai fini della presente indagine), gli spagnoli prevalgono definitivamente sui francesi a causa di una congiura organizzata dai nobili leccesi che il FERRARI ricorda nei suoi scritti: Ferrante Paladini, Sigismondo e Tommaso Castromediano, Antonio Bozzicorso, Filippo Matthei, Andrea Francesco e Federico Ferrari, Giovannantonio Raynò, Leonardo Camassa, Giacomo Dell'Acaya, Falco De Falconi, Federico Giovanni e Luigi Tafuri, Francesco Coletta, Ottaviano Saetta e Francesco Orimino.

Purtroppo, in questo conflitto ne fa le spese anche l'incolpevole Rocavecchia, in quanto il BARONE (che così rinnega la sua fedeltà dimostrata a Ferdinando il Cattolico nel 1507), il GIURANNO e Vincenzo GUARINI, sostenitori dei francesi, in quella roccaforte si rifugiano, cosicchè i baroni congiurati, attaccandoli e sconfiggendoli, distruggono la stessa roccaforte.

Nel 1529, Carlo V e Francesco I si accordano e concludono la cosiddetta "pace di Cambrai".

Il barone di Caprarica e San Cesario, però, sebbene perdonato da Carlo V, è accusato di fellonia(22), nel 1533, da baroni concorrenti, desiderosi di spodestarlo dai suoi feudi; dimostrata la fondatezza dell'accusa, è privato del titolo di barone dall'imperatore Carlo V, che lo cede al genovese Gregorio ADORNO, dal quale passa al figlio Barnaba e, da questi, al figlio Prospero (come si rileva da un quinterno di privilegi, foglio 223, dell'archivio di zecca di Napoli, notizia riportata a pag. 393 dell'appendice "Lecce ed i suoi monumenti" del DE SIMONE, postillato da Nicola VACCA).

Vincenzo GUARINI, tradito e abbandonato da tutti, muore nel 1535.

3. Il Castello baronale di Caprarica.

La prima struttura fortificata di Caprarica, molto probabilmente, risale al XII sec., quando i Normanni, conti di Lecce, e, soprattutto, Tancredi d'Altavilla, incentivano ed incoraggiano al massimo lo sviluppo dell'edilizia a scopo difensivo e religioso.

La Torre fortificata, sita nel giardino del castello e che confina con la retrostante (attuale) via Martano, è sicuramente la prima struttura costruita a scopo di avvistamento e di difesa in Caprarica; d'altra parte, anche in Lecce i Normanni hanno costruito un'imponente Torre difensiva poi inglobata, verso la metà del ‘500, dall'architetto imperiale, Gian Giacomo DELL'ACAYA, all'interno dell'intera struttura rinascimentale del castello, oggi detto, di Carlo V; così come anche nella città ideale del Rinascimento, Acaya, costruita dallo stesso architetto imperiale, una precedente Torre difensiva, angioina, costruita dal suo antenato Gervasio DELL'ACAYA, è stata inglobata nella struttura del castello.

Tale torre fortificata, in Caprarica, è stata ristrutturata e potenziata dai baroni GUARINI, all'indomani dell'invasione turca del 1480, per poter meglio rispondere alle eventuali, nuove incursioni levantine.

Il Castello. Considerando che dal XV sec. in poi, le invasioni e le scorrerie di pirati levantini diventano una spina nel fianco per le derelitte popolazioni del Salento, molto probabilmente, il barone di Caprarica Antonello GUARINI, per meglio difendere il suo casale ed i suoi possedimenti, decide di costruire, nei pressi della torre fortificata, un imponente castello.

Ai GUARINI, infatti, si può imputare la prima costruzione del maniero locale, almeno, a giudicare dallo stemma impresso sia sulla torretta di avvistamento posta a destra del castello che, un secondo, posto al centro della gran torre fortificata ubicata nel giardino del medesimo maniero.

Allo stato, non si hanno documenti circa l'autore del progetto di questo castello, ma non è improbabile ipotizzare che l'architetto sia stato lo stesso Gian Giacomo DELL'ACAYA, considerando che tra i due casati vi era anche una certa parentela, in quanto uno zio di Antonello, Giovanni Maria GUARINI (figlio del nonno, omonimo, Antonello maior), barone di Acquarica di Lecce, aveva sposato la sorella di Gian Giacomo, Aurelia DELL'ACAYA.

L'intervento di Gian Giacomo DELL'ACAYA sembra ancora più verosimile se si va a considerare la struttura architettonica del castello, che coagula in sè tutta l'arte dell'architetto.

Il castello presenta le seguenti caratteristiche: il portale d'ingresso ha un bel bugnato liscio; l'interno del portale d'accesso, detto in vernacolo "simporto", presenta una bella volta a schifo affine a quella dell'Ospedale dello Spirito Santo di Lecce; due angeli posti sull'architrave esterna del portale d'ingresso, che l'architetto pone come numi tutelari su ogni struttura che egli compie, sono gli archetipi (o se si vuole la firma) che quelle strutture sono proprio sue.

D'altra parte, nelle immediate vicinanze del castello vi è una casa, attualmente ristrutturata con l'architettura contemporanea, di proprietà del dr. TURCO, dove appare lo stemma dei CASTRIOTA-SCANDEMBERG ed alcuni capitelli voltati, miracolosamente scampati allo scempio dei secoli, che raffigurano le foglie d'acqua, altro elemento caratteristico dell'arte dell'architetto di Carlo V.

Questa struttura abitativa, molto probabilmente, in origine, può essere stata collegata col castello e può aver avuto una funzione di servizio come stalla, deposito o altro; appartenuta, successivamente, ai detti CASTRIOTA-SCANDEMBERG, è stata certamente ristrutturata.

Sulla base di questa asserzione, si nota una vicinanza d'intenti e di eventi sia baronali che architettonici che accomunano il castello di Caprarica con il Palazzo Adorni di Lecce.

Questa eguaglianza architettonica rafforza l'ipotesi, secondo cui, anche sul castello di Caprarica di Lecce - di proprietà dei GUARINI, prima, e degli ADORNO, poi - sia intervenuto, il grande architetto imperiale, Gian Giacomo DELL'ACAYA; infatti, il bugnato liscio che arreda il portale d'ingresso del castello di Caprarica e di palazzo Adorni, è come una firma, che fa pensare all'intervento del DELL'ACAYA.

Nei secoli successivi, i baroni che si sono succeduti sono intervenuti a consolidare e ristrutturare più volte il castello, con l'arte ed il gusto del momento.

E' stato, molto probabilmente, nel XVII sec. che i GIUSTINIANI, baroni locali, ristrutturando il castello alla maniera di costruzione, allo stesso tempo, militare e gentilizia, lo decorano con bellissime balconate rococò, con due torri laterali, con feritoie, e lo rendono conforme ad un fortino vero e proprio.

Si ritiene che il castello, nel periodo di massimo splendore, abbia avuto 99 ambienti; vi era il famoso salone detto "degli Specchi" arredato con mobili sei-settecenteschi ed annessa quadreria; vi era una stanza destinata agli indesiderati i quali venivano fatti cadere, attraverso una botola o trabocchetto ("trabuccu"), in un pozzo dove erano presenti delle lance acuminate, infisse ben salde nel terreno e rivolte, con la punta, verso la parte alta, dove venivano infilzati i malcapitati destinati a morte sicura. Per sfuggire ad eventuali assalitori, il castello è dotato financo di un passaggio sotterraneo dal quale, dopo un lungo percorso, si esce nella campagna.

* * *

La dimora SCANDEMBERG. A pochi metri, sul lato sinistro del castello, vi sono i già citati resti di un'antica dimora nobiliare, aventi alcune parti delle volte rimaste ed i pochi capitelli salvati dagli attuali proprietari (dr. TURCO) a foglia d'acqua; si tratta, come si è già detto, di elementi architettonici tipici dell'architetto Gian Giacomo DELL'ACAYA, al quale si attribuisce anche questa dimora.

Sul portale d'ingresso della dimora costruita, molto probabilmente, nella prima metà del XVI sec., si evidenzia, molto ben conservato, un blasone nobiliare appartenuto alla famosissima famiglia dei CASTRIOTA-SCANDEMBERG(24), di origine albanese.

Infine, al paragrafo 7 del capitolo II, si evidenziano i numerosi matrimoni, tra nobili, che hanno contratto i componenti del casato dei GUARINI, in Terra d'Otranto, e, tra questi, si registra anche quello avvenuto con i CASTRIOTA-SCANDEMBERG; la dimora predetta è divenuta, così, di proprietà CASTRIOTA-GUARINI.

Questa chiave di lettura è, ancora, con più forza ribadita in un documento del 16/12/1861 (da noi reperito presso l'A.C.C. e che si può leggere al Cap. V°, paragraf. 5°, di questo libro), in cui si parla di un ricco proprietario di Caprarica di Lecce, Pantaleo CASTRIOTA, il quale riesce a vincere una pubblica asta per accaparrarsi il dazio per la vendita di liquori; come si vede, questa famiglia è, nel XIX secolo, ancora attiva ed operante nel tessuto sociale ed economico di Caprarica di Lecce.

Portale d'ingresso palazzo Baronale

4. Il casato della famiglia ADORNO.

Si è già detto che, già dal tempo di Gualtiero VI di BRIENNE (XIV sec.) e della regina Maria D'ENGHIEN (XIV-XV sec.), molti ricchi mercanti italiani, provenienti, soprattutto, dalle potenti repubbliche marinare, pervengono nella contea di Lecce perchè ritenuto un feudo molto ricco sia dal punto di vista agricolo che commerciale.

Questa sua ricchezza è tanto vera che l'imperatore Carlo V, con privilegio del 1539, dichiara Lecce "Caput Apuliae", dandole giurisdizione anche sull'intera provincia di Bari e su parte della Basilicata, giurisdizione ristretta, poi, alla sola Terra d'Otranto.

In quest'ottica, molto probabilmente, vedono la contea di Lecce i ricchi mercanti genovesi ADORNO, i quali nel XVI sec. qui si stanziano divenendo baroni di Lecce, Caprarica ed altri feudi.

Quella degli ADORNO, a quanto afferma V. SPRETI (in "Famiglie nobili ecc.", p. 318-320), è una famiglia patrizia e dogale genovese, che, nel secondo cinquantennio del secolo XIV e in tutto il sec. XV, sale ad altissimo grado in Italia, poichè gli ADORNO e i Campofregosi o Fregosi sono alternativamente e in competizione gli effettivi signori della Repubblica di Genova.

Gli storici e genealogisti danno, a questi ricchi signori, origini e provenienze svariate, tra le quali piace far prevalere la leggenda dell'origine teutonica. Conviene credere, per contrario, che ella ha avuto provenienza e nome dalla borgata di Adorno, ch'è presso Taggia nell'estrema riviera di Ponente. Un primo ricordo del casato lo si trova nella menzione di tale Anna Felice vedova di ADORNO, fatta il 12/01/1186 in un atto notarile.

Questo medesimo ADORNO o altro omonimo testimonia in un istrumento del 15/10/1210; e così compaiono a quel tempo un BARISONE e un PIETRO (1212), dal quale Barisone, o ADORNO che sia, germogliano i rami di questa grande famiglia. Essa, nei primi tempi, vive di mercatura con tale profitto, che può accumulare le grandi ricchezze, che la portano a così alta potenza.

Nello spazio di meno di 160 anni (1363-1522), gli ADORNO, in Genova, hanno sette dogi, dei quali Antoniotto juniore chiude la serie dei gloriosi dogi a vita, quando la riforma di Andrea DORIA del 1528 istituisce gli impotenti dogi biennali.

Allora gli ADORNO, come gli Spinola, i Grimaldi, i Doria, i Fieschi, i Fregosi, che hanno di volta in volta signoreggiato quella repubblica, discendono al comune livello del patriziato cittadino; nel quale gli ADORNO non formano neanche uno degli alberghi, ma restano aggregati nell'albergo Pinelli.

Molti sono i rami in cui si estende la casa ADORNO, uno dei quali prospera nella Spagna. Si aggiunge, poi, a questa famiglia il vecchio casato dei Campanaro, dei quali Nicolò, nel secolo XIV, sposa Margherita ADORNO, figlia di Adornino di Guglielmo e sorella dei dogi Giorgio ed Antoniotto seniore, sostituendo ai suoi figli al cognome paterno quello della loro madre.

Dei tanti rami genovesi l'unico ancora superstite è per estinguersi in due sorelle, che affideranno il loro cognome illustre ai loro discendenti nelle famiglie Durazzo e Cattaneo.

A queste due dame la stirpe perviene da quell'ADORNO o BARISONE del 1210 attraverso le successive generazioni di Lanfranco, Faravello, Baldassarre, Morvello, Geronimo, Galvano, G. Battista, Geronimo, Michele, G. Battista, Michele, Baldassarre, Antonio, Agostino e altro Agostino, padre di dette sorelle, Carolina, maritata in Durazzo, e Viola, maritata in Cattaneo.

Il ramo proveniente da Giacomo, altro figlio di Barisone, passando per Adornino, Raffaele, il doge Barnaba, Carlo, Barnaba, Geronimo, si spegne, carico di onori e di ricchezze, in Barnaba Cesare, figlio dell'ultimo Geronimo, e nella sorella di lui Maddalena, che porta il suo cognome dogale nella famiglia pavese BOTTA.

Da Gabriele, altro figlio di Giacomo di Barisone, provengono, succedendosi, Giovanni, Ilario, Giovanni, Giacomo, altro Giacomo, il quale trasporta la sua famiglia a Xeres in Ispagna (sec. XV), proseguendola per un terzo Giacomo, un quarto Giacomo, Agostino, Giacomo, Agostino, la cui unica figlia Aloisia si marita con Lorenzo ADORNO de GUZMAN; quest'ultimo appartiene a un altro ramo di ADORNO spagnoli, provenienti da un Francesco pel tramite di Dionisio, Francesco, Fernando, Francesco padre di detto Lorenzo; questa seconda linea, nella quale la prima si fonde per mezzo dell'Aloisia, prosegue ancora per Agostino, altro Agostino, Lorenzo (secolo XVIII).

La genealogia dei sette dogi di casa ADORNO è questa che segue:

Gabriele (1363), Antoniotto (1378-1384-1391-1394), Giorgio (1413), Raffaele (1443), Barnaba (1447), Prospero (1461-1478).

Gli ADORNO hanno anche possedimenti feudali; sono marchesi di Pallavicino, Prato, Silvano, Montesoro, conti di castelletto, Renda, San Felice, Guardia oltramontana, Montaldo, Capranica, signori di Ovada, Rossiglione, Varazze, Serravalle, Tagliolo, Capriata, Pietra Borgo, Cerendero, Monteacuto, Sale, Pigna, Saorgio, Lucerame, Grimault, Periteorio, ecc.

Moltissimi sono i personaggi famosi della famiglia ADORNO; tra gli altri, si possono menzionare: LANFRANCO, che è uno degli anziani di Genova (1261); FARAVELLO di Lanfranco, che presta danari agli Spinola e ai Grimaldi per la ricuperazione dello loro case (1310); LUCHINO, vicario in Roma di papa Innocenzo VI, poi vescovo di Famagosta in Cipro (1373); GIANNOTTO, fratello di Gabriele, cavaliere di Rodi e priore di Napoli (1365); ANTONIOTTO, più volte doge di Genova, consegna la sua patria al re di Francia (1396); RAFFAELE che comanda dodici galere genovesi all'impresa di Gerba in Africa e milita per il re Alfonso d'Aragona contro Genova; TERAMO che offre il dominio di Genova al duca di Milano per abbattere il doge Tommaso Fregoso (1421); PROSPERO, doge, che sconfigge il re Renato che assalta Genova (1461); quest'ultimo, imprigionato in Cremona dal duca di Milano, viene inviato, dalla duchessa vedova Bona, al riacquisto di Genova, di cui è fatto, poi, governatore; ma egli, stimandosi sospetto, rivolta la città, infligge una sanguinosissima sconfitta all'esercito milanese (1478) e si fa rieleggere doge: in questa impresa il fratello CARLO, occupando il castelletto e rovesciando la gente di Obbietto Fieschi, agevola l'entrata di Prospero nella città.

Questa famiglia, in Lecce, si fonde, successivamente, in vari reticoli di comparaggio; tra i più significativi, si ricordano gli ADORNO-CATTANEO, i quali nel 1744 - come compare nel catasto onciario - possiedono alcune terre nel feudo di Caprarica, e gli ADORNO-BOTTA anch'essi, successivamente, baroni di Caprarica.

ARMA DEL CASATO DEGLI ADORNO: D'oro alla banda scaccata di tre file di argento e di nero.

5. Caprarica passa, nel XVII sec., dai baroni ADORNO ai BOTTA-ADORNO.

All'inizio del XVI secolo, come detto, molte ricche famiglie genovesi, spinte dai loro traffici commerciali e dalle ricchezze esistenti nella contea di Lecce, qui pervengono; si ricordano i Fornari, i Fieschi, i Negri, i Santi, i Trezzaroti, gli Spinola, i Lambadoria, i Leoni, i San Pier di Negro e gli ADORNO; questi ultimi divengono baroni di Lecce, Caprarica di Lecce ed altre terre.

GREGORIO è l'esponente della ricca famiglia ADORNO che, per primo, giunge nel Regno di Napoli, rifugiandovisi con il figlio Barnaba.

BARNABA diviene fuoriuscito da Genova in quanto accade che, calatosi in Val Polcevera, tenta di occupare il Castelletto tenuto dai milanesi e fortifica i monti circostanti, ma viene messo in fuga dal Piccinino (1428); tornato con ottocento fanti e trecento cavalli, viene di nuovo sconfitto e preso da quel capitano (1431); si fa doge (04/01/1447), ma resta in carica pochi giorni; poi, successivamente, milita contro la sua Genova, difendendo gli interessi del re di Napoli, Alfonso d'Aragona.

E' a questo punto che, per i meriti acquisiti e per la contemporanea sventura di Vincendo GUARINI, la Regia Corte Napoletana assegna all'ex doge di Genova, Barnaba, nel 1533, la Terra ed il feudo di Caprarica di Lecce.

Questa ricca ed operosa famiglia si radica fortemente nel tessuto sociale di Lecce e della sua contea. Sul feudo di Caprarica, alla morte di Barnaba, succede il figlio Prospero; questa famiglia intorno al 1570 acquista in persona del figlio di Prospero, Gabriele, il palazzo LOFFREDO, sito in Lecce, poi, detto, fino ad oggi, ADORNO.

Palazzo ADORNO è stato progettato e messo in opera nel 1563 dall'architetto militare, di nomina imperiale, Gian Giacomo DELL'ACAYA, barone di Segine (poi da lui detto Acaya), su commissione di Ferrante LOFFREDO, governatore di Terra d'Otranto. Questo grande palazzo signorile viene costruito di fronte alla Chiesa di Santa Croce che il governatore LOFFREDO utilizza per la sua famiglia.

Successivamente avviene che questo palazzo passa alla famiglia ADORNO, in quanto imparentati con i LOFFREDO, e, soprattutto, a Gabriele ADORNO che riveste il grado di Ammiraglio della marina imperiale di Carlo V.

L'influenza politica e commerciale dei baroni ADORNO è così importante nel tessuto sociale della contea di Lecce che, questo casato, è ammesso ad avere una cappella adibita anche a tomba di famiglia nell'annessa nuova chiesa di Santa Croce, concessione che era stata fatta, nel XV sec., solo alla regina di Napoli e contessa di Lecce Maria d'ENGHIEN (tomba che dalla vecchia chiesa di S. Croce è stata trasportata nella nuova ed è ora scomparsa).

Sul feudo di Caprarica, intanto, il 21 luglio 1576, la Regia Camera della Sommaria invia lettera di significatoria contro Geronimo ADORNO per il pagamento del relevio del feudo a seguito della morte del figlio Prospero, avvenuta il 28 luglio 1575.

Geronimo Ã¨ padre di Barnaba-Cesare che succede alla sua morte avvenuta il 11 settembre 1632 e che paga il relevio(22) del feudo il 11 settembre 1633.

Barnaba Cesare, morto nel febbraio 1635, succede la sorella Maddalena, contro la quale la Regia Camera della Sommaria invia lettera di significatoria per il pagamento del relevio del feudo il 23 febbraio 1636.

Nel 1598 muore Filippo II e sale sul trono di Spagna Filippo III durante il cui regno, come risulta da un volume di Giovanni Angelo COLETTA, scritto intorno al 1650, alla difesa del casale di Caprarica, da eventuali incursioni nemiche, è preposto Giorgio Antonio PALADINI.

A lui, infatti, nel 1617, il maestro di campo Giovanni Tommaso SPINA, marchese di Saceto, governatore delle armi di Terra d'Otranto, affida, con patente del 2 agosto, la guarnigione e la difesa che va dalla marina di San Cataldo alla torre del Fiumicello verso Otranto. Sono circa 25 miglia di spiaggia con sei torri marittime, mentre il retroterra comprende circa 24 casali e fra questi anche Caprarica.

Per tale custodia gli viene assegnata una compagnia di 200 fanti della paranza oltre i militi del battaglione ed i soldati a cavallo distribuiti in guarnigioni nei paesi. Prima di lui, la stessa zona è stata vigilata con 400 soldati dal suo avo paterno, Pompeo PALADINI, per 13 anni, dal 1595 fino alla sua morte [Lettera vicereale del 10/08/1597].

Il 2 giugno del 1639, al PALADINI viene assegnato un altro contingente di cavalli della compagnia del Duca di Andria di stanza in Melendugno.

Nel 1643 un'armata turca è avvistata nei pressi di Leuca; al detto Paladini è ancora confermato, con ampia patente del 7 luglio, il potere di difesa ed al suo dipartimento è aggiunta anche la difesa di Sternatia che fino ad allora faceva parte della paranza di Nardò.

Alla morte di Filippo III, nel 1621, succede al trono di Napoli Filippo IV (1621-1665) e, prima della morte di quest'ultimo, il 29 giugno 1658, muore la baronessa Maddalena ADORNO, coniugata BOTTA, del feudo di Caprarica di Lecce; con lei cessa di esistere, in Caprarica, il casato degli ADORNO, succedendo, sulla terra feudale, il figlio Alessandro BOTTA-ADORNO il quale paga il relevio del feudo il 6 giugno 1659.

Ma Alessandro governa la terra ed il feudo di Caprarica per appena sei anni, in quanto muore il 7 ottobre 1664; a lui succede il figlio Niccolò Geronimo, il quale si disfà della Terra di Caprarica vendendola, con atto rogato per notar Vincenzo STAIBANO di Lecce nel 1675, al genovese Francesco Maria GIUSTINIANI che, con diploma 8 maggio 1682, ha, su Caprarica, titolo marchionale.

6. Il casato della famiglia GIUSTINIANI.

L'origine di questa famiglia, a quanto afferma lo SPRETI (Op. cit., vol. III, pp.495-498), non si basa su vincoli di sangue ma su rapporti commerciali, esistenti tra varie famiglie genovesi, armatrici delle navi che Simone VIGNOSO conduce contro i greci per la riconquista di Scio e di Focea. La Repubblica di Genova, non potendo soddisfare i soci (Mahonenses) delle spese sostenute, stabilisce un compromesso il 26/02/1347, per il quale il "dominio utile" delle dette località (con diritto di batter monete) passa temporaneamente alla "Maonata", pur rimanendo l' "alto dominio" a Genova.

La "Maona vecchia" (una specie di Società per Azioni dell'epoca) si dà allo sfruttamento diretto del mastice e di altre risorse nell'isola di Scio, concedendo in appalto le cave di allume di Focea. Sostiene varie e vittoriose vicende, con i greci ed i turchi, fino a che il grande Pietro RECANELLI non riprende ai primi le due Focee (1348-1350).

Morto il VIGNOSO, la "Maona vecchia" appalta la riscossione delle rendite ad una "Maona nuova", diretta da Pasquale FORNETO e da Giovanni OLIVERIO. I soci della prima Maona, i quali, per maggior speditezza commerciale, nel 1359, unificano i loro diversi cognomi in quello non bene definito di GIUSTINIANI, si rinnovano, avendo ceduto le loro azioni; e di essi non rimane a far parte della nuova Maona che Pasquale DRIZZACORNE; questa cessione si ripete anche in seguito, determinando l'uscita di alcune famiglie e l'entrata di altre, fino a che nel 1528 i GIUSTINIANI sono ascritti al nuovo Albergo e ad esso sono aggregate altre famiglie non compartecipi della Maona.

Varie questioni sorte tra le due maone, sfociano nel compromesso dell'8 marzo 1362, con cui Scio passa in possesso della nuova Maona, i cui componenti (tutti popolari), riassumono il cognome GIUSTINIANI; sono essi Nicolò di CANETO, Giovanni CAMPI, Francesco ARANGIO, Nicolò da S. Teodoro, Gabriele ADORNO (che mantiene il proprio cognome), Paolo BANCA, Tomaso LONGO, Andriolo CAMPI, Raffaello de FORNETO, Luchino NEGRO, Pietro LIVIERO, Francesco GARIBALDO.

Pietro RECANELLI è capo della Maona e sostituisce il VIGNOSO nella luogotenenza di Scio. Nel 1361 è luogotenente papale in Smirne; nel 1363 consolida definitivamente i possessi non solo di Scio ma anche di Samo, Santa Panagia e di Focea, che l'imperatore di Bisanzio Giovanni PALEOLOGO cede con esplicita rinuncia.

Nel 1365, a Genova, sposa Margherita, figlia del doge Gabriele ADORNO; nel 1365-66 è ammiraglio della Repubblica e reprime i tumulti dei DORIA; nel 1367 tratta in Cipro la pace con i Mammalucchi; muore nel 1380.

In questo periodo i GIUSTINIANI vengono continuamente molestati dai Turchi, che tolgono loro Samo ed in seguito Focea, rendendoli tributari, ma si riappacificano grazie all'intervento veneto.

Fra continui ed alterni scontri con i Turchi, nel 1455, l'ammiraglio turco Junusberg prende Focea nuova, dove Paride GIUSTINIANI si arrende.

Nel 1481, i GIUSTINIANI abbandonano Nicaria ai Cavalieri di San Giovanni, come già prima hanno abbandonato loro Cos. Il 14 aprile 1566 l'ammiraglio Piali Pascià conquista l'isola, sottoponendola ad orrendo saccheggio. Vengono fatti prigionieri il podestà Vincenzo GIUSTINIANI, i dodici governatori e molti altri.

Tra i GIUSTINIANI si ricordano ancora letterati, tra i quali Andreolo BANCA e suo figlio Angelo (1385-1456), Pier Giuseppe, dell'Accademia degli "Addormentati", Serafino, monaco olivetano, autore della tragedia il "Numitore"; storici, tra cui Leonardo GARIBALDO, Agostino BANCA, vescovo di Nebbio, autore degli annali, Jacopo de FORNETO, al quale re Alfonso d'Aragona s'arrende come "a sovrano di Scio" (1435).

Sono dogi di Genova: Francesco Domenico GARIBALDO (1393); Andrea LONGO (1539); Paolo MONEGLIA (1569); Giovanni Agostino CAMPI (1591); Alessandro LONGO (1611); Luca suo figlio (1645); Giovanni Antonio GIUSTINIANO (1713); Brizio GIUSTINIANO (1775).

Sono cardinali: Vincenzo (1570); Benedetto (1585); Orazio (1645); Giacomo (1826); Alessandro (1831).

Infine, si trovano una moltitudine di anziani, senatori, governatori in Corsica ed altrove, ambasciatori, ed uomini munifici.

Risultano oggi esistenti vari rami sparsi in tutta Italia, patrizi genovesi, ferraresi, livornesi, romani, a Smirne, a Firenze, a Lecce, a Caprarica di Lecce, Savona, ecc.

Anche a Lecce, e nella sua contea, questo casato ha lasciato la sua impronta di dinamici affaristi, commercianti e baroni. Secondo il FOSCARINI (Op. cit.) questa nobile famiglia, originaria di Genova, è importata in Lecce, nella prima metà del secolo XVII, da Stefano Vincenzo GIUSTINIANI il quale soggiorna,  dapprima, qualche tempo, in Lequile, ove rimane un suo discendente, il cui ramo si estingue, nel 1725, con Matteo, il quale ha in moglie Giovanna CAPOCCIA di Lequile.

Questo ramo leccese era imparentato coi baroni locali GIORGIO, TAFURO, BRUNETTO, CASTRIOTA, TRANI, SARACENO, BOZZICOLONNA, CHINCHIGLIA, VENTIMIGLIA, TRESCA e con altri. Si estingue con Francesco verso la fine del secolo XVIII.

La famiglia è iscritta nel Libro d'Oro della Nobiltà italiana e nell'Elenco Ufficiale dei Nobili italiani coi titoli di marchese, conte, patrizio genovese.

ARMA DEL CASATO: Di rosso al castello d'argento di tre torri, esagonale; col capo d'oro carico di un'aquila coronata di nero uscente dalla partizione.

A questo blasone, nel 1413, l'Imperatore Sigismondo, per i meriti di Francesco CAMPI, ambasciatore, nominato conte Palatino, aggiunge l'aquila nera imperiale rivolta a destra e coronata d'oro.

7. Il casale di Caprarica sotto i baroni GIUSTINIANI.

Quando i componenti del casato dei GIUSTINIANI, ramo di Lecce, s'insediano nella contea, tramite il loro capostipite Stefano Vincenzo, oltre ad alcuni possedimenti in Lecce e nel casale di Lequile (dove dimora a partire dal 1641, a quanto afferma il FOSCARINI in "Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di terra d'Otranto estinte e vivente", Vol. I, Tavv. II e III), acquistano - com'è stato già detto -  anche il casale di Caprarica di Lecce; l'acquisto avviene nel 1675, con istrumento redatto in Napoli dal dott. Francesco Maria GIUSTINIANI il quale prende possesso del casale con istrumento del 12 novembre dello stesso anno per notar Vincenzo STAIBANO di Lecce. Sul casale di Caprarica ai GIUSTINIANI viene concesso, con diploma 8 maggio 1682, il titolo di marchese.

L'evoluzione storica del casato dei GIUSTINIANI sul feudo e la Terra di Caprarica avviene in questo modo: il primo marchese è Francesco che nasce, da Giovan Andrea Fabiano e Lucrezia TAFURO (baroni di Lequile), il 07/10/1643; egli sposa Margherita TRANE, dei duchi di Corigliano, da cui nascono: Fabiano, Ambrogio, Stefano, che è padre gesuita, Benedetto che è chierico. Il MONTEFUSCO (Op. cit., pp.19-20) afferma che i laghi Alimini sono di proprietà del marchese di Caprarica Francesco GIUSTINIANI e che alla sua morte, avvenuta il 13/07/1669, passano ad un tal figlio Orazio che a noi, in verità, non risulta.

Alla morte di Francesco, succede il figlio primogenito Fabiano che diviene, perciò, il secondo marchese di Caprarica; egli sposa Fortunata CHINCHIGLIA-VENTIMIGLIA, da cui, però, non ha figli, per cui alla sua morte succede il fratello Ambrogio.

Si deve dire, in verità, che dal marchese Fabiano GIUSTINIANI e dalla sua consorte nasce il figlio Francesco ma, essendo affetto da morbo incurabile, per quel periodo, se ne muore alcuni giorni dopo la nascita.

Questo è il documento reperito presso l'A.P.C.: "Il giorno sette del mese di giugnodell'anno 1738 Ã¨ nato, alle ore 10 del predetto giorno, Carmelo, Maria, Francesco, Ignazio, Lorenzo, Pietro, Gaetano, Antonio, Pasquale, Salvatore figlio dell'eccellentissimo signor Don Fabiano GIUSTINIANI e dell'eccellentissima Donna.... Fortunata Chinchiglia VENTIMIGLIA, coniugi, dei marchesi della Terra di Caprarica; io sottoscritto arciprete, costatato l'imminente pericolo di vita (del bambino) è stato da me battezzato in casa (castello baronale) e, a lui, ho amministrato anche i Sacramenti degli Infermi. I padrini sono: il signor duca di Corigliano Francesco TRANE e la sua consorte. In fede, don Leonardo VIZZI, arciprete".

A Fabiano GIUSTINIANI, dunque, succede, come terzo marchese, il fratello Ambrogio, nato nel 1695; egli sposa, nel 1732Irene di Isidoro BOZZICOLONNA, da cui nascono: Anna Maria, nata il 22/08/1743 e morta il 29/11/1743, e Francesco, nato il 07/08/1736che succede, alla sua morte, nel 1783.

Francesco Ã¨ il quarto ed ultimo marchese della Terra di Caprarica; sposa, il 12/04/1762, Francesca TRESCA, da cui, però, non ha figli; dispone, perciò, che alla sua morte succeda, nel titolo e nella parte dei suoi beni, il nipote della moglie, Francesco TRESCA; mentre l'ultimo GIUSTINIANI, nel 1759, vende il feudo nella sola parte allodiale (senza titolo) a Giovan Battista ROSSI, i cui eredi si fregiano del titolo di baroni di Caprarica.

8. Le Masserie Fortificate.

Tralasciando, per un momento, l'evoluzione baronale in Caprarica, si deve dire che tra il XVI-XVII sec. avviene in Terra d'Otranto la corsa, da parte dei baroni, per la costruzione delle cosiddette masserie fortificate.

Considerando che in Caprarica vi sono i resti di almeno due di quelle che vanno definite Masserie fortificate, si deve dire che i primi prodromi di sviluppo, per quelle che saranno le consolidate masserie fortificate, si possono intravedere già nelle antiche "villae" romane, il cui dominus - nel Salento - si circonda di schiavi o servi della gleba, i quali attendendo alle colture.

Questi coloni rendono, in tal modo, la villa praticamente autonoma permettendo il sostentamento di tutta la comunità ed, in più, arricchiscono il padrone.

Le prime trasformazioni fondiarie vere e proprie, però, vengono avviate, a partire dalla fine del IX - X sec. d. C. ad opera dei Calogeri basiliani, i quali introducono nella nostra zona - vedi Abbazia di San Niceta in Melendugno, grancia bizantina di Corigliano d'Otranto ecc. - il rapporto colonico e nuove colture, tra cui la quercia vallonea, oggi pressocchè inesistente, dalle cui grosse ghiande si ricavava la farina per il pane.

Non è dunque un caso se in Caprarica vengono costruiti alcuni mulini (vedi, per esempio, catasto onciario), dove gli abitanti del casale e delle masserie fortificate del circondario macinano "...le mortelle (mirto) ...", che in quel periodo si producevano in grande quantità per usi domestici.

I vassalli del casale di Caprarica sono costretti, dal barone di turno e dalle leggi feudali, a portare le loro mortelle al mulino baronale, il quale - come per le olive -  "...le moliva quando le pareva..." con il rischio, dunque, che i prodotti agricoli andassero in putrefazione. Se qualche abitante vuole molire in altri casali o in altri mulini deve pagare una tassa, altrimenti rischia di ricevere anche delle punizioni corporali; ciò ha una funzione dissuasiva verso gli altri. A ricordo dei frantoi-ipogei vi è, ancora, in Caprarica una contrada detta "Trappeto del Moro".

Complessivamente, le maggiori colture che vengono praticate nelle masserie fortificate del feudo di Caprarica sono il lino, il miglio, il grano, i legumi, i pomodori.

Tra le colture ad albero si ricordano: l'olivo il quale deve essere, continuamente, difeso dagli "storni et tortore delle quali se ne piglia quando più quando meno secondo l'annate", gli aranceti, i citrangoli, le melograne, i fichi d'India.

Tra il XIII - XIV sec., in Caprarica, sia i baroni BONSECOLO (possessori della prima quota) che i baroni CONDO' (possessori della seconda quota) che gli abitanti locali cercano, in tutti i modi, di rendere i loro terreni fertili; accrescono notevolmente la superficie coltivabile, grazie al lavoro di aggressione della macchia ed alla bonifica delle paludi.

Questo processo di rinnovamento delle organizzazioni fondiarie e sociali subisce, però, una crisi a partire dalla fine del XV sec.. La maggior colpa è da imputare a varie aggravanti, tra le quali la dequalificazione del territorio e lo sfruttamento disordinato della macchia-foresta (v. foresta iuxta foeudum) dei secoli precedenti.

Le epidemie, le incursioni dei pirati e saracene infliggono un forte salasso alla popolazione che vive nei casali posti lungo la costa (vedi Acaya, Roca, Melendugno ecc.), per cui la produzione agricola del comprensorio di Caprarica  ottiene, da questa situazione, effetti benefici in quanto molti abitanti scampati si rifugiano nel suo feudo.

Gli abitanti, che vivono sparsi nei casali rivieraschi, a partire dalla fine del XV sec. (dopo cioè il collasso operato dai Turchi), cominciano ad abbandonare i luoghi privi di difesa: si concentrano, perciò, intorno al castello-civitas o nelle strutture fortificate che ricchi signori della contea di Lecce hanno edificato, aiutati dai massari(18), o, ancora, in vari casali come quello posto nella terra e nel feudo di Caprarica. Verso la fine del XV secolo, Caprarica vede così aumentare vertiginosamente il numero dei suoi abitanti.

A ciò si aggiungono i gravami fiscali del potere feudale e della chiesa.

Chi resta nelle campagne, perciò, si deve organizzare con le cosiddette "Masserie fortificate" (sono proprio le masserie fortificate dirette eredi - come detto - delle "villae" del tempi classici, le quali ci suggeriscono l'immagine di liberi coloni, di folti gruppi di liberti, padroni pressocchè assoluti e quindi cresciuti a notevole prestigio e capacità economica), veri avamposti di vedetta nell'entroterra, le quali, unite alle "Torri costiere", formano una struttura di difesa omogenea contro le incursioni provenienti dal mare.

Sia le torri costiere che le masserie fortificate vengono costruite a non più di 2 Km di distanza l'una dall'altra, in modo che, in maniera veloce, possano comunicare tra di loro di giorno col fumo e di notte col fuoco e con i "cavallari", i quali raccordano le torri costiere con le masserie fortificate e, perciò, anche con il casale di Caprarica.

Mentre in molti casali salentini, soprattutto quelli posti lungo la fascia costiera, si addensano una serie di collegamenti a vista, dalle terrazze delle torri delle masserie con le torri costiere, incentivando così un ingegnosissimo sistema difensivo di sbarramento alle minacciate invasioni, il territorio di Caprarica presenta, attualmente, oltre al castello solo due masserie fortificate.

Molto probabilmente gli abitanti di Caprarica dei secoli che vanno dal XII al XVIII sec., non essendo stati molto soggetti ad incursioni piratesche, non hanno sentito la necessità di munirsi in modo massiccio di queste strutture agricole fortificate; prova lampante è, come si dirà, il fatto che sono stati gli abitanti di casali come Roca o Ussano che hanno visto, nel XV sec., nel casale di Caprarica, posto in un luogo elevato, un sicuro baluardo naturale di difesa contro qualsiasi assalitore.

Per secoli le masserie fortificate sono state l'epicentro economico dell'agricoltura del Salento. Nelle masserie, intere famiglie e comunità vivono e lavorano, completamente autonome e con sufficiente ricchezza, da cui sorge la necessità di fortificazione e difesa.

Dal catasto onciario di Caprarica del 1744 si rileva: Un'altra contigua alle Curti di detta Masseria nominata La Noce, seminatoria di ettara 1 in semine. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 12, e grana 5, sono........................oncie 4,5.

Un'altra masseria era in possesso del ricco proprietario terriero di Lecce Diego BRUNETTI: "...Di più una Massaria o Palazzo con curti, case e capanne di fabrico per uso del massaro e per ricetto dei bestiami, dotata d'infratti territori....".

Vi sono, nel circondario di Caprarica, oltre alla masseria fortificata "li Brunetti", altre masserie non fortificate (Lu Moru, la Crucimuzza, lu Capece, la Rifisa, li Gesuini, la Sciummata, li Bosci, li Stali, lu Laccu). Un'altra masseria fortificata era nel casale di Ussano.

Com'era la struttura fortificata di una Masseria: Da quel tempo la masseria fortificata è divenuta una delle espressioni edilizie più avanzate di difesa contro gli attacchi nemici.

Il nucleo centrale della costruzione è quasi sempre costituito da un grande edificio quadrangolare a due piani con una stanza o più intercomunicanti; è munito anche di un ponte levatoio, saracinesca, caditoie, feritoie, garitta, cinta.

I vani del primo piano comunicano con quelli del pianterreno attraverso una botola, per mezzo di una scala a pioli, e con il terrazzo attraverso una scala di pietra ricavata nello spessore dei muri perimetrici.

Il pianterreno è generalmente adibito a magazzino per il deposito di viveri ed armi, per un'autonomia di circa un mese.

In caso di assedio viene alzato il ponte levatoio che poggia su di una scalinata o sul terrazzo, attraverso le caditoie, appositamente costruite in direzione dell'ingresso e delle finestre, da dove si fa cader giù olio bollente.

Attraverso le feritoie si spara con gli archibugi. La masseria fortificata si rivela sufficientemente sicura; ogni comunità stabilitavisi diviene un centro di coltivazione agricola ed è strutturata in modo da essere autosufficiente.

Intorno ad essa, amministrate nei tempi antichi anche da comunità religiose, si dispongono la chiesa, il molino, il forno, il frantoio, la neviera, le case dei coloni, magazzini per il deposito delle derrate e degli attrezzi, le stalle per il bestiame, l'alveare, il pollaio, la colombaia, i lavoratori vari per le diverse attività svolte nell'ambito delle masserie stesse, che divengono centri fiorenti di vita agricola e sociale.

9. Il "Catasto Onciario" di Caprarica di Lecce.

Il casale di Caprarica di Lecce e della contea, tra la fine del XVII e l'inizio XVIII sec., è coinvolto in una situazione economica di estrema debolezza, causata dal salasso delle tasse che i re di Napoli impongono alle popolazioni del regno.

La crisi economica è così vistosa che la popolazione non è più in grado di soddisfare alle continue richieste pecuniarie del Regno il quale, a sua volta, versa nella medesima situazione di crisi, alla fine del XVII sec., tanto che il re di Napoli non è più in grado di pagare nemmeno il soldo (dei soldati).

A causa di questa crisi e per reperire nuove entrate il barone di Caprarica, Alessandro BOTTA-ADORNO vende, con il già citato istrumento del 12/11/1675, al ricco commerciante genovese Francesco Maria GIUSTINIANI il feudo.

Il nuovo marchese, di fresca nomina, trova gli abitanti di Caprarica travolti dalla miseria più esasperata, dalle malattie e pestilenze.

Il panorama storico generale, dunque, denotando la crisi economia del regno di Napoli solletica le ambizioni di vari regnanti d'Europa, i quali per ragioni diverse desiderano occupare questo regno.

Uno di questi è il re di Francia Luigi XIV, il quale ambisce ad occupare il Regno di Napoli, nonostante la sua irreversibile crisi, e l'Impero di Spagna; per questo motivo si fa avanti adducendo come movente il fatto di essere marito di Maria Teresa.

A questo punto, vari potenti d'Europa presentando le stesse credenziali di Luigi XIV, pretendono il medesimo trono; perciò si fanno avanti Leopoldo I di Germania e Massimiliano II di Wittelbach. La logica conseguenza è la deflagrazione di un conflitto a carattere europeo.

Terra d'Otranto e la contea di Lecce si schierano prima con i francesi (il cui vessiliero è Lorenzo Daun) e successivamente con gli spagnoli (il cui vessiliero è Don Carlos, figlio di Filippo V ed Elisabetta Farnese).

Così dopo la vittoria di Bitonto del 1734 e la successiva ratifica nella "Pace di Vienna" del 1738, i baroni di Terra d'Otranto salutano in Carlo III il re del nuovo stato denominato "Regno delle Due Sicilie".

Carlo III, mentre è barone di Caprarica Fabiano GIUSTINIANI, cerca con tenacia, nel 1739, di riformare e riassestare le finanze del regno delle due Sicilie e, per portare a termine ciò, si fa aiutare dal TANUCCI, professore universitario presso la "Normale" di Pisa, nominato, a tale scopo, suo ministro.

Fra i vari tentativi di riforma di Carlo III vi è quello di limitare quello strapotere politico che fino a quel momento hanno avuto i feudatari ed il clero; ma, per fare questo, il re non conduce un'opera drastica che si sarebbe sicuramente ritorta contro la sua politica, anzi cerca l'appoggio di essi nobili affidando loro importanti incarichi militari e civili.

Nonostante ciò, nella sua riforma fiscale comincia a tassare i beni dei feudatari e dei ricchi così come tassa i beni immobili della chiesa e del clero.

Infine un occhio di riguardo ha per le classi meno abbienti; infatti, proprio per queste Carlo III, nella prima metà del XVIII sec., invia un suo emissario per avere un quadro quanto più possibile fedele sullo stato di salute del popolo, e, su ciò il Galanti scrive: "...le case del contadino in quasi tutte le terre baronali non sono che miserabili tuguri (...), l'interno non offre a' vostri sguardi che oscurità, puzzo, sozzura e squallore. Un letto tapino insieme col porco e con l'asino formano per lo più tutta la di lui fortuna. I più agiati sono quelli che hanno il tugurio diviso dal porco e dall'asino per mezzo di un graticcio impiastricciato di fango...". Questa è in sintesi la realtà che si presenta anche in Caprarica.

Nasce così nel 1744 il catasto Onciario delle Università emanato da Carlo III.

 

Il catasto onciario s'interessa del fuocatico esistente nei vari casali; ogni fuoco è strutturato da un capofuoco e dai vari componenti la famiglia che vengono stimati in ragione di 5-7 componenti medi; si parla, poi, del testatico che s'interessa specificamente del membro della famiglia soggetto a tassa; vi è poi l'industria che si riferisce al reddito di lavoro della famiglia; vengono censite, inoltre, le botteghe, le corti, i molini, i trappeti ecc.; anche Caprarica segue questa sorte come si può vedere nel catasto onciario dell'Università della Terra di Caprarica rilevato presso l'archivio di stato di Lecce e che si riporta nelle parti essenziali.

Ingresso palazzo Brunetti

Catasto Onciario di Caprarica di Lecce del 1744 (A.S.L.)

1744 - Catasto generale dell'Università della Terra di Caprarica di Lecce, provincia di Terra d'Otranto delli beni così di cittadini come de forestieri, d'ordine di S. M. per Noi infrascritti Sindico, Uditori, e Deputati Eletti, servatis servandis formato a tenore dè Regali Istruzioni rimesse in stampa dalla Regia Camera, precedentino tutti gli atti preliminari cioè Banni, Parlamenti, ordini, atti di elezioni e di giuramento, Apprezzi e Riveli, Spogli, discussioni, Avvisi e Deputati ecc., giusta il Concordato ex altro prescritto in Regali Istructioni.

Abitanti di Caprarica di Lecce residenti

Giuseppe CAJO (pp. 57-59),

Regio notaro di ............................................. anni 60,

moglie, Maria LINCIANO di Martignano di .. anni 45

serva, Laura MORELLO di ............................ anni 16

Il di più della Tassa della testa, ................... grani 71.

Abita in casa propria con Molino in ordine, sita nella strada detta la Matrice Chiesa, giusta li beni di Prospero LEONE, e di Silvestro MARULLO coll'annua rendita di carlini 7 e grana 9, ed una gallina alla Camera marchile. Stabilita la rendita del Molino in annui carlini 15,

sono ...........................................................oncie 5

Possiede nelle pertinenze dette Palatej una chiusa olivata di m. alberi 9 in fronda, giusta li beni di Francesc'Antonio VIZZI da borea, e via pubblica. Stimata la rendita dedotte le spese di coltura extra: ducati 10, sono....................................oncie 33

Di più nelle pertinenze dette Monte un'altra chiusa nominata Giardino seminatoria di tomola(23) 2, e stoppelli 4 con pochi alberi di olive, e cormuni dentro; giusta li beni dell'Illustre Ambrogio GIUSTINIANI da borea, li beni dell'Illustre marchese da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: carlini 20 sono....................................oncie 6,20

Di più un'altra detta Monticello seminatoria di tomola 1, con pochi alberi di olive, ed acquaro dentro; giusta li beni del rev.do Munistero di San Francesco d'Assisi di Lecce da borea, e ponente li beni di Apollonio PARLATO da Strudà, da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra:

carlini 8...................................................................oncie 2,20

Di più nelle pertinenze dette Le Palate un'altra nominata Le Palate seminatorie di tomola 2 e stoppelli 4 in semina con Ajera, e cisterna dentro, giusta li beni del Sagro Ospidale di Lecce da borea, li beni del sacerdote don Antonio GARRISI, e di Cipriano GRECO da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita dedotte le spese extra: carlini 20, sono.................oncie 6,20

Di più un'altra nelle pertinenze dette le Terre nominata Li Cormuni seminatoria di stoppelli 4, con alberi di olive in fronda, confina la via pubblica da levante, e via vicinale da borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: carlini 18 sono.......................................................oncie 6

Di più possiede un giardinello detto La Pagliara alberato d'alberi d'agrumi sito dentro l'abitato, giusta li beni di Giuseppe GARRISI da gerocco, e li beni di Giuseppe di Domenico GARRISI, ed altri confini, quale giardino serve per uso proprio, essendo di delizia.

Di più possiede nelle pertinenze detta Palatej una quota parte di territorio alberato d'alberi d'olive n° 6 di tomola 5 in fronda col peso di Messe 6 l'anno. La quondam Leonarda ARCHUDI, giusta li beni di Nicola FRANCO da levante, li beni della Venerabile Confraternita del Santissimo Sagramento. Stimate le rendite, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 5; quale rendita viene assorbita dal suddetto peso.

Di più possiede una somara per uso proprio.

Sono in tutto oncie 60,10.

Peso e deduzioni.

Sopra del suddetto territorio olivato nominato Palatej tiene il peso d'annui ducati 6 e grana 50 per celebrazione di Messe basse n° 65 l'anno per l'anima della quondam Lucrezia DE RICCARDIS nell'altare dell'Immacolata Concezione dentro la chiesa Matrice.

Sono .....................oncie 21,20

Restano oncie 38,20.

Francesco LONGO (pp. 103-104),

Massaro comune, in feudo dissabitato di Ussano, ...anni 50,

Maddalena, moglie di ...... anni 42,

Pascale, figlio bracciale..... anni 20,

Gennaro, figlio bracciale... anni 16,

Salvadore, figlio................ anni  9,

Marzo, figlio bracciale....... anni 14,

Ippazio, figlio.................... anni  5,

Giovanna Maria, figlia...... anni  7,

Rosa, figlia......................... anni  3.

Testa: ducati 1 grana 71.................sono ducati 1,71.

Ind. di Francesco.......................... oncie 14,

Ind. di Pascale............................... oncie 12,

Ind. di Gennaro............................. oncie  6,

Ind. di Marzo................................. oncie 6.

Possiede la Casa propria, quale sta vuota sita nella strada detta Croce Longa, giusta li beni di Leonardo GARRISI.

Possiede una chiusa in luogo detto Trappeto del Moro, seminatoria di stoppelli 6 in semine con alberi comuni dentro, ed un albero d'olive, giusta li beni di Diego GARRISI da borea, da gerocco e ponente via pubblica. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 75 sono............................................oncie 2,15

Sono in tutto once 40,15.

Ortensio INGROSSO (pp. 105-106)

vive civilmente del suo, di anni 32.

Isabella PASCARELLI di Galatone, moglie, di anni 37.

Al di più della tassa della Testa.... grana 71.

Abita à casa propria sita in strada delle dette Palazze giusta li beni del chierico coniugato Donato INGROSSO suddiacono, coll'annua rendita di grana 25 ed un quarto di gallina alla Camera marchile.

Possiede una chiusa di detta terra seminatoria di capacità di ettara 2 in semine con alberi d'olive in 4 di cui due in fronda, Ajera, e Pozzo dentro, giusta altri suoi beni da levante, a borea e via pubblica da gerocco, a ponente. Stimata la rendita tolte le spese di coltura extra: carlini 21, e grana 8 sono................................................oncie 3,10

Di più un'altra contigua nominata Li Celsi seminatoria di tomola 2 in semine, con alberi d'olive di ettara 1 in fronda, ed Acquaro da curar lino; giusta li beni del Venerabil Monistero di DD. Monache di San Matteo di Lecce, da borea, li beni di Carlo TEODORO di Lequile da levante, e via pubblica da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: carlini 15 e grana 6, sono............oncie 5,6

Di più nel luogo detto Le Trozze una metà di giardino di capo in semine stoppelli 4 con alberi comuni dentro; giusta li beni del Venerabile Munystero di San Matteo di DD. monache di Lecce da levante, a borea li beni à solco di Donato INGROSSO da ponente. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: grana 75 sono oncie 2,15

Di più nelle pertinenze dette Le Pinzelle una chiusa seminatoria di tomola 1 e stoppelli 4 con alberi d'olive in 5 di ettara 2 in fronda et altri alberi comuni, giusta alli beni del mastro Pietro Maria FERRAROLI di Lecce da borea, li beni del sacerdote don Cipriano GRECO da levante, li beni del venerabile Collegio di San Francesco di Paola di detta città da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 13 sono............................................oncie 4.10

Di più un'altra nominata Le Filare olivata di macine 4 in fronda, giusta li beni del suddetto Pietro Maria FERRAROLI di Lecce da borea, li beni del Sacro Capitolo di detta città da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 4 e grana 80, sono..................................oncie 16

Di più un'altra nominata Ottavio De Leone in luogo detto Le Malicupe olivata di macine 12 in fronda, giusta li beni del suddetto m. FERRAROLI da borea, li beni di Francesco QUARTA, e di Paolo D'ORIA da gerocco, li beni del suddetto mastro Donato INGROSSO da ponente, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 13 e grana 20 sono.......................................oncie 44

Sono in tutto oncie 79,11.

Abitanti residenti in Caprarica

VEDOVE E VERGINI IN CAPILLIS

*  *  *

Cittadini esentati dai fuochi e dipendenti da fuochi numerati

Numero 10

*  *  *

Forastieri abitanti laici

Numero  6

Sono in complesso oncie 365,20.

*  *  *

Forastieri non abitanti laici

Numero  88

Sono in complesso oncie 4292,16.

*  *  *

Forastieri non abitanti ecclesiastici secolati

Numero Sacerdoti  20

Sono in complesso oncie 531,11.

*  *  *

ECCLESIASTICI SECOLARI CITTADINI

Don Antonio GARRISI, sacerdote;

Don Cipriano GRECO, sacerdote;

Don Gennaro GARRISI, sacerdote cantore;

Don Giuseppe SANTORO, sacerdote;

Don Giuseppe Antonio FERRANTE, sacerdote;

Don Giovanni Battista GRECO, sacerdote arcidiacono;

Don Leonardo GARRISI, sacerdote;

Don Leonardo VIZZI, sacerdote - Arciprete.

Sono in complesso oncie 35,20.

*  *  *

Chiese Cappelle, e Benefici siti nel paese

Beneficio di Sant'Antonio abbate (pp. 190-191),

Cappella eretta extra moenia (fuori le mura)

Don Gio Batta GRECO, beneficiata.

Possiede una chiusa nominata la Via Pubblica, olivata di macine 5 in fronda, giusta li beni del Rev.do Capitolo di Lecce da borea, li beni del Sacro Capitolo di Caprarica da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra annui ducati 5, e grana 50, sono..............................................................oncie 18,10

Un'altra nominata Sant'Antonio Abate seminatoria di tomola 1 in semine, con alberi d'olive di tomoli 6 in fronda, giusta li beni dell'Illustre Marchese da borea, via pubblica da gerocco, e vicinale da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 15, e grana 5, sono..............................................oncie 5,5

Un'altra nominata Li Santantoni, olivata di tomola 1 in fronda, giusta li beni del Sacro Capitolo di Lecce da borea, li beni di don Pietro CIVINO di Caprarica di Lecce, da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 11, sono...........................................................oncie 3,20

Sono in tutto oncie 27,5.

Peso e deduzione

Sopra detti stabili si tiene il peso d'annui carlini 28, e grana 8 per celebrazione di Messe n° 24 sono................................................oncie 9,18

Restano.................................................................................................oncie 17,17

c.) Beneficio sotto il titolo di Santa Veneranda (p.192)

Don Giuseppe CALVIELLO, beneficiato.

Possiede una chiusa nominata Santa Veneri, olivata di tomoli 1, ettara 8 in fronda, giusta li beni del Sagro Ospidale di Lecce da levante, e borea, e via pubblica da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 18, e grana 3, sono....................................................oncie 6,3

Alberi 4 di olive dentro la chiusa nominata Palatej dell'Illustre Don Ambroggio GIUSTINIANI. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 4, sono............................oncie 1,10

Alberi 3 di olive dentro la chiusa nominata Palma del Sagro Ospidale di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 25, sono................................................oncie 25

Alberi 3 d'olive dentro la chiusa nominata Palma del m. Carlo TEODORO di Lequile. Stimata la rendita extra: annue grana 20, sono............................. oncie 20

Un albero dentro la chiusa nominata Perrulli del m. Bernardo CATTANI di Lecce. Stimata la rendita extra: annue grana 8, sono..............................................oncie 8

Alberi 3 d'olive dentro la chiusa nominata Pinzelle del m. Pietro Maria FERRAROLI di Lecce. Stimata la rendita extra: annue grana 20.....................................oncie 20

Sono in tutto oncie 9,16.

d.) Beneficio di San Paolo (p. 193)

L'Arcidiacono SALZEDO d'Otranto, beneficiario.

Possiede una chiusa nominata San Paolo olivata di macine 1 in fronda con poca terra scapola di stoppelli 3 in semine; giusta li beni del sacerdote don Luca AMMASSARO da borea, li beni a sulco del Venerabile Munistero della Nova delle DD. Monache di Lecce da gerocco, li beni del m. Donato INGROSSO da ponente, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 15, sono........................................................................................oncie 5

Sono oncie 5.

e.) Beneficio de jure patronatus

dell'illustre famiglia Giustiniani de' marchesi di Caprarica (p. 194)

Don Leonardo Arciprete VIZZI, beneficiario.

Possiede una chiusa in luogo detto Sierro, olivata di macine 1, e tomola 6 in fronda, giusta li beni della Venerabile Cappella di Sant'Oronzo di Lecce da levante, e borea, li beni dell'Illustre Marchese da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 19, sono......oncie 6,10

Sono in tutto oncie 6,10.

e.) Reverendo capitolo (pp. 195-198)

Possiede una possessione nominata Profico seminatoria di cap. in semine stoppelli 4 et olivata di m. 3 in fronda; giusta li beni dell'Illustre Marchese da borea, li beni del medesimo da levante, e gerocco, e via pubblica da ponente. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 28 sono.........................oncie 12,20

Un'altra nominata Insite olivata di m. 13 in fronda; giusta li beni dell'Illustrisismo Don Ambroggio GIUSTINIANI secondogenito del Marchese di Caprarica (Francesco Maria) da borea, li beni dell'Illustre marchese da levante, e via pubblica da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 14, e grana 30, sono...................................................oncie 47,20

Un'altra nominata Mangiasole in luogo detto Li Vecchi, olivata di macine 3 in fronda; giusta li propri beni da borea, li beni del Conservatorio di San Leonardo di DD. Monache di Lecce da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 33, sono........................................oncie 11

Un'altra nominata similmente Mangiasole in luogo detto La Madonna della Grazia, olivata di macine quattro, tomola 6 in fronda; giusta li beni di detto Conservatorio di San Leonardo da borea, e beni propri da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 4, e grana 95, sono...................................oncie 16,15

Un'altra nominata Santa Venneri, olivata di macine 1, e tomola 3 in fronda, giusta li beni di m. Francesco MATINO di Lecce a levante, li beni di Francesc'Antonio VIZZI a ponente, e via pubblica da borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 11, e grana 5, sono..........................................oncie 3,25

Un'altra nominata Trozze in luogo detto Polette mute, olivata di macine 1, et tomola 3 in fronda, giusta li beni a sulco del venerabile Munistero della Nova di Lecce da gerocco, del m. Carlo TEODORO di Lequile da levante, e via vicinale da ponente. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 11, e mezzo, sono......................................................oncie 3,25

Un'altra nominata La via pubblica olivata di macine 1 et tomola 4, giusta li beni beneficiali di Sant'Antonio Abbate da borea, li beni di Diego MARULLO da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 14, e grana 8, sono................................................oncie 4,28

Un'altra nominata Selviate in luogo detto Tamburro, olivata di macine 1, e tomola 6 in fronda; giusta li beni del m. Pietro Maria FERROTTI di Lecce da borea, di Francesco VALENTINO da ponente, e via pubblica. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 16, e grana 5, sono.............................oncie 5,15

Un'altra nominata San Paolo in luogo detto Lo Pranzo, olivata di macine 1 in fronda; giusta li beni del Venerabile Munistero di Santa Chiara di DD. Monache di Lecce da levante, e gerocco, e lo spartifeodo di Ussano a borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 11, sono.............................................oncie 3,20

Un'altra nominata Malispinose in luogo detto Marcantonio Santo, olivata di macine 4 in fronda; giusta li beni dell'Illustrissimo marchese don Ambroggio GIUSTINIANI di Lecce da borea, li beni di Romano GARRISI da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 4, e grana 40, sono...............................................................oncie 14,20

Un'altra nominata Pedengrene Schiati in luogo detto Lo Pranzo, olivata di macine 2 in fronda; giusta li beni del Venerabile Munistero di Santa Chiara di DD. Monache di Lecce da borea, li beni di Francesco MATINO di detta città da gerocco, e via pubblica da ponente. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 22, sono..................................................oncie 7,10

Un'altra nominata Agostino seminatoria di stoppelli 4; giusta li beni della donna Chiara LICASTRO da borea, li beni di Pietro LETO da levante, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 9, sono.......................................................................oncie 3

Alberi 5 d'olive in luogo detto Li Palatej di tomola 2 in fronda; giusta li beni della venerabile Cappella del SS.mo Rosario da borea, li beni di Cataldo CUCURACHI da levante, e da ponente dal Rev.do Capitolo di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 18, sono...............................................oncie 18

Un'altra nominata Ciccoli in luogo detto Tamburro, olivata di macine 3 in fronda; giusta li beni di Donato PEDONE da borea, li beni di D. Luca AMMASSARO di Lecce da levante, e via pubblica da ponente. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 22, sono..................................oncie 7,10

Sono in tutto oncie 142,16.

Peso e deduzione

Sopra detti beni tiene il peso d'annui ducati 18 per celebrazioni di Messe n° 150 atteso le altre Messe sono state distribuite sopra i Capitoli censi, sono ...............................................oncie 60

Restano..................................................................................................oncie 82,16.

f.) VENERABILE CAPPELLA DEL SANTISSIMO SAGRAMENTO

(pp. 199-201)

Possiede una chiusa, seu quota parte, nominata Palatej, olivata di macine 1 et tomola 6 in fronda; giusta li beni a sulco di Rosa Maria PETRACHI di Castrì Francone, li beni a sulco di Nicola FRANCO, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 16 e mezzo.

Albero 1 d'oliva dentro la chiusa nominata Partita dell'Illustre Don Ambroggio GIUSTINIANI. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 8.

Alberi 2 dentro la chiusa nominata Camporelle del Venerabile Munistero di San Francesco d'Assisi di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 15.

Alberi 3 d'olive dentro la possessione detta Palma del Sagro Ospidale di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 20.

Alberi 3 dentro la chiusa nominata Trozze del m. Carlo TEODORO di Lequile. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 25.

Alberi 4 d'olive dentro la possessione di Francesco MATINO di Lecce, detta di Santa Venneri. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 30.

Alberi 2 d'olive dentro la possessione nominata San Paolo di Fortunato GARRISI. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 12.

Alberi 4 dentro la possessione detta Martanielli del Venerabile Munistero della Nova di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 20.

Alberi 7 d'olive dentro la chiusa nominata Monache di Giovacchino GRECO. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 5.

Alberi 7 d'olive dentro la chiusa Grande del Venerabile Munistero dei PP. Domenicani di Matino. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 4 e mezzo.

Alberi 3 d'olive dentro la chiusa detta Pinzelle del ch.° Giuseppe QUARTA di Castrì. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 18.

Alberi 2 d'olive dentro la chiusa detta Costantino del Venerabile Munistero di San Matteo di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 10.

Alberi 6 d'olive dentro la chiusa nominata Monache del Munistero delle Angiolille di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 4.

Alberi 3 dentro la chiusa detta Fica del m. Bernardo CATTANI di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 18.

Alberi 4 dentro la chiusa detta Pizzaniche del m. Pietro Maria FERRAROLI. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 3.

Alberi 4 dentro la chiusa detta Pezzaniche delli Marinari. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 3.

Alberi 3 dentro la chiusa detta di Sotto delli poveri Ammalati di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 15.

Alberi 2 d'olive dentro la chiusa detta Pacco del Sagro Ospidale di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 10.

Alberi 2 dentro la chiusa detta Perrino di Giovan Donato BRIZZI di Lecce. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 12.

Alberi 8 d'olive dentro la chiusa in luogo detto La via di Calimera di Bernardino BONAGGIUTO. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 5, quali m° comuni ed Sagro Capitolo.

g.) VENERABILE CAPPELLA

DEL SANTISSIMO ROSARIO (pp. 202)

Possiede una chiusa nominata Palatej, olivata di macine 1 tomola 10 in fronda; giusta li beni di Vito CINGARELLI di Matino da borea, li beni di Cataldo CUCURACHI da gerocco, li beni del Sagro Capitolo di Lecce da ponente, e via vicinale. . Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 21, sono...............oncie 7

Alberi d'olive n° 15 dentro la possessione detta Palatej dell'Illustre Don Ambroggio GIUSTINIANI. . Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 6, sono...................................................oncie 2

Alberi 1 d'oliva che chiamasi di Nardò dentro la chiusa di Francesco MATINO di Lecce. . Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana ...........5

Albero 1 d'oliva dentro la possessione detta Santa Venneri del m. Carlo TEODORO di Lequile. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana .........8

Alberi 1 d'oliva dentro la chiusa di Fortunato GARRISI, detta San Paolo. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana.............................7

Alberi d'olive 2 dentro la possessione detta Martaniello del Munjstero della Nova di Lecce. . Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 15, sono.......................oncie 15

Sono in tutto oncie 9,28.

*  *  *

Chiese, cappelle, capitolo e benefici dei cittadini

Sono complessive oncie 65,19

*  *  *

Chiese, capitoli, monisteri, benefici, e luoghi di forestieri degli infrascritti luoghi

Sono complessive oncie 1266,7

*  *  *

Abitanti di Caprarica non residenti (p. 205)

Donato PEDONE della Terra di Martignano, ..... di anni 25

Antonia VERDOSCIA, moglie,.....................di anni 30

Francesco, figlio,...................................... di anni  1.

Jus habitationis (Diritto all'abitazione)............... 1,50

Possiede una quota parte di chiusa nominata Schiate in luogo detto Tamburro, olivata di macine 1, tomola 2 in fronda; giusta li beni del Sagro Capitolo da gerocco, li beni di don Luca AMMASSARO di Lecce da levante, e via pubblica da ponente. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 13, sono.........oncie 4,10

(Vi è una postilla riportata dall'amanuense dove rettifica che questa chiusa la possiede il Regio Capitolo di Caprarica)

Sono oncie................................................................................4,10

Illustrissimo don fabbiano giustiniani

Marchese di questa terra (p. 206-214)

Possiede li seguenti beni burgensatici cioè:

Possiede il Palazzo Baronale, edificato da antecessori marchesi in luogo detto La Piazza con più, e diversi membri superiori, ed inferiori con giardinetto d'agrumi per proprio uso.

Di più una possessione nominata Donna pazza, olivata di macine 1 in fronda; giusta li beni del m. Pietro Maria FERRAROTTI della città di Lecce da gerocco, li beni del Venerabile Munjstero dei PP. Carmelitani di detta città da borea, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 11, sono oncie 3,20

Di più una Massaria con case di fabbrica, superiori ed inferiori per uso d'abitazione del massaro, e per rigetto dè bestiami, con curti, cisterna, ed ajera nominata...dotata d'Jnfratti territori, cioè:

Una chiusa nominata Crocefisso seminatoria di stoppelli 4 in semine con alcuni pochi alberi d'olive; giusta li beni di Pantaleo CONTE da borea, e via pubblica da ponente, alias detta San Paolo. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 6, sono.................oncie 2

Un'altra nominata Pichichi vecchi seminatoria di macine 1, e stoppelli 4 in semine con alcuni alberi d'olive di tomola 3 in fronda; giusta li beni del Sagro Seminario di Lecce da borea, e beni propri da levante, e gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 18, sono.................................oncie 6

Un'altra nominata Montegrande in luogo detto Li Pichichi, olivata di macine 11 di fronda; giusta li beni dell'Illustre don Ambroggio GIUSTINIANI dè secondogeniti dè marchesi di Caprarica da borea, li beni del m. Domenico INGROSSO da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 12, e grana 10, sono..................oncie 40,10

Un'altra nominata Aera seminatoria di ettara 2, e stoppelli 4 in semine. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 31, sono............oncie 10,10

Un'altra contigua nominata Ferraro, seminatoria di macine 2 in semine con alcuni alberi d'olive di tomola 2 in fronda. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 3, e grana 15, sono.......................................oncie 10,15

Un'altra contigua nominata Petrosa seminatoria di capacità in semine tomola 1, e stoppelli 4. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 20, sono....................oncie 6,20

Un'altra contigua nominata Cornula di terra seminatoria di tomola 4, dico di tomola 3, e stoppelli 4, con alberi d'olive di ettara 6 in fronda. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 4, sono ..............................oncie 13,10

Un'altra contigua alle Curti di detta Masseria nominata La Noce, seminatoria di tomola 1 in semine. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 12, e grana 5, sono.........oncie 4,5

Un'altra contigua nominata Li Marini, seminatoria di stoppelli 4. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 65 sono...........................oncie 2,5

Un'altra nominata Salomo in luogo detto alla strada di Galignano, seminatoria di stoppelli 4; giusta li beni del m. Angiolo Bennardo CATTANI di Lecce da gerocco, e via pubblica da borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 75, sono .................................oncie 2,15

Un'altra nominata Gigiola di terra seminatoria di capacità in semine tomola 3, con alberi d'olive, 6 in fronda; giusta li beni di Nicolò FRANCO da ponente, e via pubblica da gerocco, a borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 30, sono................................oncie 10

Un'altra nominata Sciumbata, seminatoria, di tomola 6 in semine con alcuni alberi d'olive, 1 in fronda, in luogo detto alla strada di Galignano; giusta li beni di detto Nicolò FRANCO da borea, li beni propri da ponente, e via pubblica da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 6, sono........................................................................oncie 20

Una quota parte di chiusa in luogo detto Le Cornule, seminatoria di stoppelli due, in semine; giusta li beni delli Poveri Ammalati di Lecce da ponente, e borea, li beni di Francesco GRECO da girocco e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 45, sono..........................................oncie 1,15

Una quota parte di territorio aggresto (agreste) e macchioso per pascolo de bestiami, detto Campore in luogo detto Marc'Antonio Santo con alcuni alberi d'olive, 1 in fronda; giusta li beni del Sagro Ospidale di Lecce da gerocco, li beni propri da ponente, e via pubblica. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 15, sono........................................................oncie 5

Un'altra nominata Insite in luogo detto Sciummata, olivata, di cui 8 in fronda; giusta li beni del Sagro Ospidale di Lecce da ponente, e borea, e via pubblica da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 10, sono oncie 33,10

Una quota parte di Sierro detto Sierro di Ottavio, olivato, di cui 6 in fronda, giusta li beni della Venerabile Cappella di Sant'Oronzo di Lecce da levante, e borea, e beni propri da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annue grana 65, sono................................oncie 2,5

Un'altra chiusa nominata Cicalelle, seu Insite, in luogo detto Le Cicalelle, olivata, di cui 10 in fronda, dico n° 7 in fronda; giusta li beni del Venerabile Monjstero dè PP. Domenicani di Lecce da ponente, e li beni propri da gerocco, e borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 8 e grana 75, sono ...oncie 29,5

Un'altra nominata Giudjche in luogo detto Le Difise (comunemente, ora, Rifise), olivata, di cui 10 in fronda; giusta li beni del Venerabile Munjstero dè PP. Domenicani di Lecce da gerocco, li beni del Sagro Ospidale da ponente, e beni propri da borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 12 e grana 50, sono..................................................................oncie 41,20

Un'altra nominata Defisa, olivata, di cui 7 in fronda; giusta li beni delli Poveri Ammalati di Lecce da borea, li beni del m. Angelo Bennardo CATTANI di Lecce da levante, beni propri da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 7 e grana 50, sono....................................oncie 25

Un'altra nominata La Noce in luogo detto Le Cicalelle, olivata di cui 25 in fronda con pagliaro dentro; giusta li beni della Venerabile Cappella di Sant'Oronzo di Lecce da borea, li beni del Sagro Ospidale di detta città da levante, e beni propri da ponente. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 21 e grana 25, sono...................................................oncie 104,5

Un'altra nominata Cisterna in detto luogo Le Cicalelle, olivata, di cui 18 in fronda; giusta li beni a sulco dell'Illustre Ambroggio GIUSTINIANI da gerocco, la Cappella suddetta di Sant'Oronzo da borea, e li beni propri da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 22 e grana 25, sono............oncie 74,5

Un'altra nominata Puzzo nuovo seminatoria di tomola 3 in semine, con alberi d'olive di cui 76 in fronda; giusta li beni di detto Illustre don Ambroggio GIUSTINIANI da levante, beni propri da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 4, sono..........................................oncie 13,10

Un'altra nominata Longa in luogo detto Gianella seminatoria di tomola 10 e stoppelli 4 in semine, con alberi d'olive di cui 6 in fronda; giusta li beni dell'Illustre don Ambroggio secondogenito da borea, li beni di don Diego BRUNETTI di Lecce da levante e gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 30, sono...................................oncie 10

Un'altra nominata Giardino seminatoria di tomola 10 e stoppelli 4 in semine, con alberi comuni dentro, Pozzo e Casa lamiata, e alcuni alberi d'olive, di cui 8 in fronda; giusta li beni del m. notaio Giuseppe CAJO da borea, li beni di Gio. Batta METRAJA di Lecce da gerocco, e via pubblica da levante vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 35, sono............oncie 11,20

Una quota parte di chiusa in luogo detto San Marco, seminatoria di tomola 1; giusta li beni di don Diego BRUNETTI da borea, li beni a solco di don Leonardo VIZZI arciprete da levante, li beni del m. Capitan Alessandro MONTINARO di Calimera da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 10, sono ..........................................oncie 3,10

Un'altra nominata Li Vecchi, olivata, di macine 4 in fronda con pagliaro dentro; giusta li beni di Ignazio QUARTA di Pisignano da borea, li beni beneficiali di Sant'Antonio Abbate da gerocco, e via vicinale da levante vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 4, sono...............oncie 13,10

Un'altra nominata Vigna vecchia seminatoria di tomola 10 in semine, con alberi d'olive di cui 4 in fronda; giusta li beni del Conservatorio di San Leonardo di Lecce da levante, li beni di don Diego BRUNETTI da gerocco, beni propri da borea, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 6, sono......................................................................oncie 20

Un'altra nominata Li Vecchi olivata di m. 4 in fronda, con pagliaro dentro; giusta li beni del Sagro Capitolo da borea, beni propri da levante, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 4, sono............. .....oncie 13,10

Un'altra nominata Freolita, olivata di macine 7 in fronda; giusta li beni del detto Conservatorio di San Leonardo da levante, e, beni propri da gerocco, e borea, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 7, e grana 70, sono.................oncie 25,20

Un giardino per uso di fogliami vicino l'abitato nominato Puzziello con terra scapola di ettara 4 in semine e vigna 7 con diversi e comuni dentro, puzze due d'acqua sorgente e casa lamiata per uso d'abitazione del giardiniero, ed anco una cisterna; giusta li beni del m. Angiolo Bennardo CATTANI di Lecce da levante, via pubblica da borea, e vicinale da gerocco vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 10, sono................................oncie 33,10

Di più possiede due trappeti da macinar olive, de quali uno attrovasi in ordine, siti uno dentro una grotta attaccata alla sopra descritta Massaria, e l'altro dentro la grotta detta Il Moro con curte, e pozzo accosto; giusta li beni di Leonardo DELLE DONNE, e di Pantaleo D'ORIA. Stimata la rendita del trappeto ordinato: annui ducati 15, sono................oncie 50

Di più possiede annui carlini 21 che esigge da alcuni possessori in feodo per causa dè censi minuti seu enfiteotici sopra alcuni fondi burgensatici, che da medesimi si possedono, sono............oncie 7

Di più vacche aratorie 3, una dè quali serve ad instructionem feodi, cioè per coltura dè servitori feodali; Degli altri 2, che servono per coltura dè burgensatici, stabilita la rendita: annuali carlini 24, sono ..............oncie 4

Di più 30 pecore da corpo, dalle quali se ne deducono 15, che servono per mandriare li territorio feudali; e dell'altre 15, stimata la rendita: annui carlini 15 sono oncie 2,15.

Sono in tutto oncie 655,10.

Pesi e deduzioni

Sopra delli suddetti beni vi tiene il peso d'annui ducati 36, e grana 50 per celebrazione di Messe una il giorno nell'altare di San Lorenzo GIUSTINIANI, sito nella Cappella del SS.mo Crocifisso fuori l'abitato e una Messa cantata nel giorno di San Filippo Neri per l'anima di Don Matteo GIUSTINIANI, come dal suo testamento, che sono...........................................oncie 121,20

Di più altri ducati 36 per celebrazione di Messe, una al giorno per l'anima del fu Francesco Maria GIUSTINIANI, che sono ..............................oncie 120

Altri ducati 10 e grana 40 per celebrazione di Messe due la settimana per l'anima del fu don Matteo GIUSTINIANI, che sono....................................oncie 34,20

Altri ducati 6 per mantenimento dè suppellettili dell'altare di detta Cappella, che sono.......oncie 20

Sono in tutto...oncie 296,10

Restano oncie 359.

*  *  *

Illustre Don AMBROGIO GIUSTINIANI

dè Marchesi di Caprarica

Patrizio della Città di Lecce (pp. 231-236)

Possiede li seguenti beni burgensatici.

Una possessione nominata Palatej, olivata di macine 20 in fronda; giusta li beni di Giovanni COLETTA da gerocco, li beni di Vito CINGARELLI di Matino da levante, e via pubblica da borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 22, sono..................oncie 73,10

Un'altra nominata chiusa in luogo detto Li Palatej seminatoria di tomola 1 e stoppelli 4 con alberi d'olive di m. 2 in fronda; giusta li beni di Nicolò FRANCO da borea, li beni del venerabile Munistero di San Francesco d'Assisi di Lecce da ponente, e via vicinale da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 30 e grana 7, sono.....................oncie 10,7

Un'altra contigua in luogo Palatej, seminatoria di tomola 8; giusta li beni propri da borea, e via vicinale da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 7 e grana 50, sono...................................................oncie 25

Un'altra nominata Tiberio in luogo detto Li Tiberij, olivata di macine 20 in fronda; giusta li beni di don Pietro CIVINO di Lecce a borea, li beni dell'illustrissimo marchese da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 22, sono..........................................oncie 73,10

Una metà di chiusa di terra seminatoria di stoppelli 4 in semine con alberi d'olive di tomola 3 in fronda; giusta li beni del m. Donato INGROSSO da borea, li beni della vedova Chiara LICASTRO da gerocco, e li beni a sulco di Lazzaro GRECO, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 10, sono..............................................................oncie 3,10

Una quota parte di territorio macchioso, ed aggreste detto Marc'Antonio SANTO in luogo nominato Le Malespine, per pascolo dè bestiami; giusta li beni del Sagro Capitolo da gerocco, li beni da levante via pubblica. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 3, sono..............................oncie 1

Una possessione nominata Stelo in luogo detto Le Tagliate, olivata di macine 18 in fronda; giusta li beni del Sagro Ospidale di Lecce da borea, li beni del Venerabile Colleggio dè PP. Giesuiti di detta città da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 22 e mezzo, sono................................oncie 75

Un'altra nominata Porcicelli in luogo detto Li Porcili, olivata di macine 15 in fronda; giusta li beni del venerabile Sagro Ospidale da borea, li beni della m. Catarina SAMBIASI di Lecce da gerocco, li beni del venerabile Colleggio dei PP. Giesuiti da levante, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 18, sono..........................................oncie 62,15

Un'altra nominata Vittoria in luogo detto Li Porcili, olivata di macine 4 in fronda; giusta li beni di donna Caterina SAMBIASI da borea, li beni del m. Angelo Bennardo CATTANI di Lecce da gerocco, e via pubblica. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 5, sono..........................................oncie 16,20

Un'altra nominata Cisterna in luogo detto Le Cig(c)alelle, olivata di macine 28 in fronda; giusta li beni a sulco dell'illustre marchese da borea, li beni del suddetto Sagro Ospidale da ponente, e beni propri da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 35, sono.................................oncie 116,20

Un'altra nominata Monticello in luogo detto Trecase, seminatoria di tomola 3 con alberi d'olive di m. 1 di cui 6 in fronda; giusta li beni di detto venerabile Munjstero di San Francesco da borea, li beni dell'illustre marchese da levante, li beni di don Leonardo VIZZI, arciprete, da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 5, sono.........oncie 16,30

Un'altra nominata Aera in luogo detto Gianella, olivata di macine 1 in fronda; giusta li beni dell'illustre marchese da gerocco, beni propri da ponente e borea, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 12 e grana 5, sono.................................oncie 4,5

Un'altra nominata D'Antonio in detto luogo Gianella, olivata, di macine 1, ettara 3 in fronda; giusta li beni dell'illustre marchese da borea, li beni di don Diego BRUNETTI di Lecce da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 15, sono............oncie 5

Un'altra nominata Augusto, seminatoria, di stoppelli 6 in semine con alcuni alberi d'olive di tomola 2 in fronda; giusta li beni dell'illustre marchese da borea, li beni del Conservatorio di San Leonardo di Lecce da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 10, sono...............oncie 3,10

Un'altra nominata Mangialicon in luogo detto Lo Monte, seminatoria, di tomola 2 in semine, con alberi comuni dentro; giusta li beni del suddetto venerabile Munjstero di San Francesco d'Assisi da borea, li beni del notaro Giuseppe CAJO da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 22 e mezzo, sono................................oncie 7,15

Un'altra nominata Rizzato di terra seminatoria di stoppelli 6 in semine con alberi comuni ed acquaro dentro in luogo detto Sant'Antonio; giusta li beni di Francesco GRECO da borea, li beni del venerabile Munjstero di San Francesco d'Assisi da gerocco e li beni di Matteo QUARTA da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 10, sono.........oncie 3,10

Un'altra nominata Puzzonuovo, in luogo detto Pozzarelle, seminatoria di tomola 4 in semine, con alberi d'olive di cui 1 in fronda; giusta li beni propri da gerocco, i beni propri da levante, e vicinale da borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 5 e grana 50, sono.......................................oncie 18,10

Un'altra nominata Agliastro, olivata di macine 9 in fronda; giusta li beni di don m. Angiolo Bernardo CATTANI da gerocco, i beni propri da borea, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 11, sono................................oncie 36,20

Un'altra nominata Brancacci di terra seminatoria di tomola 2 in semine ed olivata di m. 8 in fronda; giusta li beni di Giovanni Battista MATRAJA di Lecce da borea, li beni di detto Munjstero di San Francesco di Paola di Lecce da gerocco, e via pubblica da levante. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 12, sono.........................................................oncie 40

Un'altra nominata Pire in luogo detto San Marco, seminatoria di tomola 6 in semine; giusta li beni di don Diego BRUNETTI da levante e gerocco, e via pubblica da borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 4 e grana 50, sono............................................oncie 15

Un'altra nominata Lucente in luogo detto Le Palatej, olivata, di macine 2 ed tomola 6 in fronda; giusta li beni di Ignazio QUARTA di Pisignano da gerocco, da levante e borea via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 27 e mezzo, sono.....................oncie 9,5

Un'altra in luogo nominata Lucentella, seminatoria, di tomola 1 in semine, con alberi d'olive di m. 1 in fronda; giusta li beni del Reverendo Capitolo da gerocco, beni propri da levante e via vicinale da borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 21, sono............oncie 7

Un territorio vitato d'orte cinque di vigna, con alcuni alberi d'olive di tomola 3 in fronda, nominato La Chiusura Grande in luogo detto Le Palatej; giusta li beni di Nicolò FRACO' da borea, li beni dell'illustre marchese da levante, e beni propri da gerocco, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 4 e mezzo, sono.............................................oncie 15

Un'altra nominata Giannella di terra seminatoria di capacità in semine tomola 3 con alberi d'olive di m. 2 in fronda. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 5, sono..................oncie 16,20

Sono in tutto oncie 654,23.

*  *  *

Abitanti di Caprarica di Lecce

non residenti (p. 243)

Mag. Donna Catarina SAMBIASI di Lecce

Per capire il motivo per cui questa nobildonna risulta avere dei residui possedimenti, nella Terra di Caprarica, risale intorno al 1485 quando il barone, locale, Vincenzo GUARINI sposa la nobildonna Camilla dei baroni SAMBIASICaterina, perciò, è una lontana discendente di Camilla.

Possiede una possessione nominata Porcili, olivata di macine 80 in fronda; giusta li beni del venerabile Colleggio dei PP. Giesuiti di Lecce da gerocco e li beni del m. Angiolo Bernardo CATTANI di detta città, e da borea anche li suddetti PP. Giesuiti. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati 100, sono...................................................oncie 333,10

Un Sierro contiguo macchioso ed aggreste per pascolo de bestiami di capacità di tomola 5. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 15, sono.................................oncie 5

Sono in tutto oncie 338,10.

Nota: Si nota però che siccome per una porzione di possessione nominata Porcili di Donna C. SAMBIASI si è un certo peso legato di Messe perpetue ........... non fu rivelato nè dedotto nel fkrmare il catasto in forza di Ordini della Regia Camera osservati dalla Regia Bagliva di Lecce e con decreto della stessa ......... in data dè 10 giugno 1790 fu decretato che la suddetta quota parte di possessione fu soggetta a detto peso di Messe dovesse pagare la bonatenenza pro medietatem perciò a Donna SAMBIASI gli è ricaduto il peso di............................. annui ducati 6 e grana 11.

*  *  *

Filippo BELI, di Acaya.

Possiede a Caprarica una quota parte di chiusa nominata Fierro in luogo detto Pranzo, olivata di macine 1, tomola 6 in fronda; giusta li beni di Romano GARRISI da borea, li beni del Venerabile Monjstero di Santa Chiara di DD. Monache di Lecce e via pubblica da ponente. Stimata la rendita carlini 20, sono............oncie 6,20

*  *  *

Don Diego BRUNETTI

Patrizio della Città di Lecce (p. 244)

Possiede il Palazzo con più e diverse camere superiori ed inferiori, stalle, rimesse e nivera con piccolo giardino di delizia, sito fuori l'abitato per uso proprio e del suo agente, quale protrebbesi affittare a ducati 5.

Di più accosto a detto Palazzo, un trappeto in ordine da macinar olive, stabilita la rendita per annui ducati 15, sono........................oncie 50

Di più in detto luogo dicesi Li Marini, possiede 2 piccoli ortali contigui a detto Palazzo di terra seminatoria di stoppelli 4 con alberi comuni; giusta li beni dell'illustre marchese, e di Antonio MAZZEO. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini 10, sono....................................oncie 3,10

Di più una possessione nominata Difesa seu Messer Antonio, olivata, di macine 18 in fronda; giusta li beni del Sagro Ospidale di Lecce da gerocco, li beni delli poveri ammalati di detta città da levante e via pubblica da borea. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati..........................

Di più una Massaria con curti, case e capanne di fabrico per uso del massaro e per ricetto dei bestiami, dotata d'infratti territori.

Sono in tutto oncie 774.

*  *  *

Reverendo Seminario della città di Lecce (p. 375)

Possiede una possessione nominata Lisantoni in luogo detto Li Ifbery, olivata, di macine 10 in fronda, dico di macine 20 in fronda; giusta li beni del Reverendo Capitolo di Lecce da borea, li beni di Francesco GRECO da gerocco, li beni di don Giovanni Battista GRECO da levante e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati..............................22

*  *  *

Marchesal Camera di Caprarica (p. 376-377)

Possiede li seguenti Beni Feodali cioè:

Possiede una possessione nominata Donnapinta, olivata, di macine 20 in fronda; giusta li beni di m. Pietro Maria FERRAROLI di Lecce da gerocco, li beni del venerabile Munystero d'ogni bene di detta città. Lo spartifeodo di Lizzanello da borea, e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati.............................................................................22

Un'altra nominata Allato di terra seminatoria di capacità in semine tomola 3 con alberi d'olive di macine 4 in fronda; giusta li beni del Venerabile Munystero di San Matteo di DD. Monache di Lecce da borea, li beni del sacerdote Filippo DELL'ANNA di Galignano da levante, li beni del Capitolo da gerocco e via vicinale. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati .............7 e mezzo

Un'altra nominata Crocicchia di terra seminatoria di tomola 1 e stoppelli 4 con alcuni pochi alberi d'olive di tomola 1 in fronda; giusta li beni del venerabile Monjstero di San Leonardo di DD. Monache di Lecce da levante, li beni di Don Filippo DELL'ANNA di Galignano da borea, e via pubblica, per ove si va in Calimera da gerocco. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui carlini..................16 e mezzo

Trappeti 4 in ordine da macinar olive siti in 2 grotte dentro il Palazzo Marchionale con un giardinetto di sopra d'agrumi di delizia. Stimata la rendita, dedotte le spese di coltura extra: annui ducati.....................60

Botteghe numero 4 sotto lo suddetto Palazzo marchionale, 2 dè quali affittate per ducati 5 l'anno, e due altre inaffittate.

Di più possiede annui ducati 67 incluso il prezzo delle galline che esigge da diversi cittadini di questa Terra per causa di censi minuti, seu estagli sopra Case che da medesimi si possedono situate sopra suolo feodale.

*  *  *

Le Università (Comuni) di Sternatia (p. 307 del catasto) e quella di Martignano (p. 308) possiedono, ciascuna, un pozzo d'acqua sorgente, in feudo della Terra di Caprarica, per la qualcosa pagano distintamente: oncie 2

*  *  *

Collettiva Generale dei Cittadini

Residenti di Caprarica (p. 378)

Nome  Cittadino               Oncie d'Industria           Oncie dè Beni       Unione  d'Oncie

Antonio CICCARESE                  12                                ==                            12

Angiolo VERGORI                      ==                               ==                           ==

Angiolo   D'ORIA                       12                                 2                             14

Antonio  MAZZEO                      18                              1,25                        19,25

Benedetto SANTORO                 12                              8,10                        20,10

Cataldo CUCURACHI                 18                             30, 27                      48,27

Cataldo  CONTE                         ==                              3,20                         3,20

Celestino GARRISI                     12                             12,17                       24,17

Carlo DELLE DONNE                12                               9,5                          21,5

Totale                                      96                             68,14                      164,14

Ed infine risulta:

Once d'Industria                 Oncie di Beni            Unione d'Oncie               Altro

166                                    234,14                         400,14

Finis

Catasto Onciario Firmato da:

Leonardo GRECO, Sindico;

segno di croce di Donato GRECO, Eletto;

segno di croce di Raffaele D'ORIA, Eletto;

Gio. Vito DORIA, Eletto;

Leonardo Antonio GARRISI, Testimone;

segno di croce di Lorenzo DORIA, Eletto;

segno di croce di Niceta GARRISI, Eletto;

segno di croce di Cataldo CUCURACHI, Eletto.

* * * *

Alla fine della descrizione del catasto onciario, è bene mettere in risalto la derivazione della parola CHIUSA (campagna), tanto usuale e molto significativa proprio per il casale di Caprarica.

La parola chiusa deriva dal latino clausorium che viene tradotto in clausura e da cui sono derivati i lemmi chiusura, chiusa che significa, pezza di terreno chiuso da mura, prevalentemente, a secco. Il MULLER, però, fa derivare o ricava dalla parola clausorium l'equivalente claustra montium, spiegando che si tratta di un fondo situato fra monti (L. De Simone, Op. cit., p. 170).

Da questa interpretazione etimologica si ricava, dunque, che il concetto di chiusa, che nel vernacolo salentino diventa chisura o chesura, nasce in località montane o sopraelevate; essendo, perciò, Caprarica un sito sopraelevato, si può ritenere, il concetto di chiusa, molto più suo perchè vicino alla sua conformazione geografica.

E' importante, ancora, focalizzare i toponimi dei fondi e delle contrade rurali e urbane che si evincono dal suddescritto catasto onciario di Caprarica di Lecce del 1744. Da questa ricerca si possono evincere i toponimi che, nonostante siano passati più di 250 anni, sono rimasti invariati e quelli che sono scomparsi. Accanto al nome o gruppo di nomi di fondi rurali si metterà il nome della contrada (se c'è).

Giardino, Monticello (contrada: Monte); le Palate, Lucente, la Chiusura grande (contrada: le Palatej); Li Cormuni (contrada: le Terre); la Pagliara; Trappeto del Moro (contrada: Trappeto del Moro); (Palazze, contrada urbana); li Celsi; le Trozze (contrada rurale); le Filare; Ottavio De Leone (contrada: le Malicupe); Sant'Antonio abate; li Santantoni; Santa Venneri; Palma; Perrulli; San Paolo, (contrada: lo Pranzo); Sierro (contrada: Sierro di Ottavio); Profico; Insite (contrada: Sciummata); Mangiasole (contrada: la Madonna della Grazia); Trozze (contrada: Polette Mute); Selviate (contrada: Tamburro); Malispinose, Campore (contrada: Marc'Antonio Santo); Pedengrene Schiati (contrada: lo Pranzo); Agostino; li Palatej; Ciccoli (contrada: Tamburro); Partita; Camporelle; Trozze; Martanielli; Monache; Grande; Pinzelle; Costantino; Fica; Pizzaniche; Pezzaniche; di Sotto; di Pacco; Perrino; la via di Calimera; Donna Pazza; Crocefisso; Pichichi vecchi; Montegrande (contrada: Pichichi); Aera; Ferraro; Petrosa; Cornula; li Marini; Salomo; Gigiola; Sciumbata; le Cornule; Cicalelle seu Insite (contrada: le Cicalelle); Giudjche (contrada: le Difise); Defisa; la Noce, Cisterna (contrada: le Cicalelle); Puzzo nuovo; Longa, Gianella (contrada: Gianella); Giardino; Pire (contrada: San Marco); li Vecchi; Vigna vecchia; Freolita; (contrada urbana: Puzziello); Grotta del Moro (frantoio); Tiberio (contrada: li Tiberj); Marc'Antonio Santo (contrada: le Malespine); Stelo (contrada: le Tagliate); Porcicelli, Porcili, Vittoria (contrada: li Porcili); Monticello (contrada: Trecase); Aera, D'Antonio (contrada: Gianella); Augusto; Mangialicon (contrada: lo Monte); Rizzato (contrada: Sant'Antonio); Puzzo nuovo (contrada: Pozzarelle); Agliastro; Brancacci; Lucentella; Difesa seu messer Antonio; Lisantoni (contrada: li Ifbery); Donna Pinta; Allato e Crocicchia.

10. Gli abusi dei diritti feudali.

Prima di passare oltre, si deve riflettere su quella che è, tra il XV e il XVIII sec., la "forma-mentis" del feudalesimo: qual è la realtà, quali sono i gravi disagi materiali e morali in cui versa la popolazione di Caprarica, come di tutte le Università del Salento, sotto la feudalità.

In quel periodo, al di là della loro valentia politica e diplomatica, si pretendono, da parte dei baroni, i diritti più odiosi e le prestazioni più ingiuste.

Nel Salento, un quinto della popolazione, è prostrata dalla prepotenza signorile, avvilita dalla povertà, dal dolore, dalla sofferenza e schiacciata da ogni sorta di angherie; tutto questo è mirabilmente descritto e sintetizzato dal grande e geniale sociologo ed economista della seconda metà del settecento, Giuseppe Maria GALANTI, il quale, nella sua veste ufficiale di Visitatore Generale, ebbe a redigere una relazione ufficiale a Re Ferdinando IV sulla Terra d'Otranto il 24 aprile 1791.

Si riportano, perciò, le sue considerazioni che ben possono considerarsi una "denuncia" degli abusi posti in essere da quel sistema che "era mostruoso".

In questo quadro si colloca anche la situazione locale di Caprarica.

Scrive il Galanti: "...Con difficoltà io ho procurato di ridurre i diritti feudali di questa provincia a classi generali, per farli presente alla M.V. Oltre di essere infiniti, essi variano da territorio a territorio e da feudo a feudo.

Spesso accade, che lo stesso vocabolo nei diversi paesi ha diverso significato. Mi restringo a dire, che le prestazioni, che si fanno sui prodotti dei fondi vengono denominate sotto il nome di "DECIME"; ma spesso un tale vocabolo denota l'OTTAVA, la NONA, la DECIMA, la QUINDICESIMA, la VENTESIMA parte del frutto.

Non solo i diritti feudali sono diversi, ma la maniera di esigere è pure diversa. In alcuni luoghi la decima dei frutti estivi si esige in genere, in altri in denaro, precede la stima e tale stima si fa dall'erario del feudo. Quando si tratta dell'olio la stima segue per lo più, allorchè, il frutto è immaturo sugli alberi, e per dieci tomoli di olive si deve dare uno staio di olio. Se poi le olive si perdono o deteriorano, la decima si paga come fu fissata".

E' facile notare il grave danno che, in un clima di generale ingiustizia i baroni arrecano agli sventurati contadini, pretendendo, anche in caso di raccolto andato perduto o scarso, la decima sul frutto così come stimato sugli alberi, prima che giunga a maturazione.

Quindi, al povero contadino non rimane neppure un pò di olio per condire la sua frugale mensa costituita quasi sempre da legumi o da verdura selvatica.

"Varie sono ancora le decime (scrive il Galanti) dei vini mosti e di tutti i generi di vettovaglie. Vi sono dei luoghi dove si detrae dalla decima l'uso dei frutti estivi, e ve ne sono altri, dove tutto ciò che si coltiva e nasce vi è indistintamente sottoposto. Fino i giunchi, le mortelle, gli ortaggi, il prezzemolo, i fiori medesimi, che si piantano in vasi di creta nelle case, non sono esenti in alcuni luoghi di questa contribuzione.

E non deggio tralasciare di far presente a M.V., che per esigere tali prestazioni sono accaduti degli omicidi.

Vi sono ancora nei feudi di questa Provincia i diritti detti di erbatica e di carnatica. In forza dell'ultimo si esige una porcella di ogni parto di scrofa, in forza dell'altro da ogni meandro di pecore o di capre si riscuotono annualmente un'agnella ed il cacio e ricotta di un giorno. Questa prestazione dovrebbe almeno essere unica per ciascun gregge, ma a dispetto della ragione e delle discussioni dei tribunali in molti paesi si raddoppia se si da a colonia o in affitto e si triplica se si passa a subaffitto.

Così l'avidità non ha limiti quando va unita la forza. Nella vendita delle case e dei poderi nei feudi si paga il Laudemio una prestazione di carlini 5 che dal compratore si offre al barone in ricognizione del dominio; oppure si paga il vero Laudemio, ma nella maggior parte dei fondi si contribuisce al barone la decima del prezzo che si ricava dalla vendita.

Nei feudi vi è un diritto chiamato Coltonio, dove si esige una data quantità di grano per ogni paio di buoj aratorj, dove altra simile prestazione da ogni particolare che esercita l'industria di seminare.

Infine, il famoso diritto del Cunnatico, che ha richiamato la generale attenzione, non si manca di esigere in questa provincia. In qualche feudo ho trovato che la maritata paga carlini quattro all'anno per l'uso del suo corpo, e la vedova paga meno per averne fatto uso".

Caprarica, in questi secoli, vi è un'usanza, diffusa, peraltro, in tutto il Salento, detta cunnatica o ius primae noctis o anche "ragione delle femmine quando si maritano". Si tratta del diritto dei baroni ad avere ogni giovane sposa nella prima notte di matrimonio, che, nei tempi successivi, si trasforma in una specie di tassa matrimoniale. E' evidente che il barone abusa dell'ignoranza e del timore reverenziale dei contadini.

Fra gli altri diritti feudali di cui i baroni possono disporre, c'è quello dell'adutorio. Infatti, in caso di gravi calamità, i vassalli sono in dovere di prestare aiuto al barone.

La clausola n° 20 dei bandi pretori, reperito presso l'A.S.L., recita testualmente: "Si ordina e comanda a tutti e quali vogliano persone che quando sentono sonare all'armi le campane del palazzo baronale, che è segno di domandare agiuto, debbono suboto accorrere a detto palazzo baronale, armati con quelle armi che più prontamente ponno havere sotto pena di giorni 20 di carcere ed altre a nostro arbitrio...".

L'oppressione rovinosa si intravede anche in quella che è chiamata "legge dei diritti d'esclusione o dei diritti proibitivi"; in altre parole, ai contadini di Caprarica, con questa legge, è fatto divieto di "servirsi dei frantoi, dei mulini se non fossero quelli del barone, tenere taverne, ecc.".

Nel 1809, 48 villaggi hanno chiesto alla Commissione Feudale la facoltà di raccogliere e macinare ghiande.

In un documento del Bodini si legge: "Coloro che presumessero far taverne o furni o trappiti o portassero le olive ad altro trappito fuori lo territorio doveva pagare una penalità al Baglivo".

Si pagano ancora delle tasse alla morte di ogni uomo, quasi che sia questo l'ultimo atto di ossequio e di dura schiavitù che il feudatario "esiger volea dal suo vassallo". La cupidigia di questi signori arriva perfino ad imporre tributi "ai quali non sa dare un nome, perchè non sa su quale atto della vita su quale merce lo impone: per cause ignote, per quieto vivere, per cose dubbie".

Il barone gode di particolari onorificenze e priorità quando, con la moglie ed il suo seguito, si reca in chiesa; risulta, infatti, da un decreto emanato nel dicembre 1792 "che debba esser ricevuto all'ingresso della chiesa dal parroco o di alcuno del clero vestito di cotta e di stola, che li porgeva l'acqua benedetta con l'aspersorio, e che l'accompagni nell'uscire: che possa tenere in chiesa le sedie camerali con genuflessioni e cuscini siti nella linea laterale (corrispondente alla parte laterale dell'altare dell'epistola), con la conveniente semplicità e moderazione senza tappeto, o strato, senza copertura, e senza essere fisso ma amovibile, che nelle domeniche e in altre tali solennità gli si dia l'aspersorio dell'acqua benedetta precedente la messa solenne, l'incenso e il bagio della pace da un dei preiti assistenti prima di darsi al comune degli astanti. Che nei sermoni l'oratore debba salutare prima il barone, poi il capitolo, che nelle funzioni di rendimento di grazie all'Altissimo per la S. persona di S.M. e della Real Famiglia, debba il barone essere invitato e infine di tutto debba goder anche la di Lui moglie dell'incenso e della pace e senza meno i fratelli e sorelle e figli di esso barone, di tenere le sedie amovibili nella medesima chiesa".

Oltre a ciò, gli ulteriori seguenti diritti:

1) Il diritto di avere nella chiesa le insegne gentilizie o l'iscrizione del nome di Famiglia.

2) La precedenza nelle processioni e simili funzioni.

3) Il diritto di banco (digniorem sedem in ecclesiam sed extra presbiterio et sine baldacchino).

4) Lo ius precum.

In Terra d'Otranto, la feudalità è abolita dai Francesi, i quali nel 1806 emanano la "Legge eversiva della feudalità" con cui si dichiarano decadute tutte le prestazioni personali, comunque definite; i possessori di feudi, a seguito di questa legge, non possono più riscuotere dalla popolazione nessun tributo, fatta eccezione per alcune concessioni.

11.  La situazione politico-sociale nel XVIII secolo nella contea di Lecce ed in Caprarica.

Nonostante la grande riforma operata dal re Carlo III, con l'imposizione del nuovo catasto onciario e l'ispezione operata dal GALANTI per conoscere la reale condizione di vita dei sudditi, la situazione nel Regno di Napoli e nella contea di Lecce, per il popolo, è di totale paralisi.

L'Università di Caprarica, nel XVIII secolo, si trova nella miseria più totale; le campagne sono abbandonate perchè molti sono in condizioni fisiche precarie; nel catasto onciario del 1744, infatti, si legge che molti abitanti del casale sono "... di mal salute ed inabili a fatiga di campagna...".

In un lavoro del TANZI ("L'archivio di stato di Lecce", p. 43) si sottolinea come nel XVIII secolo "Il governo dei vicerè, che aveva dissipato le finanze dello Stato e distrutto l'economia, abbandonò a sè stesse le amministrazioni comunali. I comuni di Terra d'Otranto, una delle provincie più lontane dalla capitale (Napoli), subirono allora la più dura sorte: parte caddero in balia dei propri feudatari, le poche città demaniali (Lecce, Otranto, Gallipoli, Brindisi e Taranto) vennero affidate ad amministrazioni indolenti, che si modellarono sulla corte di Napoli. Le scritture raccolte fanno testimonio delle fortunose vicende, da cui furono in questi tempi di decadenza travagliate quelle Università, strette tra l'avarizia e la prepotenza dei baroni".

Dopo le rivoluzioni popolari di Tommaso ANIELLO detto il Masaniello (1647), nel napoletano, di Gian Girolamo ACQUAVIVA, duca di Nardò e conte di Conversano, soprannominato per le sue scelleratezze il Guercio di Puglia (1647) ad Otranto, e del siciliano Nino de la Pelosa, il popolo del meridione d'Italia cerca, attraverso, continui fermenti popolari, alla fine del settecento, di liberarsi dalla oppressione reale e baronale.

Questi ultimi cercano, attraverso regalie verso i coltivatori ed il popolo minuto, di estorcere danaro con l'assenso dei parlamenti locali, anche sotto la minaccia di gravi pene pecuniarie e corporali.

L'effetto che ne segue è quello di vedere gli abitanti di intere Università allontanarsi dalle campagne, il dilagare di una pastorizia selvaggia, il diffondersi di una giustizia sommaria, con cui vengono vendicati i soprusi e l'onore tolto alle spose, alle madri o alle sorelle; molti, inoltre, si danno alla macchia ed al brigantaggio forzato.

Gabriele PEPE, nel XVIII secolo, afferma che il Regno delle Due Sicilie è: "un deserto spirituale...e che Napoli e le provincie erano popolate da plebi superstiziose ed affamate, da baroni più bestioni che uomini, da pubblici magistrati ignoranti e disonesti...".

Nascono in questo periodo molte associazioni caritatevoli-assistenziali, benefici, opere pie, confraternite ecc. che cercano, per quanto è loro possibile, di alleviare le sofferenze del popolo minuto. Anche in Caprarica, come si può vedere dal sopra descritto catasto onciario, vi sono queste congregazioni religioso-assistenziali.

Alla fine del settecento il popolo chiede, con forza, l'eversione della feudalità, ma tale richeista avrà i suoi frutti effettivi solo nella prima metà del novecento.

Questa situazione di crisi economica e di sconvolgimenti politico-sociali è avvertita anche nell'Università di Caprarica, i cui coloni mal sopportano le angherie del marchese Francesco GIUSTINIANI e del patrizio leccese Diego BRUNETTI, il quale, come è stato più volte detto, possiede una masseria fortificata.

Il casato della famiglia di Diego BRUNETTI, a quanto sostiene A. Foscarini (Op. cit., p. 55), è una nobile famiglia la quale comincia ad elevarsi col notaio Donato Maria nella prima metà del XVII sec., e si estingue nel 1745 con il già detto Diego, proprietario in Caprarica, figlio di un altro Donato Maria.

Essa s'imparenta colle famiglie GIUSTINIANI, marchese di Caprarica, BOZZICOLONNA ed altre ed ha la sua casa dominicale nel Portaggio di San Biagio in Lecce, isola della cappella di Santa Lucia.

Oltre ai possedimenti in Caprarica, la famiglia BRUNETTI possiede il feudo del Tasso (territorio posto nelle pertinenze dell'antica Rudiae presso Lecce), che il Dr. Ottavio Bernardino, figlio del detto notaio Donato Maria BRUNETTO, acquista per ducati 1.550 di carlini di argento da Ippolita GIORGIO (o DE GIORGI), figlia ed erede del fu Francesco Antonio GIORGIO, con istrumento 11/07/1652 per notar Francesco GUSTAPANE di Lecce.

In questo triste XVIII sec. il marchese di Caprarica, Francesco GIUSTINIANI, ultimo di questo ramo, non avendo avuto figli, cede il titolo ed i beni del feudo, come già detto, ai nipoti della moglie Francesca TRESCA, mentre vende il feudo, nella sola parte allodiale, a Giovan Battista ROSSI, al quale succede il figlio Costantino e, a questi, nel 1797, il figlio Liborio; i successivi eredi si fregiano del titolo di baroni di Caprarica.

Si deve registrare, poi, la presenza di alcuni rampolli della famiglia baronale dei TRESCA di Lecce, i quali vantano il possesso di alcune quote di beni nella Terra di Caprarica.

Francesco TRESCA, figlio di Achille e di Gaetana STOMEO, nel 1806 Ã¨ Sindaco di Lecce per il ceto nobile; egli è padre di due figli: Achille e Giuseppe, il primo dei quali, nato il 29 dicembre 1797, gli succede nel titolo di marchese di Lecce; egli ha anche diverse proprietà in Caprarica, come la già citata Cappella del Crocifisso (v.: catasto onciario).

12. I primi fermenti di rivolta contro i baroni in Caprarica.

Come si è visto, tra i secoli XVII-XVIII, vi sono dei fermenti di sollevazioni, isolate o in gruppi, causati dai regimi reali, dai vicerè e dai baroni.

Masaniello, prima, il Guercio di Puglia, poi, e fermenti sparsi un po' in tutto il regno borbonico, inducono il re Carlo III a concedere alcuni sgravi e ad eliminare alcuni balzelli; il malcontento, però, non si arresta, anzi aumenta sempre più, finchè non si perviene alla legge napoleonica del 1806.

Anche in Caprarica, questo malcontento generale serpeggia e si intravede già nel XVIII secolo quando l'Università o comuni cittadini cominciano a fare delle interpellanze o ad instaurare veri e propri processi contro il locale barone o marchese di turno cercando, finalmente, di rivendicare i propri legittimi diritti.

Risale proprio al XVIII secolo, e precisamente al 22 ottobre 1735, un documento, reperito presso A.S.L., riguardante le scritture delle Università e feudi (Atti diversi, 14/2), in cui si descrivono i primi segnali di ribellione e contestazione da parte degli Eletti dell'Università di Caprarica contro i soprusi pecuniari e di evasione del fisco da parte del locale marchese Ambrogio GIUSTINIANI.

Questo è il documento: "Avendo preteso nell'anni trascorsi l'Università della Terra di Caprarica di Lecce dall'Illustrissimo marchese della medesima (Terra) la bonatenenza dè beni burgensatici, che quello possiede in detto suo feudo, richiesto porgerla a cagione d'un peso di (.....) Legati (.....) in essi beni imposti; quindi nel giorno 11 cennato dell'anno 1733 il dott. fisico Vito QUARTA, Sindaco in quel tempo dell'Università predetta, avendo congregato pubblico parlamento propose ai cittadini la pretensione di esso Illustre marchese, dai quali fu conchiuso, che l'Università si fusse rimessa alla determinazione al di Lui avvocato ordinario, e di quanto di esso detto marchese; perlocchè essendo stata discussa dall'avvocati dell'una e l'altra parte le loro scambievoli pretensioni, fu determinato che l'Illustrissimo marchese non avesse pagato cosa alcuna per ragione di bonatenenza, atteso che l'annuo frutto di detti beni burgenseatici sarà bastante per il peso dè Legati (.....) in esso approvati. Nondimeno siffatta determinazione fu ricusata dall'Università per modo che il suddetto marchese per liberarsi affatto da ogni impaccio, nè ricorse alla Regia Camera della Summaria, dalla quale sotto il dì 23 settembre del passato anno 1734 in Banca del magister Marc'Antonio PISANELLI annonario di quella Terra, ottenne provvigioni dirette allo spettabile signor Preside (...) e (....) don Domenico CITO di questa città insigne; ordinantino, che sopra l'esposta e riferita pretensione di esso detto marchese avessero provveduto di giustizia. (.....) o (.....) e con le parti contrapposte furono i provvedimenti osservati dal predetto CITO, Deputato, e sotto il dì 5 ottobre di detto anno notificata all'amministrazione di detta Università (.....) di più atti; inviati a Cataldo CUCURACHI, Sindaco di essa Università, sotto ordinazione del passato settembre (.....) di Generale nuovo pubblico reggimento, e proposto tutto ai cittadini; fu ancora conchiuso e determinato di priegarsi l'Ill.mo marchese a condiscendere, rimettersi nuovamente alla determinazione arbitraria e parere dell'avvocato ordinario dell'Università (.....), li quali avessero deciso il tutto buonariamente per accettare le liti e dispendi, giusta che leggesi dalle scritture e conclusioni esistenti nel processo per tal causa formato.

In adempimento, dunque, di ciò Noi qui sottoscritti attuali amministratori (?) dell'Università di Caprarica, e dell'Ill.mo marchese della stessa Terra, avendo attentamente riconosciuto le scritture dell'una e dell'altra parte, e tutto il processo, abbiamo osservato, che toltone le due chiuse nominate Donna Pinta e l'altra Gallato, le quali sono feudali, tutti l'altri beni che possiede esso Ill.mo marchese in feudo di detta Terra di Caprarica sono ammessi e sottoposti al peso di vari Legati (.....), come fa fede l'istrumento per mano del magister notaio Vito Antonio GIANCANE della Terra di Lequile, foglio ....., i quali beni tutti secondo la fede dell'Apprezzo della detta Università negli atti fogli.... Ascendono al valore di ducati 6.414 grana 28, e avendo liquidato l'annuo frutto di detti stabili alla ragione del 3% per quanto da prattici ci siamo informati che possono rendere tra fertile ed infertile, nonostante che esso Ill.mo marchese abbia presentata negli atti fede di due esperti, che liquidano alla ragione del 3%, calcolano li suddetti ducati 6.414 e grana 28, annui ducati 204 e grana 50 delli quali deducendone (.....) i ducati 207 e grana 50, l'Ill.mo marchese deve in adempimento di detti Legati secondo il calcolo che se n'è formato, restano per esso illustre marchese ducati 17, delli quali deve all'Università la bonatenenza, la quale sebbene si dovrebbe liquidare alla ragione di grana 4, ciaschedun ononerà, secondo la liquidazione dell'apprezzo dell'Università (...........) abbiamo stimato, e di comune consentimento siamo di parere che l'Illustre marchese di Caprarica di Lecce debba pagare a beneficio dell'Università di detta Terra annui ducati 2 e grana 32 per cagione di detta bonatenenza, e così siamo di parere ed abbiamo determinato.

Lecce, 22 ottobre 1735

Io sottoscritto Giuseppe CARRONE, avvocato, dell'Università di Caprarica di Lecce;

Io Dr. Giuseppe PORCELLI, avvocato, dell'Ill.mo marchese di Caprarica.

* * *

Il 28 giugno 1742, a prosecuzione del precedente processo, intentato tra l'Università di Caprarica e il suo marchese Ambrogio GIUSTINIANI, come una sorta di ritorsione, viene richiamato in causa il dott. fisico Vito QUARTA ed il fratello Oronzo a motivo di debiti non pagati per alcuni loro immobili di proprietà.

Questo è il documento: "Noi Donato INGROSSO, Leonardo GRECO ed Oronzo DELLE DONNE, Sindaco ed Eletti dell'Università della detta Terra di Caprarica di Lecce, nella corrente annata 1741 e 1742 certi, dichiariamo, attestiamo e ridichiariamo, congiunti in giudizio e fuori, la verità come il dott. fisico Vito e Oronzo QUARTA, fratelli, nostri cittadini di questa Terra di Caprarica, posseggono pacifica quiete ex legittima successione, un comprensorio di Case site dentro l'abitato di questa Terra, nel luogo detto la via di Martignano consistente in due camere terragne, orto dentro, cisterna, forno, ed altro, vicino le case di Nicola VERRI ed altri di questa Terra come sopra le dette Case non abbiano mai saputo che altre persone si avessero pretensione ma queste sono state possedute e si possiegono dai detti fratelli QUARTA sì come l'hanno possedute i di loro maggiori (.....). La verità che noi sappiamo de causa scientia, abbiamo fatto la presente sottodesignata deposizione di nostra propria mano in fede.

Caprarica di Lecce, il 28 giugno 1742

Io Donato INGROSSO, Sindaco, dichiaro come di sopra;

Io Leonardo GRECO, Eletto, dichiaro come sopra;

Si crocia di propria mano di Oronzo DELLE DONNE, Eletto, che dichiara come sopra".

Caprarica ed il "Consorzio intercomunale". Con l'avvento delle già citate nuove leggi napoleoniche, l'Università di Caprarica (come tutti i casali del Regno) - da quel momento, chiamata Comune - viene aggregata, tra il 1806/1812, ad un, per così dire, bacino di utenza definito "Consorzio tra Comuni".

Con le leggi napoleoniche abbiamo il primo tentativo di aggregazione di un territorio, con una sede comunale centrale. Dal 1806 e sicuramente fino al 1814 il Comune di Caprarica [detta in quel periodo anche "la Comune"] fa parte del "Consorzio tra Comuni" autogestito, formato dai casali di Caprarica, Castrì Francone e Castrì Guarino; nel casale di Castrì Francone viene individuata stabilmente la Centrale del "Seggio...delle sedute Decurionali", dove si riuniscono i rappresentati decurioni di tutti i Comuni consorziati, per discutere argomenti di particolare rilevanza; non si è in grado di dire, non avendo reperito altri documenti, se vi erano altre Università limitrofe facenti parte di questo Consorzio.

Questo cambiamento politico si evince molto bene da un documento (Scritture Università e feudi, serie I, Atti diversi, Caprarica di Lecce, fasc. 14/6, b.2), depositato presso l'Archivio di Stato di Lecce, trascritto il 6 gennaio 1814 dal cancelliere, notaio BRAY Pantaleo, della Centrale comunale di Castrì Francone; vi si legge quanto segue: "Certifico io sottoscritto cancelliere (...), della Comune Centrale di Castrì Francone, ed aggregate Caprarica di Lecce e Castrì Guarino, come avendo perquisito l'antico catasto del casale del Comune di Caprarica, nella rubrica dè Forastieri abitanti laici ed al foglio 406 dello stesso ritrovo riportato l'Illustre don Fabiano GIUSTINIANI, marchese di detta Terra di Caprarica, il quale tra gli altri beni al medesimo intestati vi sono li seguenti: ...omissis...Come tutto ciò può chiaramente rilevare da detto catasto allo quale mi rimetto. Castrì Francone lì 6 gennaio 1814.

F.to: notaro Pantaleo BRAY, Cancelliere".

Non si è riusciti a reperire ulteriori fonti per dedurre fino a quale data Caprarica sia rimasta vincolata al Consorzio intercomunale.

13. Il casato dei baroni ROSSI ultimi feudatari della Terra di Caprarica.

L'ultima famiglia baronale che regge le sorti del feudo e della Terra di Caprarica Ã¨ quella dei ROSSI; in realtà, con l'eversione della feudalità, il titolo baronale è più formale che effettivo.

Civile famiglia napolitana che Candida Gonzaga ha confuso con altre omonime ma nobili famiglie; è stata padrona della città di Castrì e dei casali di Vignacastrisi, Vitigliano, Cerfignano, Diso, Spongano (un tempo formanti il contado di Castro); il ricco negoziante Gennaro ROSSI fu Giovan Battista, da Napoli, acquista dalla Regia Corte, per ducati 96.000, con istrumento 11 ottobre 1785 per notaio della Regia Corte, Antonio MARINELLI, Caprarica di Lecce (anche se, in verità, ha cominciato la pratica della compra della Terra di Caprarica, almeno a partire dal 1780).

Esistono due tele della seconda metà del settecento - le cui fotografie ci sono state gentilmente concesse dall'avv. Edoardo ROSSI - raffiguranti il primo barone di Caprarica, Giovanni Battista ROSSI (questa epigrafe è ben visibile sul bigliettino che reca in mano il barone ROSSI del dipinto) e la sua consorte.

In questo periodo, Giovanni ROSSI (detto Giobbatta) effettua una serie di acquisti di feudi in Terra d'Otranto, perfezionati e portati a termine dal figlio Gennaro, tra cui, come già detto, la contea di Castro (L. A. MONTEFUSCO, Op. cit., p. 113); essendo morto improle il barone Gioacchino LOPEZ DE ZUNICA il 10/10/1777, ed essendo, perciò, la contea ricaduta sotto il Regio Fisco, è acquistata sub-hasta, con atto 11/10/1785.

Con atto del 07/10/1804, Gennaro ROSSI refuta la contea al nipote, ex frate Gaetano,Giovan Battista.

Il MONTEFUSCO (Op. cit., p. 20) afferma che due terzi del feudo dei laghi Alimini (l'altra quota è di pertinenza della Mensa arcivescovile di Otranto) nel 1789, di proprietà del barone di Pisignano Marcello SEVERINO, vengono ceduti a Gennaro ROSSI, figlio di Giovan Battista, barone di Caprarica, al quale succede il fratello Gaetano, contro il quale la Regia Camera della Summaria invia lettera di significatoria per il pagamento del relevio nel 1802.

Il feudo di Caprarica viene posseduto e passa, già intorno al 1790, a Liborio ROSSIche, nel 1798, acquista da Francesco SEVERINO, conte di Pisignano, anche il feudo di Seclì (v. MONTEFUSCO, Op. cit., p. 467).

E' possibile congetturare che questi ROSSI, tramite il capostipite di Napoli, Gio. Batta, siano legati alla più potente famiglia genovese ROSSI-MARTINI (essendo il nome Gio. Batta molto ricorrente in questo casato) nel cui stemma, oltre alle tre stelle, appare una capra.

A confermare il rilievo di questa famiglia nelle fortune di Caprarica, nella parte nord del castello baronale, su di un capitello vi appare un'epigrafe, datata 1783, fatta incidere dal barone Costantino ROSSI:

"HIC CONSTANTINUS MERITO BARO P.MUS

HABETU(R) NOMINE IAM FIRMO

PERPETUATUR HONOS 1783"

[Costantino, per meriti acquisiti barone (di Caprarica), ha ormai mantenuto e consolidato (la nomea) del casato affinchè sia perpetuata la fama - Anno del Signore 1783]

L'ARMA DEL CASATO: D'Azzurro a tre bande d'oro e tre stelle d'argento nel capo.

I baroni ROSSI continuano la discendenza, sul feudo di Caprarica, con Liborio, a cui succede il figlio Carlo.

La discendenza dinastica dei ROSSI, in Caprarica di Lecce, si conclude con Margherita, Costantino, Carlo, Gennaro, Celestina, Raffaela ed Agata; dalla primogenita Margherita coniugata con Crescenzo CARROZZINI nascono i figli Luigi e Lucia.

 

Tra tutti i fratelli, Carlo ROSSI risulta essere l'ultimo barone di questo ramo e con lui si estinguono tutti i casati baronali in Caprarica.

 

Giovanni Battista Rossi, barone di Caprarica di
Lecce                            Consorte - baronessa