CAPITOLO I - DALLA PREISTORIA ALL'ANNO 1000

CAPITOLO  I

DALLA PREISTORIA ALL'ANNO 1000

1. Premessa.

2. Gli insediamenti megalitici (2) ed i Menhir.

3.  Il Menhir di "Ussano".

4. Caprarica in epoca romana e l'origine dei toponimi urbani del  Salento.

 

CAPITOLO  I

DALLA PREISTORIA ALL'ANNO 1000

1. Premessa.

 

Il territorio di Caprarica di Lecce è posto a nord-est della Serra di Galugnano, sopra un largo altipiano che si estende alle falde della collina e non molto lontano da questa.

Fin dall'ultima glaciazione il sottosuolo, su cui poggia, è formato da calcare magnesifero duro, detto pietra leccese, ma, a differenza di quella buona, non è adatta come materiale da costruzione, e come afferma Cosimo DE GIORGI (nel suo lavoro "Geografia fisica e descrittiva della provincia di Lecce", Vol. II, p. 33), "...per la sua ineguale durezza e per la poca omogeneità nella struttura...".

E' una roccia che si appoggia sul calcare compatto cretaceo della collinetta, ed è ricoperto nella piana, soprattutto verso Castrì di Lecce e Calimera, dai sabbioni tufacei e dalle marne (1) sciolte.

La composizione del terreno risulta calcareo, nella parte più alta, marnoso e sabbioso nella parte bassa, ma è molto fertile.

Il DE GIORGI afferma che (Op. cit., p. 32) Caprarica è posto, rispetto a Roma, nei seguenti termini:

Longitudine orientale........ 5°, 47', 46'';

Latitudine boreale.......... 40°, 15', 35''.

L'altezza del paese, rispetto al livello del mare, risulta elevato a metri 55; mentre, l'elevazione media del suo territorio risulta da 50 a 60 metri; l'estensione del territorio comunale ammonta a complessivi 1.082 ettari.

2. Gli insediamenti megalitici (2) ed i Menhir.

Per risalire all'origine di Caprarica si deve far un discorso articolato, andando molto a ritroso nel tempo e partire dalla preistoria

Il territorio della Serra di Caprarica si trova verso la limitrofa Serra di Ussano [che il DE GIORGI afferma (Op. cit., Vol. II, pp. 152, 285) nell'ottocento, apparteneva al Comune di Caprarica, attualmente fa parte del territorio comunale di Cavallino], ad occidente confina con la Serra di Galugnano e scende verso quella di San Donato, ad oriente guarda verso Castrì di Lecce.

Questi territori (Castrì di Lecce, Galugnano e Ussano) sono stati fortemente interessati, fin dall'età del bronzo (3.500-3.000 a.C.), da insediamenti umani e, questa lontanissima frequentazione, si può rilevare, ancora a tutt'oggi, attraverso la presenza dei megalitici Menhir.

I Menhir risalgono ad epoca preistorica e, insieme alle specchie ed ai dolmen, (3) sono chiamati megaliti, data la loro enormità e per questo si parla di movimento del megalitico.

Alcuni storici, come il WILKE, seguito dal KOSSINA ed anche l' EVANS fanno risalire il sistema della colonna plurilitica ed il consimile pilastro dei dolmen delle Baleari, di Malta e di Terra d'Otranto, legata alla natura calcarea del suolo al periodo compreso tra il XIX ed il XVIII sec. a. C. .

I Menhir, in generale, sono lunghi parallelepipedi a base rettangolare, squadrati piuttosto regolarmente. Stanno confitti al suolo, di solito nella roccia ed appunto perciò sono chiamati "pietrefitte".

Caratteristica comune a quasi tutti i Menhir della provincia di Lecce è che le loro facce più larghe sono orientate da nord a sud e bisogna aggiungere che molti di essi hanno una sensibile pendenza, la quale non sembra fatta ad hoc ma causata dal naturale cedimento del terreno.

Quanto allo scopo di simili megaliti, i pareri fra gli studiosi rimangono "...molto discordi...", scrive Giuseppe PALUMBO, ma l'opinione più diffusa è quella che vuol attribuire a questi enormi blocchi un significato religioso o funerario. Dice, infatti, il PALUMBO: "...gli antichi Menhir vennero dunque trasformati in Osanna... e verso di essi presero a convenire i sacerdoti ed il popolo per invocare, in occasione di ricorrenze festive, le grazie del cielo...".

E' possibile che tale pietra megalitica abbia avuto anche una funzione semaforica, data la sua altezza, rispetto alla vastità del territorio piuttosto pianeggiante o poco ondulato, perciò può essere stata ritenuta punto d'orientamento per le popolazioni.

A questa funzione rispondono i Menhir posti nei siti delle Serre di Galugnano, Ussano, Castrì ecc.; ma come mai nel sito di Caprarica, che rientra nell'orbita degli altri siti, testè detti, non appare traccia di simili megaliti? E' possibile congetturare che, in questo periodo, non vi era in Caprarica frequentazione umana, oppure, sia stato abbattuto in epoche successive e mai più rialzato, a differenza del monolite di Ussano che è stato, sicuramente, rialzato considerando che, attualmente, si vede tagliato in diversi piccoli blocchi e poi ricostruiti uno sull'altro.

Molto probabilmente nasce, in questo periodo, nel sito di Caprarica un piccolo agglomerato di stazionamento per l'allevamento degli animali di pertinenza dei limitrofi insediamenti.

3.  Il Menhir di "Ussano".

Un'indagine, su questo Menhir, è stata già fatta da Giovanni CISTERNINO sul libro "Lecce ed il Salento, nello sviluppo storico e filosofico" (in corso di pubblicazione); per questo, considerando che l'antico sito di Ussano è stato sempre molto vicino all'insediamento di Caprarica, è doveroso ritenere che, nei diversi tempi, numerosi rapporti sia sociali che economici sono intercorsi tra i due siti, così come sono intercorsi col vicino sito di Cavallino; si constata, addirittura, che, il primo, era, nell'ottocento, parte integrante del territorio comunale del secondo, perciò anche su questo lavoro, è doveroso parlare di questo Menhir.

L'impressione che si ha al primo impatto, nell'osservare il villaggio di Ussano, dai reperti lasciati - nelle varie fasi storiche - dal passaggio dell'uomo, è quella che in questo sito c'è stato un accavallamento di più culture.

Dalla struttura ottagonale del Menhir si può congetturare che il villaggio sia stato fondato, addirittura, dai Fenici se, nel Libano, esistono strutture megalitiche con la medesima forma geometrica.

L'insediamento, roccioso e collinoso, detto "Ussano", posto tra Cavallino, San Donato e Caprarica, in età preistorica, deve essere stato un villaggio autonomo molto florido a giudicare dai resti di numerose tombe (tutte ormai profanate) ed alcune anche d'epoca messapica.

E' probabile che a causa delle dette numerose tombe, il sito è stato battezzato "Ussano" ossia ossario o meglio terra delle ossa o delle tombe; ma il toponimo pare riflettere, chiaramente, un'origine che si deve inquadrare in epoca romana in quanto tutti i toponimi che terminano col suffisso "ano" (che significano: terra, villaggio ecc.) ricordano tale matrice.

Il termine potrebbe derivare, più che dal nome di un ricco latifondista romano, dal verbo latino uro (uro-is-ussi-ustum-ere: che significa bruciare, tormentare, martoriare. Dallo stesso verbo ne è uscito fuori, nel vernacolo salentino, il nome uru che sta, appunto, ad indicare un folletto, uno spirito maligno che tormenta continuamente e non lascia in pace nessuno: nè le persone nè gli animali), il che farebbe supporre che il sito è stato più volte soggetto ad aggressioni da parte di nemici come, in effetti, come si vedrà, è stato.

Gli uomini, della protostoria salentina, hanno sempre scelto, per costruire i propri villaggi, siti sopraelevati e questo sito, in verità molto roccioso, è posto su di un'altura molto strategica per l'avvistamento e la difesa contro eventuali attacchi provenienti dall'esterno.

Sulla parte più elevata della collinetta appare un bellissimo megalitico Menhir a forma ottagonale, uno dei pochi se non l'unico del Salento che ha questa configurazione; anche se a malincuore, si deve affermare che a causa di una sua antica caduta, il monolito è stato tagliato, a causa del suo enorme peso, in piccoli blocchi per poi essere ripristinato nel suo antico sito.

Il prof. Nedim VLORA, archeoastronomo e docente di geografia presso la facoltà di Scienze della Formazione, dell'Università degli Studi di Bari ha congetturato che il possente maniero di Castel del Monte, a pianta ottagonale, fatto costruire, nel XIII sec. dall'imperatore Svevo Federico II (il quale si è circondato da valenti ingegneri ed architetti di varia estrazione culturale e religiosa come quella cattolica, ebraica, maomettana ecc.), risponde a principi che rimontano a concezioni geometrico-astronomici di una cultura egizia che risale a 4000-5000 anni fa.

Il Menhir ottagonale di "Ussano", perciò, risalendo all'incirca a 4000-5000 anni fa, potrebbe, anch'esso, rispondere agli stessi principi dell'ottagonale castel del Monte. Si aprirebbero, in questo modo, spazi di ricerca impensabili fino a questo momento.

Dal menhir del preistorico villaggio di Ussano, scendendo verso il basso Salento, appaiono tutta una serie di Menhir (che parrebbero collegati) a San Donato, a Sternatia, Zollino e così via; ad un'analisi attenta i Menhir, posti fuori dei centri abitati, sembrerebbero essere una specie di cippi miliari, di romana memoria, che indicano il percorso da seguire da un villaggio ad un altro; inoltre, data la loro altezza, possono indicare, attraverso una sorta di funzione semaforica, l'orientamento della via da seguire.

A Sternatia, purtroppo, il menhir non esiste più (anche se il PALUMBO e il DE GIORGI lo hanno catalogato nelle loro opere) ma esiste la parte superiore (letteralmente buttato, purtroppo, sulla parte alta di un vecchio muro a secco) che rappresenta un monolito con impressa una croce greca.

E' possibile pensare che, con l'Editto dell'imperatore romano Costantino, promulgato nel 313 d.C., attraverso il quale è stata permessa libertà di culto ai cristiani, gli abitanti di questo villaggio, che dovevano essere evidentemente già di rito cattolico, hanno pensato bene di porre, sulla sommità del menhir, la croce di Cristo imperante.

Tornando al villaggio di Ussano, chiamato anche Ursario, si deve dire che, in epoca romana, ci doveva essere una imponente villa patrizia, almeno a giudicare dai grossi massi litici di base, presenti in questo territorio, siti nei pressi di un frantoio-ipogeo, probabilmente a servizio di tale villa e del vicino villaggio.

Ussano è stato molto attivo anche nell'alto medioevo; infatti, accanto alle tombe, appaiono numerosi sylos, scavati nella roccia, i quali sono serviti per il deposito delle derrate alimentari di mantenimento, soprattutto granaglie, delle famiglie.

Luigi DE SIMONE, nel suo lavoro ("Studi storici in Terra d'Otranto" p. 64), afferma che Ussano nel 1274 è stato spopolato a causa dei soprusi che il barone, Simone de BELLOVIDERE (coniugato con Isolda, figlia di Enrico DE NUCERIA), ha esercitato sui suoi abitanti; ma il colle è subito stato riabitato per intervento del re Carlo I d'Angiò.

Il FERRARI (nella sua "Apologia paradossica", p. 659) afferma che il feudo di Ussano viene concesso, da Carlo III d'Angiò Durazzo, alla famiglia baronale DE CATINIANO in persona di Goffrido, Nicolao e Carlo; nel 1378 viene venduto a Goffredo DE CURTENIACO.

Nel 1464 re Ferrante d'Aragona, essendo il feudo ritornato alla Regia Corte per la morte improle di Goffredo DE CURTENIACO, lo cede a Jacopo SARLO.

A quanto afferma L. A. MONTEFUSCO (nel suo lavoro "Le successioni feudali in Terra d'Otranto", p. 556), a Jacopo, sposato con Flora ALIFI, succede il figlio Roberto, che è padre di Giacomo e di Aldefina che riceve il feudo in occasione delle sue nozze con Antonio DELLA RATTA.

Adelfina, avendo sposato nel 1510 Antonio DELLA RATTA, diviene madre di quattro figli: Camilla, che poi sposa Mario CAPECE, barone di Barbarano, Donato, Angela, che sposa Niccolò DE VITO, Giovan Vincenzo, morto nel 1611, il quale sposa Aurania GHEZZI, dalla quale ha discendenza.

Alla morte di Adelfina, sul feudo di Ussano, succede il figlio Donato DELLA RATTA che sposa, nel 1543, Isabella D'ARUGA, morta nel 1571; Donato muore nel 1556 dopo aver venduto il feudo a Giovannantonio PANDOLFO che, a sua volta, il 22/09/1581, lo vende a Sigismondo CASTROMEDIANO per 9.300 ducati di carlini d'argento, con atto rogato per notar Cesare PANDOLFO.

In questo stesso XIV sec., il barone di Ussano fa costruire un frantoio ipogeo per suo beneficio e i coloni del contado sono costretti a molirvi le loro olive; il barone, però, molisce le olive dei coloni "quando gli pare et piace" e se i coloni le vanno a molire in altri frantoi, o fuori del contado, possono essere soggetti a multe o a pene financo corporali. Il frantoio ipogeo di Ussano è stato conosciuto, nel territorio di Cavallino, col toponimo "trappitu te Santusì ovverossia te Santu Simi".

In una delibera, apparsa sul registro decurionale del Comune di Cavallino, relativa agli anni 1857-1860 (recuperata dal prof. A. GARRISI e gentilmente concessaci), riguardante un inventario dei frantoi siti in detto Comune, a proposito del frantoio-ipogeo di Ussano, si legge: "Anno 1857, addì 29 giugno a Cavallino... riunito il Decurionato.... Il Sindaco disse.... Il signor D. Luigi DE LUCA, Agrimensore Cedolato, coll'assistenza degli Agenti comunali ha eseguito la presente operazione. 1° e 2° (omissis) 3°: Un altro trappeto detto S. Simi, distante dal Comune un miglio, e terzo; cioè alla distanza maggiore assai del detto 1/10 di miglio e nella zona meridionale giusto rispetto al Comune stesso. 4° (omissis): osservandosi che anco questi due ultimi trappeti sono al livello inferiore all'ingresso; mancanti di condotti per lo scolo della morchia, come i due prima, e che perciò le morchie si estraggono dai sentinarii e si trasportano altrove con vettura. Sono ancora con Molini a Strettoi secondo gli antichi sistemi. Compenso per la perizia ducati 1 e 80 grana. Pei decurioni analfabeti: Luigi CALO', Raffaele TOTARO FILA, Oronzo CICCARESE. Il Decurione segretario: Raffaele DE PASCALIS. Il perito agrimensore: Luigi DE LUCA. I Decurioni: O. N. INGROSSO, Chiliano CASTROMEDIANO, Vincenzo GRECO. Domenico BUCCARELLI, Sindaco".

Il villaggio a causa delle scorrerie dei Turchi e dei predoni che vengono dal mare scompare intorno al XV - XVII sec. restando, attualmente, a ricordo della sua gloriosa storia un'unica masseria che nei tempi andati doveva essere fortificata.

4. Caprarica in epoca romana e l'origine dei toponimi urbani del  Salento.

Quando la macchina bellica di Roma invade il Salento, nel 273 a.C. (632 di Roma), mette presto in ginocchio il pur fiero popolo dei Messapi che abita le nostre contrade.

I Messapi mai del tutto domi, sempre per la loro sete di libertà, cercano di ribellarsi al giogo di Roma nel 90 a.C., approfittando della guerra sociale tra Mario e Silla. Il territorio, però, viene riconquistato dai romani nell'88 a.C.

Quando Silla nell'87 a.C. parte per l'Oriente, per portare la guerra a Mitridate, i seguaci di Mario prendono il sopravvento in Roma. Essi procedono alle assegnazioni di nuovi cittadini (clientes) e alla formazione di municipi romani. Lo scopo è di clientelizzare il più possibile i nuovi cives a fini politico-militari. Si può, in effetti, notare che i cittadini dell'Apulia e del Salento sono iscritti, su base etnica a tribù, che i mariani possono controllare.

Le ex città socie del Salento sono, molto probabilmente, fra le prime ad essere municipalizzate (4); portano il segno della lotta politica del momento che si conduce a Roma, ed i loro cittadini risultano iscritti nelle tribù controllate dalle partes mariana. Si trova, infatti, nel Salento prevalentemente la tribù Fabia.

I romani, dopo le grandi guerre, cercano, in tutti i modi, di ripopolare e rivitalizzare alcune città messapico-salentine da loro stessi impoverite, a causa della guerra annibalica, prima, e della guerra sociale, poi; rifondano diverse colonie (Syrbar-Lupiae (Roca), Hydruntum, Lycium, Rudiae, ecc.).

L'insediamento di Caprarica anche se non ha, ancora, assunto l'identità di un vero e proprio insediamento urbano o colonia romana, certamente sviluppa la sua caratteristica di emporium dove vengono allevati numerosi animali; altrimenti non si capisce come mai nei pressi di Ussano viene assegnato ad un veterano militare romano un territorio dove costruire la sua villa rustica; di questa villa si possono, ancora, vedere i resti nei pressi di un antico frantoio-ipogeo sotterraneo conosciuto col nome di "Santusì".

Tutto questo fermento di vita sulla serra di Caprarica è testimoniato dalla presenza di muri a secco e non a caso alcune contrade rurali di Caprarica (così come appare sul suo "catasto onciario" del 1744) sono nominate "Sierro di Ottavio, Tiberio (in contrada "Li Tiberij") e Costantino", forse in ricordo degli imperatori omonimi o di veterani latifondisti locali, vi sono, ancora, resti di tombe romane scavate nella roccia ed i resti della, già nominata, villa romana sita in località Ussano. Tutti questi reperti sarebbero degni di maggiore attenzione ed oggetto di studio.

Le serre di Caprarica e Ussano, molto probabilmente, in epoca romana, oltre ad avere il terreno fertile per il pascolo degli animali, dovevano avere un territorio ricco di vegetazione e di alberi di alto fusto dove, una volta abbattuti alcuni alberi, vennero ubicati i primi insediamenti; come dice STRABONE (IV, 200 e conferma Luigi DE SIMONE in "Studi storici in Terra d'Otranto", p. 33), "...in mezzo a' boschi assiepano con quelli una vasta cerchia, ed ivi pongono le loro case, e le stalle pel bestiame loro..." alla maniera degli antichi popoli Britanni i quali "...in luogo di città hanno i boschi...".

Giacomantonio FERRARI, sulla base dei testi di CICERONE, FRONTINO, ZONARA, ha affermato che il cognomen dei veterani romani, che hanno avuto molta parte nella divisione e assegnazione dell'"agro lupiense", è rimasto per sempre nell'onomastica di moltissimi siti urbani del Salento.

Il FLECHIA nel 1874, a Torino, ha pubblicato un importante libretto sui nomi locali del Regno di Napoli e, per quanto riguarda il Salento, afferma che, per esempio, l'attuale Comune di Carpignano deriva dal nome del ricco proprietario terriero che lo possedeva: Carpennius. Così è per molti altri: Castrignano da (Castrinius), Galugnano da (Galonius), Corigliano da (Corelius), lo stesso Ussano e così di questo passo.

Intorno al IV-V secolo d.C. Caprarica doveva far parte del territorio del municipio di Soleto se PLINIO (S.N. Libro III, Cap. XI, p. 163, Vol. I) afferma che dopo Otranto segue, immediatamente, il territorio della città di Soleto, che è però deserta ("...ab Hydruntum Soletum desertum..."). Molto probabilmente, al tempo di PLINIO, il Salento ha subito delle scorrerie che venivano dal mare o dall'entroterra portando dovunque distruzioni.

Queste scorrerie provenienti dall'esterno ma che vengono anche dall'interno evidenziano, comunque, tra i secoli IV - VI una prosperità all'interno del Salento che diviene un polo di attrazione e di richiamo anche per bande armate di rapinatori, briganti e "abigeatari", cioè di addetti alla refurtiva di animali di allevamento: buoi, cavalli, maiali, capre, pecore ed animali da cortile.

All'interno della romana secunda regio augustea (Salento), perciò, avviene un popolamento, tra i secoli IV - V, per la presenza di allevamenti di bestiame e di un certo benessere che fa da contraltare alla congiuntura economica recessiva che vi è nel resto dell'Italia invaso dalle orde barbariche.

E' possibile, perciò, ipotizzare che l'insediamento di Caprarica che si va, sempre più, specializzando nell'allevamento delle capre e di altri animali da cortile avvenga proprio in questo periodo.

In questo stato di cose, l'imperatore Valentiniano I emana nel 364 d.C. le sue Costituzioni legislative che mirano a debellare la crescente criminalità del banditismo pugliese e delle altre regioni italiane.

L'attestazione della prosperità, almeno in alcuni più specifici luoghi salentini che ci riguardano, si ricava da alcune fonti letterarie, le quali danno la certezza, per esempio, a quanto attesta lo scrittore ecclesiastico ENNODIO (473-521), vescovo di Pavia, di una fiorentissima industria tessile a Taranto conosciuta con l'appellativo lanae Tharentinae laus Urbis, confermando, in questo, la raffinatezza delle lane tarantine richieste in tutta Italia. Non è improbabile, perciò, ritenere che anche l'emporim di Caprarica ha dato il suo contributo inviando le sue lane, tosate dalle capre, a Taranto.

D'altra parte la fabbrica tarantina trova i suoi punti di rifornimento, nella sua continua produzione, negli allevamenti ovini, caprini ecc. presenti nel Salento; e sono, proprio questi, che attirano il fenomeno della refurtiva.

In questo stato di cose si spiega l'attenzione dell'Imperatore Valentiniano I al problema di come difendere la risorse salentine e pugliesi destinate, poi, a prendere la via di Roma, se non ci fossero state le razzie dei fuorilegge i quali commettono ogni sorta di crimine per rapine.

Questo crescente fenomeno di latrones, secondo il DE ROBERTIS ed altri storici, incrementato dalle manifestazioni di delinquenza a carattere nazionale, è da interpretare come un risvolto negativo di un indubitabile sviluppo economico del Salento che, comunque, a partire dal VI sec. d. C. tende "a esaurirsi sotto la spinta che è già in atto e che, alla fine dell'Evo Antico, fa della Puglia e del Salento, una delle zone più ricche dell'Occidente" prima che i Goti giungano a prostrare anche Terra d'Otranto.

PLINIO, però, ci fa sapere che, in questo periodo, il territorio dell'urbs di Hydruntum(Otranto) ha per confini il mare da un lato e dagli altri lati è delimitato dagli agri dei municipi di Lupiae (Roca), Soletum (Soleto) e Castra Minervae (Castro). Caprarica, perciò, sembrerebbe far parte del territorio della urbs di Soletum.

Il testo di PLINIO, in verità, non è molto chiaro, per quanto riguarda i limiti territoriali delle città sopraddette che non appaiono ben configurati.

Caprarica, perciò, dai tempi di Roma e fino all'inizio del secondo millennio, non essendoci fino a questo momento documenti scritti o reperti archeologici ben configurati, ha seguito le sorti socio-politiche del Salento.

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